Matematico? Teorico? Seguace di Robert Fripp? Macché, nell’intervista a noi concessa via doppino, Ian Williams, pezzo da novanta del math-rock, ex punta di diamante dei Don Caballero e degli Storm & Stress, ci riassume la sua carriera come un endless “tapping”. Fai un riff, lo metti in loop e poi un altro. E così via, ricorsivamente. Troppo modesto. Quello è il metodo non la sostanza. La sostanza è il linguaggio. Un idioma maturato in seno all’hard rock senza bacino (ma braccia) dei Don Caballero che ha trovato un momento disossato nel progetto parallelo Storm & Stress, per poi sublimarsi nelle placente cartilaginose di American Don.
Con quest’ultimo - definitivo - sforzo ci troviamo nel 2000 a tre zeri con un album-ponte per le sperimentazioni a venire, il punto focale delle rifrazioni del dopo, l’addio di Williams al gruppo che lo ha reso famoso e assieme un corpus di regole e costrutti predisposti a un dialogo possibile con il mondo. L’album – che vede protagonisti ¾ degli Storm & Stress e il sodale Damon Che alla batteria – è l’ultima spiaggia del rock di fine secolo, ma anche linea di confine con il feudo King Crimson, un origami lontano dalle dialettiche hardcore dimesse (ma ringhiose) dei Rodan, dagli squali di quel giugno del ’44, e i frangiflutti oceanici dei Dirty Three. American Don dunque come esperanto del post-rock, l’oltre math perché musica per sinapsi che friggono, muscoli addomesticati alla circolarità, il minimalismo che si fa affare logorroico, eppure esperimento a rischio, prog in deriva che si prepara all’archivio e non all’acquisizione orale.
“A quel tempo provavamo a vedere fino a dove potevamo spingerci con una mentalità e strumenti rockisti”, ammette Williams, “ora quest’approccio mi sembra limitante”. Così, al voltar del secolo, il chitarrista abbandona sia il gruppo madre sia il progetto collaterale nato con l’amico Kevin Shea. “Motivi artistici, non personali” afferma, biascicando un fare da nineties, tra pause, sbadigli e qualche frase buttata lì a mo’ di riff verbale. Tuttavia non deve essere stato facile trovarsi per strada alla ricerca di un lavoro qualunque per sostentarsi. Poco dopo, Williams lo stralunato rimette la catena apposto, s’inventa un job come video editor e chiama un po’ di gente per suonare, non sbarbi qualunque, tipi con esperienza di verbi vicini e lontani. Conosce Tyondai Braxton - figlio d’arte (indovinate di chi..) - uno che come lui va matto per loop ed echoplex, uno animato dalla sua stessa propensione in devoluzione nei confronti delle strofe e dei ritornelli, nonché l’uomo delle electronics (“un aspetto importante che la mia esperienza nel campo del video ha contribuito a far crescere”, ammette).
Poi, in traiettoria capita il chitarrista John Stanier, già Helmet e Tomahawk (quelli del Mike Patton e Denison), batterista tosto abbastanza da non far rimpiangere la fisicità di Damon Che. Infine il tessitore/uomo sponda, ovvero Dave Konopka, anche lui figlio di altre lupe (alle spalle i Lynx, gruppo per certi versi vicino ai Don Caballero), una bassista e assieme buona seconda chitarra di ricamo a bordocampo. Sono nati i Battles, un ensemble di hard talkin’ estemporaneo alla ricerca di slang. Ma quali?
“Non avevo idea di cosa sarebbe successo, doveva essere nuovo ma non sapevo quale direzione avrebbe preso il sound”. Ian non è uno di molte parole, getta i ragazzi in pasto alla sala prove senza… “beh, senza nessun discorso, a dire il vero”. Comprensibile in loro un certo spaesamento. D’altro canto, si trovano di fronte il contorno di un trentenne disposto a cambiare senza rinnegare il passato, pronto a mettersi in gioco con una mentalità diversa, magari dandola vinta al sound aperto dei Tortoise di Millions Now Living (e del disco di remix Rhythms, Resolutions & Clusters) e rinnegando, senza patemi, il pensiero da “programmatore di sistemi rock” à la What Burn Never Returns.
Da lì anche la scelta di Tyondai, John e Dave, ragazzi provenienti da background diversi, tutt’altro che kid adulanti cresciuti a pane e Slint. “Avevo in mente tante idee assurde”, dichiara ridendo Williams, “tuttavia in poco tempo siamo arrivati a una session benedetta dove registrammo l’intero materiale che è stato pubblicato, tra il 2004 e il 2005, nei tre EP a firma Battles” (verranno raccolti, un anno dopo, in un doppio CD dalla Label Warp). Tutto in un'unica session, mica male per uno che non sapeva dove battere la testa. E poi via con i live, in presa diretta come in studio, come accade nei nove minuti di SZ2 (B EP, Dim Mak): un rilascio nervoso/dimesso à la Storm & Stress che trova prima una chitarra hardcore in avvicinamento perimetrico, poi reiterazioni minimaliste in costante stuzzico al ringhiare della seconda sei corde.
I Battles costruiscono bio-meccaniche i cui ingranaggi vengono sostituiti e riassemblati in streaming, in libertà. La calcolatrice non viene rinnegata, ma in campo ci sono almeno un paio di antidoti: piccoli esperimenti da un minuto dove c’è giusto l’idea di un mood, un giro di orologio da polso, e l’uso dell’elettronica, sicuramente il più valido rimedio ai possibili vicoli ciechi di American Don. Non occorre un genio per capire che è Tyondai Braxton il contraltare del chitarrista dinoccolato, del resto il buon esordio The Violent Light Through Fall del 2002 – tra esperimenti free, reverse, rhythms electro ma anche post-rock, psych e melodia… - e la collaborazione con i Parts & Labour, già evidenziavano l’estro e soprattutto la versatilità del personaggio. L’esempio più significativo tra queste prime session è sicuramente Bttls (B EP): dialogo tra colpi sordi di jack stile Mika Vainio e calibrati brulichii di distorsori.
“Abbiamo iniziato a suonare assieme perché eravamo ciascuno fan dell’altro. Tyondai era a tutti i miei concerti in solo e viceversa!”, afferma Williams. Assieme i due rappresentano la componente più inventiva del combo con Stainer e Konopka a giocare in struttura (o di sponda). Un ruolo non facile per quest’ultimi: “ci trovavamo in questo splatter-paint art project il cui unico punto acquisito era non ripetere i Don Caballero e come se non bastasse Williams se ne veniva fuori con quelle idee folli come il coro femminile, le musiche stile Ligeti di Odissea nello Spazio ecc.”, affermano recentemente i due alla rivista Xlr8r. Fortunatamente, non prendono posizioni in opposizione, fortificando il quadrilatero invece di minarlo alla base, un connubio che nel frattempo pare mancare ai progetti dell’ex compagno di Williams negli Storm & Stess, Kevin Shea, indaffarato in una decina di progetti, anch’essi free (tra cui il buon Talibam!) ma dal futuro decisamente più precario.
Del resto, i Battles potendo contare su una strumentazione wave-rock (macchine e strumenti) e su un incrocio di sonorità “white” e “black”, tra intrecci puliti di corde e ritmi caldi (e persino caraibici), diventano presto un gioco sul quale scommettere tutte le fiches. Dance (B EP), ad esempio, dà segnali importanti: un quasi funk inedito per l’ex Storm & Stress, inoltre electronics, voce encodata, battito serrato e chitarre in contrappunto (e loop). Ancora meglio fa Tras (Tras EP, Cold Sweat, 2004), altro funkaccio deciso (e liquori mellow elettronici). L’affare, dunque, è a quattro. Quattro cavalli di razza che fanno quasi rock, anzi “rock senza avere un cantante” (come dichiarerà Braxton più in là), ed è in quest’ottica del “quasi” che il tastierista ama descrivere l’open band: quasi qualcosa - o se preferite meta qualcos’altro -.
Eppure, pur figlio di un free jazzer, è ancora lui a optare per le strutturare attraverso mood o temi conduttori. Braxton versus Williams. Realismo fotografico versus pittura astratta. Altra dinamica vincente e bomba ad orologeria micidiale piazzata su B+T (C EP, Monitor, 2004), faville tortoisiane e movenze Teatro No, gioia dei fan che crescono ben al di là dei confini della Grande Mela, act dopo act. Siamo arrivati in corsa fin qui, al presente, lasciandoci trasportare dall’urgenza di raccontarvi la genesi di un esordio che si farà ricordare a lungo. Il 18 maggio è uscito Mirrored, un album figlio di session densissime fatto di corsi e ricorsi, mood pop e scenografie ad ampio spettro. Neo-Prog? Post-Rock Revival? Troppo poco: i Battles sono i Tortoise dei 2000.
Scheda: Battles
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