Turn on
Pubblicazione 25 Giugno 2012

Krewella

Dubstep pornography

L'hype sul nuovo nome mainstream dubstep costringe a prendere posizione di fronte a un fenomeno in espansione: la drop culture e il sottile confine tra esplicito e pornografia musicale.
Krewella
2012

È sempre amaro constatare come le mosse più artisticamente dissacranti e nocive siano anche quelle che riscuotano maggior successo, e ve lo dice uno che rideva compiaciuto e beffardo quando l'anno scorso si accusava (senza fondamento) Katy B di mercificazione della materia dubstep. Nell'anno dei tre grammy a Skrillex, della nuova generazione brostep, della definitiva conquista del mainstream e della diffusione dei tag più strambi (abbiam voluto fermarci prima di thugstep e illstep), va bene togliersi il cappello per i risultati ottenuti in termini di diffusione (e lo abbiam fatto), ma tocca tracciare alcune nuove linee di confine.

La verità è che questa nuova cosa non è solo distante anni luce dal vero dubstep (cosa ormai ovvia), ma si discosta anche dal mainstream stesso, col quale non condivide le intenzioni di alleggerimento, semplificazione e allargamento della base di fruibilità, cosa che può ancora esser fatta con qualità: al contrario, la drop culture non può esser misurata sotto nessun criterio qualitativo (prevale chi ha il drop più grosso? Chi lo infila nel posto più giusto?) e resta solo un calderone di espedienti hardcore studiati per scatenarsi nei club o nei concerti, un indistinto magma di facili meccanismi di stomaco che, una volta sottoposti alla prova d'ascolto, perdono ogni appeal: meri mezzi circostanziati alle dinamiche da sballo, prodotti esclusivamente a questo scopo.

Da Chicago arrivano ora i Krewella, spottati dalla premiere sul Rolling Stone magazine e dotati della lineup perfetta, due sorelle civettuole a dispensare vocal femminili e un producer ghetto-style a lanciare bombe 'ardkore. Basta l'EP di debutto Play Hard per smascherare tutti i limiti di un sound iper-riciclato, fondato su sonorità prese in prestito da altrove e sottoposto a un incestuoso taglia-incolla, che mette in mezzo ad ogni traccia due o tre refrain di drop, annegando la piattezza nello sballo. Stavolta il background di partenza non è il metal di Skrillex o Borgore ma sembra esser più l'hip-hop (il cantato nella loro hit Killin' It) e l'eredità dei '90 eurodance (Feel Me e Alive, nel voler seguire l'onda di Katy B, in realtà sono puro revival commerciale), e i drop raramente son stati tanto fuori posto prima d'ora, buttati lì per caso in un brano dalle buone potenzialità pop come Play Hard (come se non esistessero alternative) o addirittura appiccicati su Can't Control Myself (la riscoperta dei La Bouche) con una pigrizia di missaggio imbarazzante, che non prova nemmeno ad adeguarsi al pattern della canzone.

Allora il trucco è platealmente svelato e queste non son più canzoni ma riempitivi d'attesa che danno l'assist al drop, per far scatenare in un surrogato di 'ardkore chi non ha orecchie per sentire differenze di spirito e contenuti. Adrenalina per cavalli da corsa. È contro a tutto questo, e non semplicemente per rancore verso i Krewella, che la comunità elettronica prende oggi una posizione netta: contro un modo di far musica che rifiuta in modo programmatico e convinto dignità e valori, vomitando stimoli espliciti come fosse pornografia a budget ridotto. Qui il pericolo non è che tutto si riduca a "una sfida a chi piscia più lontano", per dirla con le parole di James Blake. Qui si vuole evitare che il clubbing del prossimo futuro sia una cumshot compilation.

Scheda: Krewella

copertina pdf #104