Ti dirò sono un uomo felice …felice come si può essere soltanto a volte. Non affogo nel dolore e neanche nuoto nella felicità.
E’ economico veramente. Stai sotto I cinque dollari. Devi soltanto metterti in testa il giusto taglio di capelli e sei a cavallo.
Il mio ricordo più bello è Michael (Gira ndr.) che danza nudo per mettermi a mio agio in Todo Los Dolores, che spettacolo!
Ho ordini precisi di stargli almeno a venti miglia lontano. Che uomo fortunato che è! Mondo infame…
Le canzoni di Kevin Barker da Curritck Co.
No, sono regali musicali a Caetano Veloso...
Sì è difficile… Certo, in primo luogo, perché devo rispondere a troppe gravidanze impreviste …proprio come le coppie che hanno amore libero per un lungo, lungo tempo… Queste sono le session ideali per i miei lavori…
Sono stato a Venezia e un gondoliere mi disse che conosceva satana. No, è una
storia vera questa!
Sì, sto programmando di venire molto presto. Per ora so che andrò in
Francia (The Camarg) per l’inverno poi da lì ci saranno altri
concerti italiani e spagnoli.
Bhé che dire… il 2003 è sicuramente un buon anno per Iggy!
LEI È UNA LEGGENDA! Ci sei vicino. È un onore, veramente, immaginare di scrivere una canzone per lei e poi averla a cantare con me. È stato fantastico, lei è un angelo, lo spirito della saggezza e della purezza!
È il figlio
Sì, sì (?)
Loro ci fissano come Donkey Godz! (tradotto sarebbe come asini dei ndr.)
Ascolta Fahey (John ndr.) in lui quello spirito vive ...e VIVE.
Madre natura ha nutrito la mia gola con latte, bucce di banana e richiami…
Loro sono delle maghe, teletrasportatrici, di quegli esseri che ti cambiano l'umore, in poche parole sono RELIGIONE!
Una volta. I pantaloni di mio padre mi coprivano letteralmente. Una cosa inedita…
Che domande: italiani!
Texas: the lone star state. Storicamente, terra di musicisti eccellenti, ma anche sbalestrati come cavalli. 13 floor elevators, Rocky Erickson, Red Crayola, Butthole Surfers, Ed Hall, Pain Teens e Daniel Johnston furono e sono, di tale autoctona follia, fra i più noti e celebrati monumenti. Tanto il sostrato sociale di quella porzione sud degli States è reazionario e bigotto (vaccari e rednecks, mica che!), quanto più creativo e innovativo risulta il suo fertilissimo humus artistico. Così è sempre stato e così, speriamo bene, lungamente continuerà a essere.
Devendra Banhart, classe 30 maggio 1981, è nato nel Texas,
maledetti stivali! …ma dopo pochi anni la famiglia si dovette
spostare a Caracas in Venezuela, dove rimase per parecchio tempo;
esattamente fino a quando la madre si risposò. E da lì,
il passaggio alla California fu repentino.
La nuova residenza diventò quindi un canyon di nome Encinal, luogo dove
trascorse i suoi teen-year e nel quale iniziò a suonare la chitarra,
questo fino a quanto giunse l’età del college e un nuovo cambiamento
geografico si profilò all’orizzonte. La nuova dimora divenne San
Francisco e la scuola un istituto d’arte multimediale.
Non potendo imparare il mestiere di musicista, Devendra si convinse che la
pittura era la sua vocazione. Non riuscì tuttavia a concludere nulla
del genere nell’ambito accademico. Certo, non fu tutto tempo sprecato:
divise la stanza con Jerry Elvis e Bob The Crippled Comic, frequentazioni illuminanti
che lo portarono dritto al suo primo show, al loro matrimonio.
E lì, in quel magico evento, tra il verde del prato inglese e il legno
dipinto di bianco di una casa adibita a chiesetta, suonò una personale
versione di How Great Though Art e Love me Tender …e gli piacque farlo,
tanto che il live successivo non tardò a arrivare.
Fu a Wazeima, in un ristorante etiope; il proprietario era un famoso fantapolitico
del luogo che teorizzò un complicato colpo di Stato basato su infrastrutture
stradali che avrebbero dovuto agevolare spostamenti di carriarmati e aerei.
Dopo non molto, il fatidico momento di metter su una band accadde, accadde
tanto naturalmente quanto fu spontaneo il suo scioglimento; capitò a
Los Angeles quando formò i Black Babies, o meglio, Devendra
Banhart or The Black Babies, Peccato che New York si sia messa in
mezzo, rompendo l’incanto.
Il giovane Devendra vive tuttora nella Grande Mela, in uno squat,
un vecchio locale di Salsa nella stessa stanza dove un attore di belle
speranze morì suicida. Vive in quella stanza, non sopravvive.
Tra i bossoli di fucile e il buio di quattro mura senza finestre.
Helter skelter!
“ Qui ci si sente liberi”, dice.
“ John Hurt, Fred McDowell, Karen Dalton, Vashti Bunyan e
Fred Neil sono i migliori musicisti al mondo”, dice.
“ La mia vita è questa”, dice.
A parte il mistero e la mitologia che ormai circonda
il giovane folkster, di sicuro diverse persone hanno costellato
la sua vita musicale reale: Black Hearts Procession, Microphones,
Smog, Little Wings, Karl Blau, Vetiver, Flux Information Sciences,
The Lowdown, Young People, Old Time Relijun, Jerry Lee Lewis 60th
picnic party. Sono solo alcuni dei volti che Devandra ha incontrato,
loro e altri senza nome, pirati gay di un oceano maledetto dalla
prima luna.
Comunque sia, siamo seri, è Michael Gira l’uomo che scopre il
suo talento e questa storia, pur strampalata, inizia, se non sbaglio, più o
meno così…
Nel tardo 2002, il capo della YoungGod Records conosce un giovane
busker dal nome esotico a un sushi bar. Quella sera c’è anche Sammy
Hagar, l’ex cantante dei Van Halen. Devandra è lì a
racimolare due dollari e tirar giornata, ma le sue canzoni non ottengono
il plauso degli astanti.
Le composizioni sono free form belli e buoni, che mal si addicono allo spirito
zen del locale, tant’è che sia al canto, sia negli arrangiamenti,
se così li possiamo chiamare, il Nostro risulta stomachevole quanto
un sashimi di pesce triocchiuto.
Devandra dà fiato alle tonsille e sembra non curarsi molto delle facce
corrucciate; quel che esce dalle esili labbra è una vocina dal registro
tanto nasale quanto spettrale, come se un medium avesse richiamato le anime
di Nick Drake e Marc Bolan sfasando per errore
i loro interventi d’un paio di tonalità. A Devandra poi, piace
cantare a capella…
È probabile che Micheal Gira, futuro padrino di Me
Oh My…, abbia visto nel busker texano un altro sé quella
sera, un alter ego nel quale specchiarsi, oppure un artista "puro",
un pezzo incontaminato dell’anima che gli è sempre mancato, una
costola regalata alla società in qualche parte dell’adolescenza.
Da sempre, l'ex Swans esplora i lati oscuri e le zone d’ombra dell’anima,
ma la sua è pur sempre un'analisi colta, da figlio d'artisti, uomo che
ha imparato e visto, e così la sua musica: prodotto di turbamenti emotivi
e di costruzioni della mente, di bios e di logos.
In fin dei conti, per Gira l'espressione artistica è venuta "da
fuori" prima che "da dentro", mentre per Devandra sembra vero
il contrario. Il folk singer pare colato in uno stampino di malata marzianità,
un disagio non catalogato nelle liste di psicologi e analisti.
Il campionario può essere lungo: pazzo, schizofrenico, morboso, psicopatico,
destrutturato, autistico, masochista …o semplicemente unico. Devandra è un
cantante di strada, sopra le righe, refrattario a qualsiasi estetica che non
sia la modulazione della sua stessa voce. Non stupisce che ricordi le take
1 delle registrazioni di Barrett, quelle dove l'ex Pink Floyd
canta al vuoto, con la chitarra come unica compagna.
È dunque un gioco di stanze, di mura senza finestre e di geishe orientali
che servono sushi ripieni di funghi magici, la magia, l'empatica dialettica tra
i due, che si osservano l’uno di fronte all’altro, il primo seduto
a un tavolino nell’angolo e l’altro che sbuca dalla finestra tra
la cucina e la sala ristorante.
La successione degli eventi è tragica: Hagar e compagni, infastiditi
dallo strazio musicale, inseriscono un gettone nel juke box, mettono 5150,
un vecchio cavallo di battaglia dei Van Halen e, a quel punto, accade il temibile:
il minuto folkster sputa nel piatto del rocker e, non contento, tenta di ripetere
il gesto in faccia a Hagar, lo manca, e bagna un energumeno dalla lunga criniera
bionda…
Quella sera finì come ci si può aspettare, specie a Los Angeles.
Ma… tutto il male, si sa, non viene per nuocere, tant’è che
Mike, riportando il malconcio texano a casa, si offre di produrgli un album.
Devendra, neanche a dirlo, affronterà la nuova sfida con totale nonchalance…ma
anche questa è un’altra storia.
Scheda: Devendra Banhart
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