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Pubblicazione 23 Aprile 2008

Steven R. Smith

Rural ruin, urban decay

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Steven R. Smith
2008

Rural ruin, urban decay. It’s a sad and beautiful world diceva qualcuno. Steven R. Smith è come l’ultimo cavaliere della tavola rotonda, l’ultimo dei Mohicani, l’ultimo guerriero di Nanto, l’ultimo uomo sulla Terra, l’ultimo testimone di un mondo andato in rovina. Te lo immagini passeggiare tra i ruderi di edifici abbandonati, con il sole all’orizzonte e un senso di mestizia languida e serpeggiante. Come le note della sua sei corde. Steven R. Smith ha qualcosa dell’Harry Dean Stanton di Paris Texas.

La barba di sicuro, lo sguardo allucinato probabilmente.  E’ un altro che sta provando il brivido sottopelle dell’apocalisse californiana a venire. Rispetto agli altri sballati dell’east coast più psichedelica però, Steven è come un erudito intellettuale immigrato dalla vecchia Europa. Nato a Fullerton, ma presto stabilitosi a San Francisco, è uno dei numi tutelari di quel movimento ideal-musicale ribattezzato Jewelled Antler Collective. Nei Mirza prima e nei Thuja poi conosce infatti i due deus ex-machina del progetto: Loren Chasse e Glenn Donaldson. La filosofia è del resto simile, se non pressoché identica per tutti e tre: concepire musica che risenta dell’ambiente circostante, ne incorpori gli elementi di senso, ne amplifichi le capacità suggestive. Si parla di musica registrata “sul campo” con l’uso dei famosi “field recordings”.

Il Jewelled Antler Collective professa senza retorica un senso di comunione con l’ambiente e la natura alla maniera di novelli cantori panteisti e rappresenta un po’ il corrispettivo psych folk rurale del noise urbano, sempre più dissonante e harsh che arriva dalle metropoli e da fenomeni di costume come il No Fun Fest. Steven R. Smith collabora appunto con i Thuja, si ritaglia un suo spazio personalissimo con il progetto Hala Strana dedicato al recupero delle tradizioni folk balcaniche e poi si concentra sulla sua carriera solista con all’attivo ormai diversi dischi. Nell’aprile del 2008 una messe di uscite e ristampe più o meno recenti è occasione quanto mai propizia per tornare a segnalare il suo nome, considerando anche che mai come ora i parti musicali riconducibili all’universo del Jewelled Antler Collective sono molteplici.

Si segnalano di recente infatti un ultimo e bellissimo disco di Of, il progetto ambient di Loren Chasse, in uscita su Ultra Hard Gel con un lavoro intitolato The Sun & Earth Together e un disco solista di Donovan Quinn, altro affiliato Jewelled per via dei Verdure e degli Skygreen Leopards, che di recente si è visto con un lavoro dal titolo October Language. I Thuja sono riapparsi di recente con un disco omonimo per Important Records, che riassume un po’ tutte le diverse sfaccettature del progetto: dissonanze languide e lisergiche, improvvisazione anarchica e libera, un umore d’ambiente che può collimare con l’isolazionismo vero e proprio. Un lavoro del tutto personale e libero dagli schemi.

Quanto all’attività solista vera e propria di Steven R. Smith, c’è un momento di particolare fertilità discografica. E’ prima apparso su Digitalis tra la fine del 2007 e l’inizio di quest’anno con un disco nuovo intitolato Owl, dalla caratteristica non secondaria di essere un disco folk cantato e per di più registrato in mono, poi si sono succedute ben due ristampe su due etichette diverse. Il bellissimo e personalissimo The Anchorite che era uscito nel 2006 su Important, esclusivamente in formato vinile e che ora vede la luce in cd, con artwork diverso, per Root Strata, l’etichetta del Tarentel, Jefre Cantu Ledesma. Contemporaneamente su Ultra Hard Gel viene ristampato Antinomy del 2004, un altro dei suoi migliori lavori di sempre.

Ma ad inizio 2008 l’attenzione e la curiosità maggiore viene destata dal progetto , nuova ragione sociale di Steven, con cui in qualche modo continua il discorso iniziato da Crown Of Marches, disco del 2005 dove il Nostro si concentrava sul feedback contrariamente all’umore intimidito delle sue sortite folk. Il progetto Ulaan Khol prosegue quindi lungo le stesse coordinate, quelle cioè di una psichedelia chitarristica abrasiva e rumorosa, che fa convivere il Neil Young più “elettrizzato” con i fantasmi più noisy della psichedelia storica, dai Fushitsusha ai Flying Saucer Attack, passando per i Velvet Undeground di Sister Ray.

Un disco intitolato I è stato dato alle stampe in questi primi mesi del 2008 da Soft Abuse, con l’avvertenza però che si tratta del primo capitolo di “una trilogia massimalista” denominata da Steven Ceremony e che nei prossimi mesi continuerà con altri due capitoli. Restiamo sintonizzati. A giudicare dalla qualità di questo primo capitolo il seguito non dovrebbe essere inferiore alle aspettative, ormai piuttosto alte.

copertina pdf #91