C’è differenza tra semplicità e banalità. Una banalità è che l’adolescenza ha bisogno di sfogarsi, e che imbracciare degli strumenti e fare rumore a una certa età è una fase che tutt’al più può durare fino al college. Altra cosa è fare hardcore da college, divertirsi facendolo, e poi dedicarsi ad altro, in modo semplice.
Nel 2005 è più o meno così che si sciolgono i Wives, e che Dean Spunt e Randy Randall decidono di dar vita a un nuovo progetto, senza porsi troppo il problema di cambiare ma, nei fatti, facendolo. Non che i neonati No Age perdano quella semplicità di cui sopra. Chitarra, batteria, composizioni all’osso, tanta veemenza sono ancora gli ingredienti che spingono il nuovo gruppo. Neanche l’ambiente è cambiato; la Los Angeles dei piccoli locali, come l’Echo Park, e ancor più il suo semi-rivale, lo Smell, posto vegano dove i vegani No Age suonano e vengono annoverati in una scena. Quale? Qualcuno dice il “nu-gaze”, per il quale intendasi, con superficialità, la ripresa odierna dello shoegaze.
È vero che in Every Artist Needs A Tragedy, 7” con cui il duo esordisce nel 2007, non si possono non sentire i padri My Bloody Valentine. L’etichetta di uscita è la Post Present Medium, in cui i Nostri sono coinvolti attivamente, la stessa dei Mika Miko, band con cui condividono spesso il palco. L’EP successivo, Get Hurt (Upset! The Rhythm, 2007) conferma l’esistente, proclama una vena arty (I Wanna Spleep) e il ritorno a un certo rumore di derivazione hc quasi fugaziana (Everybody’s Down). A tutto ciò il secondo EP - Sick People Are Safe (Deleted Art, 2007) - con la sua prima traccia (Boy Void) aggiunge una riuscitissima alternanza garage-punk; il disco d’esordio, sommando qua e là, è fatto; se ne accorge la Fat CAt, che coglie con Weirdo Rippers (2007) il compimento di una transizione verso la complessità forte-piano – e lento-veloce (esemplare My Life's Alright Without You) che riesce anche a ricordare i Liars.
In effetti, confermano i No Age in un’intervista, a loro piacciono tanto sia Psychocandy che i Black Flag. Facendo due più due, il quattro sarebbe un nuovo disco concentrato sullo stesso andirivieni. Eppure le ultime circostanze sembrerebbero suggerire una evoluzione strana; la Sub Pop (che non si fa perdere certe occasioni, come Pitchfork, che li segue come un segugio) ci consegna un singolo di lancio (Eraser) che allarga le partiture garage a mo’ di novelli Built To Spill più sporchi e un album Nouns. Che, semplicemente, l’indie-rock abbia preso il sopravvento?
Scheda: No Age
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