L’arte degli Autechre prende forma in una placenta bionica che non conosce l’oralità, un mondo aut-istico (come disse Reynolds) col pallino del mai sentito prima. Un luogo senza tempo, una forma dai molteplici contenuti, un contorno osservato da più angolazioni differenti.
Nelle parole dei suoi stessi costruttori, il pianeta sonoro in questione è un libero fluire, nel quale l’ascoltatore s’immerge e galleggia senza essere in grado d’attaccarsi a nulla, ma è anche, a nostro avviso, un mondo fatto di puzzle, rebus, macchine elettroniche da smontare. Un caleidoscopio d’enti astratti attorno ai quali la mente formula i propri enigmi, costruendo e poi smontando teoremi, improvvisando o usando strategie. L’ascolto degli Autechre è perciò soggetto dinamiche d’attrazione e repulsione continue, sempre sul punto di spezzarsi.
Ogni qual volta l’arguto uditore pensa d’aver trovato un habitat, una chiave di lettura, ecco che tutto viene smontato, come giocattoli lasciati rotti sul pavimento, simboli di quel qualcosa che non può essere razionalizzato e compreso. Segni che solo i sensi possono decifrare, nella consapevolezza che non è necessario capire tutto, ma sentire quel che c’è.
I futuri artigiani elettronici si chiamano Sean Booth e Rob Brown, due ragazzi di Manchester che s’incontrano grazie ad un amico comune nel 1987 all’età di 15 e 17 anni. All’epoca sono due b-boys dal cavallo all’altezza delle ginocchia, intrisi di sottocultura hip-Hop: le notti trascorse tra bombolette e disegni dai tratti contorti, i giorni tra salti con la BMX e qualche avvitamento breakdance. La musica ce n’è molta e più che ascolto da camera da letto è roba tosta, radicata nel suburbano, suonata a tutto volume fuori dai negozi e sulla strada; un suono sociale insomma, in tutto e per tutto legato alla “people from the block”, la gente del quartiere. Africa Bambaataa, Grandmaster Flash, il Bass di Miami, sono questi i primi ascolti, poi arrivano Meat Beat Manifesto e Renegade Soundwave e infine l’acid house. Proprio quest’ultimo genere è alla base della nascita degli Autechre, difficile immaginare il sound del gruppo senza l’approccio aut di tanta musica discotecara.
Sia Sean sia Rob sperimentano strumenti elettronici nell’adolescenza: il primo riceve dal nonno un mixer video e poi un Casio sampler, il secondo una roland 606. Verso la fine degli anni ottanta, sono gli strumenti che servono per i primi esperimenti: fusioni tra le nascenti sonorità acide e l’hip hop, suoni crossover tra il mondo bianco della working class anglosassone e la rabbia settaria di quello nero.
Il primo lavoro compiuto non tarda ad arrivare: è il tardo 1991 quando esce il singolo Cavity Job sotto il nome di M.Y.S.L.B. Productions. Sfortunatamente, Sean e Rob sono presi in giro dalla casa discografica che li scarica senza tante storie. Il duo non si arrende e, forte del successo degli LFO della vicina Leed, bussa alle porte della Warp che, 12 mesi dopo, li ricompensa inserendoli, assieme tra gli altri a Black Dog e Aphex Twin, nella compilation Artificial Intelligence (Warp, 1992)
La raccolta segna l’inizio dell’“intelligent techno” movement, trovata infame di alcuni giornalisti anglosassoni per demarcare una netta linea di confine tra la “gretta” musica dei rave e gli scissionisti della sottocultura intellettuale. Gli autechre, da parte loro, non si cureranno mai di nessuno, approfitteranno dei trend per poter sperimentare in totale autonomia, cogliendo occasioni commerciali unicamente al fine d’escogitare nuovi approcci. Tra tutti, il duo di Manchester si dimostrerà il più metodico, quello che ha speso maggior tempo con sofisticati sequencer, computer e drum machine, cercando ogni volta di proporre qualcosa di mai sentito prima.
Scheda: Autechre