In 1977, B-side del loro primo singolo White Riot,
i Clash si premurarono di mettere in chiaro che, essendo arrivato un
anno tanto grande e definitivo come non se ne erano visti mai (al
massimo si era arrivati al 1975, tutt’al più al 1976), era il caso di
cancellare il passato e iniziare a dire qualcosa di nuovo: “Niente Elvis, Beatles o Rolling Stones”. Gli stessi Clash nel giro di pochi mesi sarebbero finiti in tour col maestro Bo Diddley e avrebbero realizzato London Calling,
il link più evidente tra il rock’n’roll che era stato e quello che il
punk aveva rigenerato, con tanto di cover di Vince Taylor.
Ma per un attimo nella storia fu necessario un atto di allegra e furiosa iconoclastia. Non a caso il fondamentale lavoro di Simon Reynolds sul post-punk si chiama Rip It Up and Start Again: a volte è necessario strappare il quaderno per poter scrivere qualcosa di nuovo.
Tutto questo per arrivare ai White Rabbits, che non cancellano proprio
niente eppure sembrano freschi, a tratti rigeneranti. Nella loro musica
vive l’ultimo (?) spasmo del revival del post-tutto cominciato nel
2001. Questo sestetto newyorkese definisce la propria musica “honky
tonk calypso”. In realtà nel piatto misto c’è molto di più: ritmi
latini, il pianoforte sensuale di Stephen Patterson, echi della
Giamaica inglese di Ska e Madness, una pioggia di ganci pop
irrifiutabili. Tutto viene servito con generosità, e laddove da tanti
elementi coesistenti si aspetterebbe cacofonia e autoindulgenza,
l’ascoltatore trova invece un’accoglienza da re. I White Rabbits sono
esordienti, ma sanno il fatto loro. Ricordate Paolo Conte e il suo
“sbagliare da professionisti”? Ecco, questi qui sono invece
principianti che non sbagliano niente, e si presentano a suonare da
Letterman con una sicurezza che fa quasi paura. L’offerta del gruppo
guidato da Greg Robertsè in linea con la moda del momento, che prevede l’innesto di sapori
dimenticati sul canovaccio della New Wave, pensate ad esempio
all’Africa immaginaria dei Vampire Weekend, o alla leggenda dei Dexys rievocata dai Rumbe Strips. Leggiamo ora assieme quel che Paul Morley scrive in Metapop della musica degli Strokes (originatori dell’ultima illusione), parlandone, senza pietà, già al passato: “Era
ai margini della novità, ma una novità con una punta di affettazione,
senza però nemmeno un pizzico di presente. […] La loro musica è stata
un tributo a uno spirito radicale, privo però di uno spirito radicale”.
Proprio la qualità della musica/intrattenimento dei White Rabbits mi fa
auspicare che possano essere definitivi, conclusivi di quest’epoca
nella quale il rock ha ripassato la propria storia per ritrovarsi a
respirare, dopo l’asfissia degli anni ‘90. Il loro album è uno dei
dischi chiave del 2008, sia per quanto è rappresentativo del suo tempo
fuori dal tempo, sia per la sua eccellente fattura; è però anche un
disco che fa venire una gran voglia di 2009, una speranza di vera
novità, di rivoluzione.
Altrimenti continueranno a risuonare le autoironiche parole di Gore Vidal: “Non ho niente da dire, solo da aggiungere”.
Scheda: White Rabbits
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