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Pubblicazione 01 Aprile 2008

Benga

DIY

La comunità electroheadz è in fibrillazione per il primo disco di Benga, più che un DJ un nerd che azzarda sensazioni persistenti, un substrato di horror-step decorato con visioni veloci, movimenti e scatti che passano dall’anima blues più nera alla velocità da dancefloor.
Benga
2008

Gli appassionati hanno rincorso i promo con offerte stratosferiche, l’hype in rete esplode con discussioni in acido, Gilles Peterson mette al primo posto nella playlist 2007 il suo inno dubstep Night, Laurent Garnier dice di amarlo, gli Hot Chip lo appoggiano a spada tratta: insomma la comunità electroheadz è in fibrillazione per il primo disco di Benga annunciato già da novembre scorso.

Il ragazzo arriva dalle scuderie della Big Apple e della Planet Mu, produttore dal 2002 di singoli e vinili colorati in edizione limitata, miscelatore di lacche su Tempa, alfiere della nuova black electro music tra jungle e dubstep, tra garage underground e grime oscuro. Più che un DJ, un nerd che dalla sua stanzetta spacca il culo ai produttori blasonati, con pochi trucchetti e il basilare software audio Fruity Loops. Il sogno di ogni ventunenne britannico, il DIY incarnato direttamente sulle strade piovose dello sprawl londinese (alla maniera del cyberpunk Gibson).

Le sue carte vincenti: la capacità di far pulsare i bassi quasi a livello infrasuono e di spostare improvvisamente l’attenzione dell’ascoltatore su melodie alla minimal-ambient, scardinare la serietà della scena con gesti inconsueti, variazioni di tempo e di stile che fanno pensare ad Amon Tobin o più recentemente alle tracce eclettiche e senza regole di Ricardo Villalobos e ai paesaggi astratti di Sasu Ripatti.

Se Burial con Untrue ha fatto uscire dall’anonimato una nuova cultura urbana, riempiendo le pagine e le classifiche dei giornali musicali, oggi Benga prosegue il cammino azzardando sensazioni persistenti, un substrato di horror-step decorato con visioni veloci, movimenti e scatti che passano dall’anima blues più nera alla velocità da dancefloor. Il passaggio dalla fiera ostentazione indie delle prime produzioni nascoste dalla nebbia eastlondinese all’orgoglio privo di autoreferenzialità e consapevole di poter connettersi con la tradizione nera del ritmo, sia essa jazz o house, sia Sun Ra che Detroit.

Il dubstep ritrova lo slancio degli esordi, connettendosi e confondendosi misteriosamente con il mood da club. Presto sentiremo in più di qualche set parlare la lingua del giovane guerriero africano. Il suo diario registra senza peli sulla lingua il cambiamento, già citato da numi tutelari, quali Erol Alkan, Pole, Mary Anne Hobbs, Skream e altri maestri del clubbing di classe. Benga inserisce la house nel dubstep, ed è già tempo di ridefinire i generi: da oggi andiamo di houstep. Lunga vita al samurai nero del break.

Scheda: Benga

copertina pdf #91