Altro che nominare baronetto Mick Jagger! Avrebbero dovuto insignire di tale carica John Ravenscroft per i suoi infiniti servigi al mondo della musica. Nell’ipotesi che chi scrive si sia perso qualcosa e l’onorificenza sia stata elargita post mortem, fate qualche conteggio e vi renderete conto quante poche volte Mr. Peel si sia sbagliato in quei quattro decenni troppo presto stroncati. Uno capace quasi come nessuno di anticipare le mode - e così agendo inventarle - intanto che dei tempi afferrava il significato intimo racchiuso nelle canzoni. Uno capace di passare dai Fairport Convention ai Napalm Death per tramite dei Fall: bastava possedere inventiva e argomenti da sfoggiare e lui ti avrebbe trovato spazio (perfino i nostrani Uzeda lo visitarono per incidere una session.)
La spieghi così l’adorazione espressa a colpi di lodi e panegirici per dei figuri torvi e dallo sguardo sempre un po’ assente, tranne quando si trovavano a calcare un palco o incidere un disco. Perché i Gallon Drunk non puoi che immaginarli a fornire colonne sonore a un plausibile Ellroy d’Albione, seduto in qualche malfamato pub di Camden Town in attesa che lo raggiunga l’equivalente “fish & chips” di Tarantino per sceneggiare la cattiveria che abita i vicoli fuori dalla porta di casa. Un’America malsana e sommersa, insomma, però interpretata da questo lato dell’Atlantico e senza freddezza o distacco. Sul serio tanto bravi quanto sfortunati James Johnston e la sua ghenga, calpestati dal grunge in pieno deflagrare e dalla risposta nazionalistica del britpop; e dire che non avevano nulla da invidiare ai maestri che fungevano loro da ispirazione, si chiamassero Birthday Party o Suicide, Cramps o Bo Diddley. Mancavano semmai l’appeal sexy alla Jonathan Spencer e quel pizzico di paillettes in omaggio per farne delle stelle, più attenti com’erano a capirsi col barista sulla marca di birra scura o accordare le chitarre vintage, issarsi in spalla l’amplificatore Vox e tornarsene a casa sotto la pioggia battente. Ce ne accorgemmo in pochi, ma se non ce li siamo levati dalla mente e dagli scaffali un motivo ci dovrà pur essere.
Grande dunque il piacere di riparlarne a un lustro dall’ultimo disco e ancor di più in termini positivi come da lungi non accadeva: ottima la forma artistica (per il resto giudicate voi…) del James, immarcescibile come la musica che ama e propone. Deve avergli forse giovato la ristampa avvenuta la scorsa estate su Sartorial dei primi tre lp firmati dal Gallone che, meritoria ben oltre il regolamentare codazzo di bonus, ha permesso al Nostro di rileggere un recente passato “classico” che trascende il mero stato di culto. Pare ieri che ha iniziato tanto suona ancora fresco, invece fanno vent’anni che lo stralunato Johnston, cantante e polistrumentista, si imbatte a Londra con l’alter ego Michael Delanian, allestisce incandescenti esibizioni live e si propone con quattrocento copie di un vinile formato 7” sul quale trovano posto i sudaticci contorcimenti garage-jazz di Snakepit e una Please Give Me Something tutta spasmi in derapata. Pochi minuti che palesano un duo perfettamente calato nel proprio tempo, attento a snobbare il revival calligrafico per indirizzare invece attenzioni e attitudine critica all’incrocio di stili. Anche nei momenti di maggiore appannamento le cose non cambieranno, così come funziona il collante fornito da una verve con pochi eguali e quei lampi di genio che conducono verso soluzioni inconsuete. Ne deriva una metamorfosi della tradizione confermata nel 45 giri seguente, navigazione tra flutti in cui si scampa d’un pelo il naufragio (Gallon Drunk: vanagloriosi come Diddley i ragazzi e ne hanno ben donde) e calci tirati ai Silver Apples in compagnia di Lux Interior (Ruby). La formazione si completa e decolla in modo definitivo con l’entrata del percussionista Joe Byfield e di Nick Coombes dietro a tamburi e piatti. L’apporto è reso di pubblico dominio nella junglistica Draggin’ Along e nell’inaudito, strepitoso surf sotto narcotici Miserlou che vanno a comporre il singolo numero tre.
A questo punto il buonsenso indurrebbe a sfruttare quel poco di successo e pubblicare un album ma figuriamoci, tocca spendere la seconda metà del ’91 a inseguire (con tutto quello che usciva, ricordate?) altri due piccoli vinili. Ambedue grandi, però, e degni della fatica ripagata col devastante voodoo The Last Gasp (Safty) e la rimbombante psicosi caveiana Some Fools Mess. Dal marasma organizzato sbucano - la differenza si gioca tutta lì: nel dettaglio rivelatore - piano e organo swinganti che si avvinghiano alla chitarra e non fanno prigionieri. In autunno i Gallon Drunk si persuadono finalmente a entrare in studio per lavorare al primo disco “lungo”. Il nuovo batterista Max Decharné è della partita e You, The Night…And The Music (Clawfist, 1992; 7.5/10) avvia l’annata col botto, di pochi mesi anticipato da quel Tonite…The Singles Bar (Clawfist, 1991; 7.6/10) che recupera tutta la manna di cui sopra dentro a una copertina ammiccante e ironicamente rétro. Attese per nulla tradite, dato che la mistura si è fatta ancor più inebriante tramite iniezioni di jazz malandato (Two Wings Mambo e la title track, una destrutturazione dell’arcinota Take Five) e filmiche cavalcate “noir”. Johnston passa dal ruolo di invasato a quello di seduttore (Just One More cita Io che non vivo di Pino Donaggio!), salta su un treno in accelerazione (Night Tide) e riporta in vita il cadavere di Presley (Eye Of The Storm), infine tortura un tema western con The Tornado.
Formidabile apertura, della quale in fondo poco si dubitava dati i precedenti, ma dalla quale ci si attendeva da lì in poi grandi cose grazie all’affiatamento ottenuto calcando ripetutamente i palchi d’Europa e pure l’America che è loro Musa ispiratrice. Provvede a fugare i residui dubbi il perfetto From The Heart Of Town (Clawfist, 1993; 7.8/10), opera ambiziosa e ciononostante poggiata su solide basi, forte di una calligrafia all’apice, produzione scintillante e ospiti di effettiva sostanza come Laetitia Sadier e il fiatista Terry Edwards. Terzo e pertanto difficile disco, si articola con classe ed estro tra archi agili e viluppi strumentali, ostentando con sfrontata eleganza un blues metropolitano che sa essere spasmodico e acido (Jake On The Make, Bedlam), negroide (End Of The Line, il rock & soul Arlington Road) e romanticamente debosciato (Not Before Time, Push The Boat Out). Alla fine compie il miracolo pagano di fare tutt’uno e cospargervi aromi aspri ma stordenti di falsa dolcezza (Loving Alone, You Should Be Ashamed) e oriente (Playing For Pleasure). Un poker di facciate da favola prive di bluff che aggiungono tre fumiganti brani prelevati da un Madison Square Garden in visibilio. Come la storia insegna, a un punto di arrivo corrispondono un declino, la fuga o il lento cadere. Qui si centrano i punti uno e due, per fortuna limitandosi a lambire il terzo: Johnston temporeggia entrando nei Bad Seeds (questione di affinità elettive, direbbe il poeta) e stampa l’interessante collaborazione col giallista Derek Raymond Dora Suarez (Clawfist, 1993; 6.8/10) mentre una serie di problemi si abbatte sulla band, da tutti creduta pronta a sedersi nell’olimpo a fianco dei signori Cave e Spencer.
Contratto bloccato e carte bollate spadroneggiano fino al 1995, quando fa la sua comparsa l’EP The Traitor’s Gate (Clawfist; 6.4/10) nel quale si perdono cocci e più che altro tenore alcolico. Recuperato almeno in parte da un rifinito (con gusto) e vistosamente annerito In The Long Still Night (City Slang, 1996; 7.2/10): nonostante l’impossibilità di offrire le medesime gozzoviglie di tre anni prima dice comunque la sua con voce stentorea, sfoggiando numerose testimonianze della recente militanza del leader, una blaxploitation maligna in Two Clear Eyes e la vigorosa ed elegante To Love Somebody che fu dei Bee Gees. Li reputavamo semplici colpi di coda, persuasi di dover archiviare in via definitiva la pratica, giacché la colonna sonora Black Milk (FM Records, 1999; 6.0/10) raccontava una modernità poco persuasiva, mentre il dilatato Fire Music (Sweet Nothing, 2002; 6.7/10) riproponeva ulteriore negritudine, deliziosa routine e una bella rilettura della dylaniana Series Of Dreams. Dissolvenza e silenzio rotti soltanto da un’antologia di poca utilità e dalle ristampe al contrario imprescindibili di cui sopra; poi, a fine 2007 ecco concretizzarsi il nuovo disco del quale erano trapelate notizie durante l’estate. The Rotten Mile (Fred, 2007; 7.4/10, in recensioni) è, senza tema di smentite, uno dei lavori più riusciti in un ambito inflazionato e tendente alla parodia - autoreferenziale e involontaria: il risultato non muta - com’è quello “street-garage-blues” e coloriti dintorni. Che vengono trascesi con swing, mestiere, ironia e veemenza assai poco addomesticata nonostante gli anni. Fa un figurone la penna di James, supportata a dovere dal nuovo bassista Simon Wring subentrato a Delanian, da un Edwards versatile come non mai - dodici battute devastate alla Stooges di Funhouse, ondeggiamenti al limite del psichedelico e latinismi doorsiani ne mostrano tutta la competenza a tastiere e sax - e il puntuale batterista Ian White (lo ricordavamo con l’ultima Lydia Lunch). Blues è il nome del gioco, declinato secondo la variante urbana odorosa di asfalto umido e gas di scarico, locali di terz’ordine e volti ambigui, sensualità e una The Shadow Of Your Smile da decadente crooner. Quaranta minuti che, quanto a livello esecutivo e compositivo, non sono affatto lontani da You, The Night…And The Music; tagliati su misura per malavitosi un po’ sentimentali, anche, di quelli che esistono soltanto nei film e ormai nemmeno più lì. Ti sei allontanato e smarrito, pal Jamie, ciò nonostante sai benissimo che il lupo perde il pelo ma non il vizio, e le budella della città che ci stai cantando sono ancora le stesse, molli e intasate di spazzatura. Sarà forse per questo che ci piacciono così tanto?
Scheda: Gallon Drunk
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