I Cosiddetti Contemporanei
Pubblicazione 05 Febbraio 2012

Strange Flowers, Tears Of Joy, Il Fieno, Paolo Andreoni, The PotT, Abiku, Electric Sheeps, My Terminal And The Trip

Re-boot #23

Il difficile ogni volta è trovare un denominatore comune. Esercizio ozioso: il rock emergente italiano è deliziosamente schizofrenico. E - soprattutto - sempre più vivo.
Abiku
2012

Da Taranto un duo dedito a cupezza cotta al fuoco denso e lento del trip-hop carburato dark-wave. Si chiamano Tears Of Joy, chitarra e voce per Vinz, voce e sintetizzatore per Joy, l'aura da coppia stilosamente maudit e tutto un romanticismo problematico più fascino che decadenza, cogliendo il baricentro espressivo da qualche parte tra Depeche Mode, Zola Jesus, Portishead e The Kills. L'enfasi brumosa di Dark House e l'electro-pop accigliato di Destroy All My Pains sono gli estremi emotivi di questo omonimo EP (Autoprodotto, 6.7/10) che ha tutta l'aria del classico antipasto. In attesa del piatto forte.

Il Fieno sono un quintetto da Milano col pallino del pop-rock guizzante, baldanzoso, allusivo, adrenalinico, coi neuroni comunque sempre accesi pur nella concitazione. Cinque le tracce dell'omonimo EP (Tomobiki, 6.4/10) a cui non si può rimproverare altro che una disarmante empatia in salsa british, retrogusto blasé vagamente Baustelle (Chetamina) ma soprattutto franchezza & freschezza Eighties (Cartolina) con vaghe venature malinconiche (Latito) e spasmi synth-wave (Fieno), la rotta puntata con decisione verso le playlist radiofoniche e vivaddio. Niente di trascendentale, ma ne sentiremo parlare, vedrete.

Abbandonato il tentativo psichedelico del precedente Vagina Mother, gli Strange Flowers voltano di nuovo pagina e nell'ultimo The Grace of Loosers (Autoprodotto, 6.0/10) si assestano con discreta disinvoltura tra mid-tempo rock’n’roll, ammiccamenti blues e melodie solari, a proprio agio tanto nei sixties di Beatles, Kinks e Who (A Million Words To Say), quanto nei novanta dell’ondata brit-pop (Evelyn’s Face). Manca però il giusto mordente, così come un’idea che faccia in qualche modo comunicare quelle sonorità con un presente fin troppo didascalico. Ed è tutto carino e al posto giusto, tanto che per qualcuno potrebbe suonare come la playlist di un allegro party-nostalgia per non fumatori… senza alcolici… alle quattro del pomeriggio.

Il cantautore Paolo Andreoni pubblica un secondo disco in bilico tra morbidezze acustiche e interferenze elettriche, dove la tradizione autoriale si impolvera di american-folk senza fissa dimora. Un nome che sia vento (Autoprodotto, 6.3/10) apre con il piglio romantico e maledetto di Amore amore amore, e sa riservare piccole sorprese – il beat spedito di Dal carcere o la rarefatta spazialità in Dimentica – per stabilizzarsi sulla calma pensierosa di brani più tradizionali (la deandreiana L’ultima parola), salvo poi rialzare la testa nelle orchestrazioni rock di Il ragazzo e la città. Veri protagonisti, nel bene e nel male, sono i testi: riflessioni ad alta voce, elucubrazioni amorose e un certo narrarsi allo specchio fanno emergere un ritratto sincero ma ancora poco carismatico.

Il progetto The PotT nasce a Torino nel 2009 come duo voce / sintetizzatori per evolversi successivamente in un quintetto dedito ad uno stoner elettronico metà Nine Inch Nails metà A Perfect Circle. La lunga gestazione del debutto si fa sentire sia nel bene che nel meno bene: la cura per gli arrangiamenti da una parte, l'urgenza espressiva sonnecchiante dall'altra. Se infatti To Those In The Eyes Of God (Sinusite Records, 6.6/10) gode di impeccabilità nella riproposizione delle estetiche care a Maynard e Reznor ( ascoltare il primo minuto di Intimacy non può non riportare la memoria a The Downward Spiral), manca d'impetuosità interpretativa, come se l'album sia stato steso più per omaggiare i propri beniamini tentando la via della fortuna che per una indomabile necessità espressiva. La palla ora passa ai The PotT ed a un prossimo disco auspicabilmente più "di getto".

I grossetani Abiku realizzano Technicolor (Autoproduzione, 7.0/10), il primo full length dopo tre EP in due anni di attività: un disco compatto, in cui melodie dream-pop e diapositive anni ottanta si sviluppano senza soluzione di continuità attraverso le dodici tracce. Il cantato serio e a tratti svogliato di Giacomo Barbagli alterna toni à la Baustelle per descrivere la quotidianità dei giovani di provincia (In nuova zelanda) alle nostalgie di un Cesare Cremonini dal cuore infranto (Studio System Blues). Giri di basso wave (Vieni e vivere con me), attacchi psichedelici (Canzone stilnovista) e di smithsiana memoria (Technicolor) fanno del disco un'esplicita dichiarazione d'amore (il richiamo ai My Bloody Valentine di When you sleep nel sottotitolo di Vieni a vivere con me - Quando ti addormenti - non passa inosservato) verso un genere, lo shoegaze, ben reinterpretato in chiave nostrana.

I pisani Electric Sheeps ci trascinano fin dal primo ascolto, con le cinque tracce del loro omonimo Ep (Phonarchia Produzioni, 6.2/10), in un bel territorio blues elettrico, disegnando la mappa di una provincia immaginaria e stereotipata costellata di bar, guai, whiskey, donne, ribellioni & spacconerie da cowboy: il tutto supportato da sonorità sì convenzionali, ma robustissime e convincenti. La voce di Salvatore Di Stefano sciorina liriche in italiano che si vorrebbero corrosive (‘lavoreremo per pagare multe, e suderemo per un filo d’erba, yeah, uah’), ma che invece cadono spesso nel cliché (‘posso averti per favore, posso avere il tuo sapore, eah, uh’) con un timbro che impasta Eddie Vedder con Luciano Ligabue. L’originalità non è un obbligo e ‘cercare il proprio suono’ nemmeno: gli Electric Sheeps ne sembrano coscienti: il loro blues è potente, entusiasmante e ben suonato, i pezzi ben strutturati e magnificamente prodotti: e a volte basta questo per far ripartire l’ascolto.

Titolare del moniker My Terminal And The Trip è Carlo Baldini, che rivendicando il proprio spirito DIY (attenzione però, che non diventi sciatteria), nella mansarda di casa confeziona 13 tracce di electro-darkwave ortodosso in area Gary Numan/London After Midnight (il Nostro citerebbe anche gli Have A Nice Life, ma è un’influenza meno percepibile). Pianoforti malinconici, chitarre riverberate presettate sul sound sopraccitato, synth a profusione e un cantato in stile, rigorosamente confinato su registri baritonali, rendono Behind The Black Curtain (Marylebone Records, 6.0/10) un prodotto che i cultori del genere potranno sommare al proprio catalogo, se disposti a soprassedere su alcuni limiti vocali. Le intenzioni però sono buone, e si fanno apprezzare particolarmente nei passaggi più wave di Depths e The Ties That Blind, di una spanna sopra la media del disco.

copertina pdf #91