Direbbero le sagge che la femminilità è per prima cosa un’attitudine, uno stato della mente che solo in seguito si travasa nella dimensione fisica, nel dato esteriore. A sostegno della tesi, da sempre è diffusa nel cosiddetto “rock” una tendenza che oltrepassa le correnti sotterranee di una musica troppo spesso ed erroneamente etichettata come “maschile”, della quale spesso ha contribuito ad espandere i canoni. Da qualche tempo essa ha intrapreso strade sempre più sorprendenti, fino quasi a imporre una certa fatica per seguirla. Nello specifico vi proponiamo un trio d’esempi ai quali abbiamo cercato di spalancare i polmoni per decifrarne - nonostante la natura sfuggente - origini, forme e aspettative. Lo abbiamo inseguito, questo “sesto senso”, lungo le curve del retro-pop e dentro un cuore psichedelicamente agreste, salvo perderlo per qualche attimo e coglierlo mentre riaffiorava dai meandri di una “nuova onda al quadrato”.
Ognuno una sembianza della multiforme e imprevedibile sensibilità femminile, quell’estro inventivo che non puoi proprio attribuire a un maschio tanto è caratteristico: un lavoro di bulino e sottointesi che leva garbatamente di mezzo la competitività e il testosterone, le gare di muscoli e le scornate a chi è più bravo. E infine ti avvolge tra le sue spire e non ci pensi nemmeno per un secondo a tirartene fuori. Eccolo, il filo multicolore sotteso a queste storie di fanciulle (più relativi, talentuosi ragazzi: ma poiché siedono nel cono d’ombra, lì li lasceremo); uno snodarsi dall’interno di memorie storiche, musicali e biografiche che tocca anche la recente svolta psycho-vintage di Goldfrapp, l’amore per l’esplorazione connaturato ai Pram, il citazionismo divertito che Laetitia Sadier infonde nei Monade e l’austerità eretta da Colleen. Basta il dolce abbandono ai ricordi per unificare tutto in una sfoglia universale capace di farsi capire da chi possegga orecchie adatte. Questo è il trait d’union che ci ha colpito: uno spettro sereno di dolce malinconia che si spande nell’ambiente circostante e cui non si può evitare di abbandonarsi a prescindere dalle sue facce: il gotico sottile negli arpeggi ipnotici di Beach House, l’intarsio da casa delle bambole cui è intenta El Perro Del Mar e la jungla un po’ nevrotica abitata dalle Rings.
Modelli che indicano la stessa direzione pur prendendo le mosse da luoghi diversi (casomai servissero dei riferimenti generali per la mappa: Margo Guryan e Brian Wilson; Opal e Mazzy Star; Raincoats e Slits…), che si guardano indietro felicemente e recuperano una percezione del mondo estatica, fanciullesca, e per allestirla utilizzano con coerenza le rispettive epoche d’oro preferite. Ammantate da quella lieve polverina lasciata dal ricordo di ciò che è sfuggito e si può riavere solo sforzando la memoria, eccovi dunque alcune plausibili ipotesi di colonne sonore per un oggi “al femminile”. Che trascendono l’etichetta stessa e raccolgono forza da innumerevoli ieri, miniere così inesauribili che - se in possesso di personalità feconda - è possibile scavarvi e attingere all’infinito. E’ assodato, del resto, che le donne ne sappiano più del diavolo…
Si chiama Sarah Assbring. Di lei non si sanno molte cose. A partire dall'età, come è giusto che sia. Sappiamo però che vive a Gothenburg, città svedese dall'autorevole tradizione universitaria. Che il suo primo amore fu la pittura. Che ha studiato pianoforte, tanto da meritarsi un ingaggio nell'orchestra sinfonica cittadina. Che, ovviamente, sa leggere benissimo lo spartito, ma preferisce suonare a orecchio. Che nel '96 è entrata in una band, gli Aquadays, in qualità di vocalist, ma se n'è andata dopo un paio d'anni perché alla fine quel che più le interessava e le interessa è interpretare le proprie cose. Più o meno in quel periodo s'innamora di Philip, assieme al quale acquista uno stabilimento in disuso per allestirvi pezzo dopo pezzo uno studio di registrazione, che diventa il suo quartier generale, l'ufficio dove ama applicare il celebre "metodo Nick Cave" alle intuizioni estemporanee catturate nel fido notebook. Un impasto di immediatezza e professionalità - “il mio è un lavoro artistico, ma è il mio lavoro”, ebbe a dichiarare - cui fa eco il programmatico doppio gioco delle composizioni: un'inquietudine per ogni incanto, strani tremori sotto la pelle fatata. Confezionando il tutto in splendida e fiera autarchia. Non che ci fosse molto da suonare: chitarra, qualche tastiera, tamburelli e clap-hands, canto e controcanto sono gli ingredienti base, con poche variazioni. Tuttavia, in quell'inizio di millennio la scintilla tarda ad arrivare. Il gioco resta un gioco da tenere nel cofanetto dei vorrei-ma-non-posso.
Finché, anno 2003, accade quel che più o meno simbolicamente provoca il cambio di marcia: l'incontro con un cane vagabondo in una spiaggia spagnola. Quel cane diventa il suo cane nonché lo spunto per la ragione sociale dell'avventura solistica: El Perro Del Mar, dizione spagnola per "il cane del mare". Tra il 2004 e il 2005 fioccano gli EP, licenziati in formato mp3 su cd-r per la label svedese Hybris, poi raccolti in Look! It's El Perro Del Mar (2006) per i tipi dell'inglese Memphis Industries. Album piuttosto bello, a tratti bellissimo, parzialmente sconfessato da Sarah che si ostina a non considerarlo come il proprio esordio ma appunto la raccolta di quanto fin lì conseguito. Un fascino fragile e inquietante aleggia in ogni canzone, pochi accordi e soffice austerity, omeopatie folk-errebì tra nebbioline dolciastre e languido disincanto, una gelatina franca, irreale, semplice ma inspiegabilmente complessa, sorta di metalinguaggio che suggerisce meno accessibili e più cupi sconvolgimenti. Tu chiamalo se vuoi twee pop, ma occhio al ripieno intossicato! Ecco dunque fantasmi Beach Boys via Bee Gees in I Can't Talk About It, festoni di carta velina ritagliati dai Belle And Sebastian nella saltellante It's All Good, madreperlaceo struggimento Dead Can Dance a lambire la mestizia sbarazzina à la Apple In Stereo di Dog, quindi gli abbandoni soul-errebì (God Knows), assottigliamenti vocali quasi Kate Bush (The Loneliness), certi tremori imbronciati come la Cindy Lauper più malinconica (Sad). Una calligrafia sfuggente eppure incisiva, stato di apprensione assolto da pose accomodanti che consolano e quasi seducono, poco prima di spaesarti cogli indolenzimenti fiabeschi e l'implume psichedelia.
La ragazza è pronta a fare sul serio. Anche le frequentazioni iniziano a farsi "rumorose", Jens Lekman da una parte, José Gonzalez dall'altra, i Radio Dept nel mezzo, tipi diversissimi coi quali condivide tour fortunati, malgrado alla ragazza la dimensione live non sfagioli più di tanto. Intanto però stana i palchi di mezza Europa, straccia cuori in Brasile, gira gli States in lungo e in largo. E le nuove canzoni che gli formicolano in testa, premono per uscire, rendendo febbricitante l'attesa per l'agognato ritorno al nido-studio. Dove dare forma, covare. Infine, ed eccoci all’altro ieri, arriva il contratto con la Licking Fingers, l'etichetta dei Concretes. Quindi il secondo album From The Valley To The Stars (recensito nel #40), che se preferite potete considerare l'esordio vero. Impreziosito di effluvi orchestrali che glassano misteri sempre più obliqui, con le astrazioni vellutate a stemperare una scrittura sempre prodigiosamente vivida, voglia di pop che non conosce sforzo né quiete né serenità. Sarah, ninfa tenace dalla tenerezza marmorina, sembra prometterci che i trastulli sono appena iniziati. Bontà sua. (SS)
Victoria Legrand ha lo sguardo vitreo e sottile di chi sa il fatto suo e soprattutto una voce, che è al tempo stesso marmorea e calda, tranquilla e timorosa. Victoria è come una mamma che ti racconta le favole per farti addormentare o viceversa come l’amante che ti lascia con due sole parole e la portiera dell’auto spalancata mentre fuori piove. I Beach House sono il romantico duo che Victoria condivide con Alex Scally, vengono da Baltimora e continuano una tradizione assai felice di coppie musicali sognatrici e psichedelicamente psicologiche. Come paragoni più plausibili mettete nel conto soprattutto i vecchi Opal e i successivi Mazzy Star se proprio non volete ridurvi a considerare cose al limite del trash come Roxette o i nostri (e mitologici) Jalisse di sanremese memoria. La formula è standard: lui suona la chitarra, lei canta. Nei Beach House però Victoria fa di più ed il suono della sua tastiera/organo regala carattere alla loro musica, nella stessa misura in cui l’organo di Manzarek qualificava il suono dei Doors.
“Abbiamo formato i Beach House quando mi sono trasferita a Baltimora. Suonavo già con Alex in un’altra band e quando ci siamo sciolti abbiamo continuato a suonare insieme. Ci troviamo molto bene con la formula del duo ragazzo-ragazza nonostante la mancanza di altri musicisti”. Victoria è una che si spiega bene e che sa esattamente come ottenere il suono che vuole per la musica dei Beach House: “Allo stato attuale abbiamo un mucchio di tastiere che abbiamo collezionato nel corso degli anni passati (compreso un Kimball Caravan, Yamaha PS-20 e un Korg Polyphonic Ensemble), quindi abbiamo usato sei diversi organi su questo disco e diverse tonalità su ciascun organo”. Devotion, uscito a fine febbraio su Carpark, era disponibile illegalmente sui circuiti peer to peer già da due mesi: “Quando hai un disco che viene diffuso illegalmente prima della sua uscita, per un momento ti senti male. Ti fa sentire come se qualcosa per cui hai lavorato così duramente è li fuori e ognuno può dirne qualcosa. Ti fa sentire poco al sicuro ma in questa epoca l’informazione ti gira costantemente intorno e bisogna accettarlo”.
Sul conto dei Beach House comunque tutto è già chiaro alla perfezione col primo disco. Un lavoro omonimo che data 2006 su Carpark e 2007 per Bella Union, che prontamente si affretta a ristamparlo: del resto come poteva un lavoro del genere non piacere a Robin Guthrie e soci? Registrato in appena un giorno e mezzo nel seminterrato di Victoria, il disco fa subito da manifesto per la proposta che unisce pop e psichedelia, sogno e realtà, estate e inverno, sorriso e pianto. La musica spesso si aggroviglia sulla forma di un carillon zuccherato e indolente su cui la chitarra di Alex può costruire le frasi che preferisce con la sua sognante steel guitar. Quella dei Beach House è una formula quanto mai semplice e minimale. Di fatto quel surplus di intensità che spesso tradisce deriva per lo più dalla performance di Victoria, ora apatica e fredda (Apple Orchard), ora ieratica e imperativa (Master Of None), ora confidenziale e intima (Lovelier Girl). Lei cita Dusty Springfield e Karen Carpenter tra le sue maggiori influenze. La stampa in generale le affibbia sin da subito il paragone ingombrante di Nico. Lei del resto non ha il classico background da indie girl d’oltreoceano. E’ nata in Francia e ha studiato teatro, pianoforte e canto fin dall’età di sei anni. Un addestramento che le ha consentito “di poter controllare forza e rabbia, per questo sono grata agli studi di piano”.
Devotion, il difficile e attesissimo secondo disco della coppia, uscito a fine febbraio (recensito nel #40), conferma ulteriormente la stazza compositiva dei due, sebbene il peso specifico della band, particolarmente in fase compositiva, continui a poggiare soprattutto sulle spalle di lei. “Ho come la sensazione di aver cantato poco sul primo disco. Su questo c’è una dose maggiore di parole e molta più emozione sotto tutti i punti di vista. Gila (il primo singolo estratto dal disco), ad esempio, è una canzone strana. A me sembra che sia la canzone più pop che abbiamo scritto, ma è ancora strana e bruciante. Quando abbiamo aggiunto le parti di chitarra, abbiamo avuto subito la sensazione che sarebbe stata una buona canzone”. Un disco, Devotion, molto più maturo e meditato del predecessore. Un lavoro anche più sereno e solare. Forse la stagione invernale può davvero dirsi conclusa e le riviere balneari potranno tornare a ripopolarsi. “Inizialmente volevamo chiamarci “Beach House Of The Moon”, ma abbiamo pensato che era troppo lungo. Sono sempre stata invidiosa delle band con nomi concisi ma al tempo stesso perfettamente calzanti. Beach House ci sembrò poi un buon compromesso.” (AC)
Tutto quello di cui avrete bisogno per essere conquistati è l’ascolto di Black Habit (recensito nel #40): basterà aggiungere solo un pizzico di pazienza, requisito poco adatto a quest’epoca così “mordi & fuggi”. Servono più passaggi del solito affinché questa specie di arguta revisione delle Slits mature entri in testa; una volta fatte accomodare, però, non se ne andranno più, lasciando stupefatti e confusi a riflettere su cosa stia accadendo. Entusiasmanti nella stessa misura in cui sulle prime snervano, le signorine sono altrettanto sfuggenti e difficili da incasellare. Il trio che oggi si chiama The Rings ha recapitato uno tra i lavori più interessanti di questo inizio 2008: un disco che non ha timore di mostrare i debiti verso il passato nel momento esatto in cui ne immagina la modernizzazione, venendo a capo del problema senza forzature o teorie astruse e facendo intuire future sorprese dalle sue ideatrici. Le incontrammo una prima volta nella tarda primavera del 2006 come First Nation sull’omonimo esordio edito dalla Paw Tracks, etichetta gestita dagli Animal Collective che tuttora le pubblica. Su di esso ci pronunciammo con moderazione, non frutto di prudenza e diffidenza eccessive, perché il tornarci sopra ha confermato le impressioni che furono. Brani squisiti come la medio orientale You Can Be e una Child’s Eyes colma d’atmosfere Young Marble Giants si alternavano a episodi più sfilacciati e acerbi; si avvertiva il bisogno di tirare le fila di un discorso promettente e per questo attendevamo le ragazze al varco. Qualsiasi perplessità è stata infine spazzate via lo scorso gennaio, dopo una crisi interna superata rimescolando l’organico e aver invocato l’aiuto di una Kristin Anna Valtysdottir fresca d’uscita dai Mùm. Dalle fatiche in uno studio di registrazione del Kentucky la formazione è uscita con Black Habit, album che pretende attenzione poi ripagata con formidabili interessi: è un gomitolo sbrogliato con cadenze lente, appropriate al registro che evoca, quello di una corda tesa tra sogno e concretezza che congiungere terra e cielo. Ecco i pensieri e le parole di un terzo del democratico ensemble, Nina Mehta.
Nina, com’è che vi siete incontrate e avete deciso di formare un gruppo?
Siamo amiche, per prima cosa. Io e Kate Rosko ci siamo conosciute al primo anno di college: andavamo ai concerti e frequentavamo gente che suonava. Poi, un giorno di quattro anni fa Melissa Livaudais si unì a noi e decidemmo di fare le cose più seriamente. Ci chiamammo First Nation, andammo in tour, pubblicammo un 7” e un lp, dopo di che Melissa se ne andò per dedicarsi al suo progetto Telepathe. Kate ed io proseguimmo da sole ma mancava quell’energia cui eravamo abituate: Abby Portner era nostra amica, il tassello mancante.
E’ per questo motivo che avete cambiato nome?
Il cambio di nome riflette senz’altro le modifiche di cui sopra. Inoltre non mi sono mai sentita a mio agio come First Nation. Studio antropologia e ognuna di noi è interessata al modo in cui le persone scelgono di identificarsi e rappresentarsi. Il termine “prima nazione” era usato dagli aborigeni canadesi per rivendicare una politica e una cultura autonome. Non abbiamo mai avuto intenzione di appropriarci del suo significato, casomai pensavamo che potesse essere un modo per suscitare consapevolezza, per stimolare il dialogo. Comunque ci siamo presto rese conto che non faceva per noi: Rings avrebbe dovuto essere il titolo del nuovo lp e descriveva al meglio il rapporto che ci lega, che muove il nostro fare musica. Per come la vediamo noi, possiede una connotazione spirituale e politica molto più aperta…
Il nuovo album segna un notevole progresso rispetto all’esordio: che ruolo ha avuto Kristin Valsdottir in questo progresso?
Desideriamo sempre che ogni nuova canzone o disco mostrino un progresso. E’ stato splendido lavorare con Kristin: è estremamente professionale ma anche personale, ci ha messo a nostro agio e s’è sforzata di capire ciò che volevamo. Ci ha anche aiutato a trasporre meglio in realtà suoni e idee, suggerendo e aggiungendo coloriture alle sonorità del disco. Con lei abbiamo appreso moltissimo su come si registra e si produce.
In effetti non ci sono somiglianze col suo ex gruppo Mùm, sebbene il suono sia adesso più “vivace”; oltre a ciò, si percepisce uno scarto rispetto all’influenza Slits: sono certo che conosciate The Return Of Giant Slits, dato che spesso ne sembrate una versione moderna…
Adoro le Slits, ma non credo che ci abbiano influenzato direttamente. Sono cresciuta ascoltando punk e la sera esco a ballare nei club reggae… Ari Up faceva la stessa cosa: forse è questo.
Che rapporto avete col passato? Sembra che oggi non esista sistema migliore per fare musica interessante che ispirarsi ai nostri ieri e infondergli nuova vita.
La musica può davvero abbattere le barriere spazio-temporali. Per cui è importante ispirarsi a epoche e luoghi diversi, compreso l’oggi… però non è che stiamo sedute a pensare come scrivere canzoni da “girl group” anni ’60 o a quanto sarebbe bella una struttura minimale. E’ fuor di dubbio che i dischi presenti sui miei scaffali appartengano a diverse ere e stili che sono parte del mio retaggio. Uno stato di cose che viene naturalmente esasperato da internet e dall’accessibilità a tantissime musiche: il mio Ipod mescola roba etiope del 1979 al rap contemporaneo dei profughi somali. Perciò prendiamo tutte queste intuizioni che si sentono nell’attualità e le colleghiamo a cose vecchie… le connessioni sono essenziali nella musica ma per noi non sono derivative, semmai suggerite da altri luoghi e tempi.
C’è una sorta di continuo equilibrio che si risolve positivamente nella vostra musica: tecnologia e tribalismo, infantile e adulto, caos e ordine. Credo che prendiate da lì la forza.
Grazie. In effetti cerchiamo sempre di equilibrare elementi diversi: dentro, attorno e tra di noi…
E’ difficile rendere il vostro suono così stratificato dal vivo?
Sì, è faticoso, dal momento che la nostra musica deriva fortemente dallo stare a stretto contatto l’una con l’altra. Non è semplice aggiungere altre persone, però ce la stiamo mettendo tutta.
Possiamo aspettarci una visita nel nostro paese, allora…
Siamo molto interessate ad allargare la nostra cerchia di interessi, a migliorarci come artiste e comunicatrici. Speriamo di poterlo fare in più luoghi possibile e anche in Italia, certo.
Nell’attesa di saggiare le ragazze nella dimensione “live”, Black Habit seguita a crescere prenotando da ora una seggiola nella playlist di fine anno; c’era probabilmente da aspettarselo a giudicare dalla statura poco pretenziosa, tuttavia ricca di argomentazioni e perspicacia, delle sue artefici. Difficile allo stesso modo poter dire cosa accadrà al prossimo appuntamento con loro, ma per loro the present looks bright, senza dubbio alcuno. (GT)
Scheda: Rings, Beach House, El Perro Del Mar
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