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Pubblicazione 07 Maggio 2008

Cesare Basile

Andirivieni di un invincibile

Viaggi d’andata, ritorni necessari. Un rock che non trova sbocco né requie né stabilità. Finché non si scopre una strada dentro, vicino a quel luogo chiamato casa. Catania, a dirla tutta. Dove finalmente Cesare Basile può iniziare a sgranare il rosario di una liturgia cruda e – se possibile – consolatoria.
Cesare Basile
2008

Quando capiterà - e so che prima o poi capiterà - chiederò a Cesare Basile alcune cose. Come si sente, innanzitutto. Poi, ad esempio, se crede che un disco possa ancora inquietare, scuotere l'anima, metterla all'angolo, farle del bene. Oppure gli chiederei se la Sicilia è oggi per lui più un alibi o il guinzaglio che gli permette di strattonare un desiderio selvatico di libertà, di giustizia, di normalità. Ma normalità che non significhi quiete, la banale epifania del conformismo, del vivere comodo su quel dolore soffocato che così bene riusciamo a non sentire. Da buoni spettatori. Con l'insensibilità che ogni giorno ci vaccina i sensi, l'anima, il cuore. Sconfitti sedentari, flemmatici per abulia e non per dignità. 

A Cesare inoltre domanderei: sai che questo tuo sdegno per la pigrizia emotiva è lo stesso declamato da Erri De Luca nel suo recente spettacolo Chisciotte e gli invincibili? Scrittori che recitano e cantano: la cosa non ci stupisce più. Ma a Cesare lo farei notare, perché quel suo fare rock sia pure americano fin dentro le ossa tradisce una inguaribile propensione - me lo permetta - cantautoriale, somigliando talora ad un diversivo, alla via di fuga di uno scrittore mancato. Ma lasciamo stare, che è argomento ozioso e non è tempo, non è il caso, di oziare.

Semmai sarebbe il caso di domandare, con fare un po' dylaniano, come si sentì Cesare – “how does it feel?” - durante i suoi tanti trasferimenti. Se era più la sofferenza o il sollievo o l'ansia eccitata di esperienze nuove, quando sul finire degli Ottanta lasciò dietro di sé Catania e l'avventura Candida Lilith – il suo primo importante gruppo - per Roma e i Kim Squad, altra città altra band. Eppoi, ancora, il ritorno a Catania e i Quartered Shadows, rispettivamente rampa di lancio e carburante per decollare su Berlino, dove stava accadendo in pratica la Storia e il rock sembrava voler lasciarci un'impronta importante. 

Imperversavano i Novanta, i Quartered Shadows apparivano lanciati ma dopo il secondo album non riuscirono a tenersi assieme. E quindi altra città – ancora Catania - ma nessun'altra band. Come si sentì, Cesare, durante quell'ennesimo ritorno? Questa forse la domanda più importante. Perché in quel ritorno nasceva un cantautore rock di razza. Che avrebbe debuttato con La Pelle (Lollypop, 1994), appassionata processione di sgarberie lancinanti e dolceagre. Le coordinate c'erano già tutte, blues, folk e rock usciti dalla pancia di quel mostriciattolo che ci portiamo dentro e che a volte parla con parole indimenticabili (dal suono indimenticabile). Come ben sanno i Waits e i Dylan, i Cave e i Lanegan.

Ci sarebbero voluti quattro anni per dargli un seguito, quello Stereoscope (Blackout / Mercury, 1998) che pur allentando la tensione non uscì di troppo dalla cerchia d’apprezzamento dei fan. Nessuno stupore, eppure ci sarebbe un'altra domanda da fare, riguardo alla consistenza, al senso, al peso del proprio lavoro in rapporto a quello che il mondo ti riconosce.
Il mondo che non si scomoda troppo, né s'infastidisce, malgrado lo sguardo di Basile sempre più acuto e sferzante, sintesi cruda e spigolosa, atterrita e struggente: Closet Meraviglia (Viceversa / ExtraLabels, 2001) è il disco che lo proietta d'autorità nel ristretto novero degli autori rock nostrani, di quelli - e son pochi - che possono immischiarsi senza timore con calibri internazionali quali Hugo Race, senza contare i compatrioti Manuel Agnelli e Roy Paci.

Il solco era tracciato, non potevano più stupire album come Gran Calavera Elettrica (Mescal / Sony, 2003) e Hellequin Song (Mescal / Sony, 2006), non per l'intensità dei testi (al solito in inglese e in italiano) e delle musiche, non per un nome come John Parish alla produzione, poi ancora Agnelli e Race, Nada, Marta Collica, Lorenzo Corti... Una corte dei miracoli in piena regola, con al centro lui che intanto può permettersi di produrre lo straordinario Tutto l'amore che mi manca (On the Road Music Factory / Venus, 2004) di Nada, prove tecniche da grande vecchio del rock, pensa te, lui che sembra non esser mai stato giovane in quel circo cialtroncello e spietato.
Il 2008 ci porta il sesto titolo solista di Basile, Storia di Caino (in recensioni), la sua implosione in una maturità cantautoriale che non teme di rivelarsi come figlia irrequieta e forse un po' avariata dei De André e dei Ciampi, incrociando voce e chitarre con Robert Fisher dei Willard Grant Conspiracy. Per cui ecco, vedete, alla fine non potrei fare a meno di chiedergli nuovamente: come ti senti, Cesare? Per vedere se in risposta mi arriva il conforto di un mezzo sorriso.

copertina pdf #91