Segnali da Parigi, fumo elettrico mescolato con le influenze del Commonwealth britannico: il bhangra indiano che spopola e si mescola con l’hip-hop, l’aria di rivoluzione direttamente da La Haine delle banlieue ancora in fiamme. Gli ingredienti della nuova scena musicale nascono dall’estetica frullata e scomposta degli ultimi dieci anni, infarcita dal funk electro robotizzato dei Daft Punk e dalla “così lontana così vicina“ New York dei Beastie Boys e della DFA, da etichette electro che nascono come funghi: Ed Banger, Institubes, Citizen e Kitsuné. Ma non è solo p-funk, baby.
La ritmica da dancefloor si mescola con l’hip hop meticcio degli abitanti delle rue e dei Campi Elisi: B-boys e B-girls che usano la musica come un’arma per esprimere e manifestare dissenso. Il tutto ereditato di striscio dalla controcultura dubstep, da personaggi oscuri come Kode 9, Warrior Queen e altre facce trasversali della Soul Jazz, la London che smonta i confini ad ogni singolo, rielaborando i ricordi del passato roots trapiantandoli nel “music pot“ presente e vivissimo.
Prima di parlare della nuova generazione, facciamo un passo indietro. Il passato della capitale dei galletti da noi è arrivato attraverso le immagini televisive: ricordiamo in particolare quei fuochi che illuminavano le notti di periferia e quel senso di instabilità e di impotenza che trovava sfogo solo nella guerriglia urbana. La traduzione su pellicola di questo feeling l’abbiamo vista nel film di Mathieu Kassovitz, La Haine (L’odio), in quei Novanta che da noi ribollivano nelle aule dei tribunali e che la strada l’avevano persa di vista. La storia è presto detta. 1995: siamo nelle banlieue, a Les Muguets, il giorno e la notte successivi alla rivolta urbana con la polizia, scatenatasi dopo il pestaggio durante un interrogatorio di un ragazzo del quartiere, Abdel Ichah, 16 anni, che è ora in coma. Il film segue le vicende di tre ragazzi, un ebreo, un maghrebino e un africano, tre modi differenti di affrontare la vita e le storie contingenti che accadono intorno a loro. Abdel poi morirà, scatenando ulteriormente la furia della rivolta e la reazione di uno dei protagonisti, Vinz (Vincent Cassel).
Premio per la miglior regia al Festival di Cannes 1995, L’odio ha segnato l’affermazione di Kassovitz con uno stile forte: ritmo serrato, realismo esasperato, concatenazione per accumulazione, bianco e nero livido accompagnato in modo sincopato da una colonna sonora che mescola reggae, hip hop, rap e ritmi urbani, un suono meticcio che ingloba un meltin’ pot usato come arma per rivendicazioni sociali. Ispirato a un fatto vero di cronaca successo tre anni prima nelle roventi periferie parigine, L’odio è parlato in “verlan”, stretto dialetto parigino che accentua il realismo e la velocità dei dialoghi. Film dialogatissimo quindi, “urban lingo“ e street talking: non poteva essere altrimenti.
Il protagonista Vinz, il ragazzo ebreo pieno di rabbia che si fa rispettare con la violenza, non conoscendo altri mezzi, si ispira al Travis Bickle di Taxi Driver, richiamandolo anche nell’iconografia, e ricordando l’analogo personaggio di Motorcycle Boy in Rumble Fish di Coppola, sul modello dei tanti rebels without a cause di jamesdeaniana memoria e caratteri simili messi in scena da Scorsese e Spike Lee, tra gli altri. Anche se a differenza degli esempi precedenti, i personaggi de L’odio non sono mossi da conflitti interni, ma esterni e legati al contingente.
Il regista poi dal singolo episodio delle banlieue allarga il quadro a tutta la Francia (l’apologo finale sulla fine della società, che riprende la scena iniziale dell’uomo che precipita dal cinquantesimo piano): la Francia come simbolo dell’Occidente devastato dall’odio, dai conflitti razziali, dalla violenza da cui nessuno è escluso. La caduta dell’uomo che si vede a inizio film è infatti quella che poi si esplicita per tutta la sua durata.
Il film ha suscitato numerose polemiche alla sua uscita in Francia, per la cruda rappresentazione della polizia francese, la quale ha sconfessato da subito la pellicola. E guerriglie urbane e rivolte si sono continuate a ripetere: è cronaca quotidiana ormai da parecchi anni. Già a fine 2005 Kassovitz, che nel frattempo aveva tenuto un basso profilo sull’argomento, aveva polemizzato dal suo blog (www.mathieukassovitz.com/blog/) con l’allora ministro dell’interno Nicolas Sarkozy, il quale aveva invocato la repressione nei confronti delle rivolte nelle banlieue.
L’odio è anche pellicola stracolma di musica, usata come concatenazione tra una scena e l’altra, mentre si procede per continue accumulazioni: come nel ‘68 si ascoltava l’urlo di Immigrant Song prima di indossare l’eskimo ed uscire a manifestare, nei Novanta il rock viene sostituito con il reggae di Bob Marley (in apertura con Burning And Loothing, mentre vengono lungamente mostrate immagini - di repertorio - di scontri con la polizia, della Parigi che brucia incandescente) e con la black music (Isaac Hayes con That Loving Feeling, The Gap Band), l’hip hop e il rap (i Beastie Boys, Cut Killer più tardi con Mc Solaar, Assassin), il funk (Cameo, Zap Mama), in un mix inscindibile dalle immagini (TG).
Oggi il problema violenza urbana resta, anche se non fa più notizia, anche se i TG sono distanti anni luce dal reale. Nell’era Sarkozy la Francia che sciopera, la Parigi che fa tremare con le sue manifestazioni gli scranni imbottiti dei palazzi del potere e blocca per una settimana la Metrò, la gente che si ribella all’immobilismo della classe dirigente sono segnali che si traducono anche in musica, che fanno smuovere lo stile globalizzato. Il padre storico di questo miscuglio prolifico è Manu Chao che con la sua Mano Negra ha aperto nuovi orizzonti, nuove vie.
Ma se quel gruppo era (e rimane) un culto mainstream, gli eroi di oggi non sono sulla bocca di tutti, anzi, sono da scoprire attraverso le connessioni e le amicizie sulla rete, quasi un passaparola da nerd fanzinari. Impossibilitati a trascorrere i weekend nella capitale dell’haute couture, ci muoviamo attraverso il download e le connessioni, i forum e i commenti myspaceiani di fan entusiasti, le clip su YouTube e le poche uscite ufficiali. E rinasce improvvisamente la sensazione della musica dei primi Novanta, quando la jungle di Goldie impazzava, quando la freschezza della scoperta stupiva anche i più agguerriti tradizionalisti del quattro. Da quelle connessioni nacquero figli prorompenti che sfottevano il tempo e le mode: drum’n’bass, nu-jazz, big beat e trance. Oggi dal network bisogna tagliare col machete le foglie dei parassiti impestanti e cercare di uscire vivi dalla Paris Jungle.
Il fenomeno non coinvolge solo le folle di ravers o di headbangers da festival, bensì diventa sempre più una questione di stile. Stile che coinvolge le nuove 4 vie. Basta con M.C.-ing, rapping, graffiting e turntablism: oggi ci misuriamo con t-shirting, designing, featuring e agit-poshing. La strada trasloca sulle passerelle della moda? I volantini ciclostilati diventano flyers, gli slogan diventano riff e i fruitori di questa musica portano tutto su un piano mondano: jet set vs. impegno. Poli opposti o facce della stessa medaglia?
L’incontro fra moda e politica, fra musica elettronica e passerelle/palchi l’avevamo già visto nell’ascesa di un personaggio in bilico tra i due mondi: M.I.A.. La pasionaria del ritmo e della contaminazione delle influenze etno-bhangra, nel 2007 ha infuocato i palchi e le consolle dei DJ di tutto il mondo. Sarà per la bella presenza, saranno i suoi modi schietti e le sue dichiarazioni senza peli sulla lingua, ma M.I.A. è diventata un simbolo per la nuova generazione di nonsoloteen. La sua musica è quello che più di globalizzato possiamo ascoltare, ovviamente proveniente da una delle capitali della musica senza confini. Il punto di partenza e di scambio di suoni è ancora una volta la London Calling, che ha da sempre sfornato talenti giovanissimi e schietti (vedi, tanto per dirne una, l’altra rriot-teen che è Lady Sovereign). Quello che oggi passa al di là delle bianche scogliere di Dover è la storia del ritmo: Giamaica e Maghreb, India e ghetto americano. Tutto compresso in un file *.zip di patchanka new global à porter, che attende di essere esplorata e – soprattutto - ballata.
La guida per sopravvivere al caos suburbano parisien è una lei. Il suo nome di battaglia: Missill. La bella jeune-fille inizia a muoversi come graffittara e designer all’ombra della crew BMC. Il suo percorso artistico si avvicina sempre di più alla musica e nel 1999 è resident alle serate “Rumble in the Jungle“ al Batofar e al Glaz’art parigini; nel 2003 sbanca al festival Transmusicales di Rennes a fianco di nomi del calibro di Amp Fiddler, Jaylib, Kowalski, Kruder e Fischerspooner, poi finalmente a 22 anni il debutto con Mash Up (Discograph, ottobre 2005), acclamato dall’elettrocritica mondiale come uno dei migliori mix dell’anno. Ancorato saldamente alla cultura del break hip-hop mescolata con qualche accenno di elettronica e funky, più dalle parti delle crew “old-school“anni 80 di Africa Bambataa che alle transizioni rock dei Beastie, la lunga compilation propone già qualche spunto di riflessione electro. In breve tempo si afferma come una delle voci più fresche e pronte ad accogliere i suoni che stanno trasformando il suo territorio.
Oggi esce il nuovo disco: Targets (BMC-Discograph / Self, 10 marzo 2008). E il salto di qualità c’è tutto. Anzi di più. I featuring spaccano, inseriscono idee e anima global, brainstorming ritmico e voglia di novità stilose, senza compromessi; le tracce autoprodotte dalla street punker sono perfetto post-Daft, acidità concentrata per le folle che assistono ai suoi show (andatevi a guardare su YouTube qualche filmato tanto per vedere la popolarità del missile terra-aria). Ma chi sono questi alfieri del nuovo suono urbano?
I nomi sono molti e variegati, ma le diversità che si incontrano stanno tutte su un Trans Europe Express che parte da Londra e arriva allo stile, dal vecchio break anni ‘90 ai flash dei paparazzi. La nouvelle vague ha una base solida di beat che guarda alla moda, e in questo frangente i punti di contatto con il punk sono molteplici. Il no-future è nato più che sui dischi sui negozi di Vivienne Westwood e sulle copertine dei magazine indipendenti, sulle pin e sulle borchie, sulle creste e sul nuovo modo di vivere la musica, lasciando da parte il passato e dichiarando (per pochissimo) l’indipendenza. Oggi sappiamo che la separazione dallo star system è durata un batter d’occhio e che estromettersi dal mercato è (stato) un sogno. Con il senno di poi, perché non prendere come base l’appartenenza allo star system e smontarlo con suoni che spaccano? Distruggere il sistema da dentro?
Prima di trarre conclusioni avventate, torniamo alla cronaca. La base del nuovo sound “urban punk“ la costruiscono due personaggi che con il ritmo hanno scolpito la loro carriera. Il primo è Dynamite MC: lui è l’anello di congiunzione con le esperienze del drum’n’rapping targato UK. Roni Size, Reprazent, e Scratch Perverts riemergono di prepotenza dalle macerie della fine dei Novanta. Dynamite ha partecipato a quel New Forms (1997) che ha rinnovato le nostre convinzioni sul ritmo. Da lì in poi è partito tutto di nuovo: grazie a quella bomba oggi si celebrano i neri baccanali dubstep, senza quel disco niente sarebbe com’è. Dopo le innumerevoli collaborazioni con crew e DJ, dopo aver scritto tracce per i mondi virtuali del videogame bestseller Need For Speed, il nostro rapper ha ben pensato di produrre dischi da solo. Oggi ritorna a segnalare la sua presenza attraversando la manica, rappando su quell’inno ragga che è Forward, una cosa che collega Kingston al vecchio continente attraverso un’attitudine blackissima; e poi nella acid-prop Toxick, che fa tremare i ‘ragazzi bestia’ newyorkesi spaccando il culo pure alle discendenze smarrite dei RATM.
L’altro è DJ Vadim, direttamente dalla freddissima San Pietroburgo atterra con delle cose da paura a Londra. Old school Ninja Tune, amico d’infanzia di Mark B, mago del sampling e innovatore sulle linee di un jazz-rap quasi d’obbligo per quegli anni di scazzo consapevole. Oggi collabora con DJ Jazzy Jeff nella sua etichetta BBE e con il gruppo rapper One Self (Blu Rum 13 e la brava mogliettina Yarah Bravo). Il featuring del suo gruppo (Choose To Care) è puro acid rap con una cassa che spacca e che pianta delle fondamenta di cemento che sostengono l’intero Targets.
Su queste gittate sono molti i giovani talenti che costruiscono piani di loft sciccosi. La foto ricordo si compone magicamente di personalità underground, e proprio per questo à la page. Il secchionerd è il tre volte campione del mondo di turntablism DJ Netik: uno che mangia vinile, un cosmopolita che fa ballare le generazioni di tutto il globo, superbassi e distorsioni in acido nella sua Dark Moon; c’è poi la bella e impossibile modella vocalist venezuelana: Yethz, una partecipazione che fa tremare la regina M.I.A.. Kema è la Pull Up The People del 2008, Mueve Lo la risposta al fulmicotone che fa piazza pulita di Nelly e di tutto quello che avevate sentito sul versante discolatino. Sostando in Sudamerica c’è pure il cuginetto Edu-K, uno che ha sostituito la “p“ del p-funk con la “b“ del baile funk brasiliano, vocalist da paura in Kabrake, da far invidia a Kavinsky o a Sebastian (figli acidi della nidiata electrofrenchdisco). Uno che va a suonare con la nostra reginetta nelle carceri francesi, tanto per capire il tipo. Per concludere il quadretto ci sono pure Nine Lives The Cat, il combat DJ australiano e il mito jungle reggae Junior Red.
Missill ha ripristinato le idee e gli stati di agitazione del punk, la cultura del post breakbeat, tutto frullato con le sonorità Chemical Brothers e la sensibilità dancehall del cuore di Londra. Il risultato è una nuova cultura osmotica in continuo mutamento, senza certezze, aperta a qualsiasi contaminazione e per questo – seppur ancorata a stilemi old-school – postmoderna.
La politica ci entra di striscio, i proclami e gli slogan non sono che gadgets per abbellire, paillettes e glitter dei vestiti nuovi dell’imperatrice jungle, che dichiara, raggiunta per mail: “Non so se la mia musica ha del potenziale politico. È concepita per far festa, non ho la pretesa di essere accostata a Mano Negra o RATM. Loro sono leggende! Sto solo portando avanti la mia proposta e non voglio essere coinvolta in politica. Penso che il mondo sia malato e non vedo l’ombra del cambiamento. Più giro il mondo e più mi accorgo dei danni che l’uomo ha fatto”.
La guerra è iniziata. Dalla strada si passa all’autostrada informatica, dai manifesti alle pagine MySpace. Questo è il nuovo modo di fare controcultura. La musica resta un ingrediente che condisce le notti e le amicizie, “ha il potere di far incontrare la gente, è un modo di comunicare; ma guardando come gira il mondo, ci vorrà molto di più per cambiare le cose”. Non ci hanno ancora preso tutto, Parigi val bene una Missill.
Scheda: Missill
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