Drop Out
Pubblicazione 23 Gennaio 2012

Miro Sassolini

La parola alla voce

Tre album coi Diaframma che scrivono pagine indelebili di new wave italiana in italiano. Poi un percorso defilato ma per nulla in disarmo. E il ritorno sulle scene. Intervista a Miro Sassolini.
Miro Sassolini
Angelo Gambetta 2011

Ad inizio 2012 nel giro di pochi giorni escono i nuovi lavori di Litfiba, Diaframma e… Miro Sassolini. Se è una coincidenza, è di quelle che fanno pensare. È una coincidenza?

Vorrei aggiungere l’uscita dell’attesissimo cofanetto Disciplinatha Documentario, un vero e proprio evento. Per il resto, solo una coincidenza. Ne approfitto per fare una precisazione cui teniamo molto: Da qui a domani non è il mio (primo) disco solista. È il primo lavoro di Miro Sassolini e Monica Matticoli, insieme a Cristiano Santini e col decisivo apporto di Federico Bologna.

Hai dovuto triplicare il tuo profilo Facebook a causa del numero di richieste d'amicizia. Perché a tuo avviso intorno alla tua figura (e di Fiumani) c'è così tanto interesse anche e soprattutto da parte di ragazzi che all'epoca non erano ancora nati?

Non credo nel potere aggregante dei social network, preferisco di gran lunga certi blog. Questa tripletta non significa niente. Sinceramente, non giudico l’interesse verso la mia figura contando i contatti che ho su Facebook - altrimenti avrei un pubblico potenzialmente enorme, gigantesco. Non credo che un social network possa influenzare le persone fino a condizionarne i criteri di scelta: questo è quello che certi manipolatori della comunicazione vorrebbero farci credere; a mio parere, i parametri decisionali passano attraverso altri canali, spesso emozionali. Detto questo, che i ragazzi e le ragazze che hanno voglia di comprendere dimostrino la sete di conoscenza riempiendo i luoghi deputati alla musica live! esperienza diretta per eccellenza, e dimensione che mette a nudo ruoli e mostra linguaggi decifrabili: segnali che un social network non è capace di intercettare né tantomeno di trasmettere o, autenticamente, restituire.

Una domanda che - malgrado negli anni abbia ricevuto molte risposte - ha ancora senso porre: cosa c'era di così straordinario nella Firenze dei primi Ottanta da suonare affascinante ancora oggi?

Una generazione di uomini stanchi di lanciar pietre e urlare slogan alle manifestazioni, tolti gli eskimo polverosi, pochi soldi ma tante idee ed entusiasmo, volle capitalizzare le esperienze accumulate nel decennio precedente: scelse pertanto d’investire il proprio tempo su giovani talentuosi, affascinati da facili influenze esterofile. Altri arrivarono: qualche intenso viaggio a Londra, si presentarono poi in giacca e cravatta, pacchi di soldi in tasca da investire; molti di loro non erano fiorentini ma scelsero Firenze - la città aveva i connotati giusti: era fisiologicamente chic, colta e un po’ snob. Noi, i ragazzi di Firenze, eravamo pronti a prendere e prendemmo tutto perché tutto ci fu donato. Tutto o quasi. Il resto, lo scarto mancante, fu il nostro apporto: entusiasmo, passione, voglia di fare, creatività, talento e, soprattutto, un po’ di sana gavetta. Per come la vedo io, il rock italiano cantato in italiano è stata una grande scommessa, vinta.

Gli eventi dei club, le radio "libere", le etichette, le fanzine... Quanto è stato importante questo "humus" ambientale per le band fiorentine di allora?

Storicamente bisogna a mio parere collocare l’esplosione di questi fenomeni spontanei alla fine degli anni ‘70. In quel periodo nacquero radio libere; piccoli giornalini musicali stampati alla meno peggio (le fanzine); locali ricavati da circoli Arci, cantine e depositi alimentari; etichette indipendenti create dal niente. Quando mi sono messo in gioco tutto questo stava scomparendo. Per mia abitudine, cerco di vedere le cose da più punti di vista: l’humus di cui parli si stava già trasformando. Nel giro di un paio d’anni ho visto le fanzine trasformasi in veri e propri giornali, specializzati; le radio libere diventare network regionali; le etichette vendere i pupilli al miglior offerente; i locali (club) subire le forti influenze dalla politica del guadagno. Da un punto di vista strettamente commerciale questa evoluzione è stata provvidenziale: grazie alla capacità imprenditoriale di pochi, molti hanno tratto notevoli vantaggi.

Fra te e i Diaframma accadde l'incontro provvidenziale nel posto e nel tempo giusti. Come andò veramente?

La storia è arcinota, sul web la puoi trovare condita in tutte le salse. La voglio restituire così:  «Ho conosciuto Miro durante il servizio militare. Era un personaggio strano, un artista, in caserma faceva dei gorgheggi incredibili, mi intrigava moltissimo e quindi gli chiesi se avesse voluto entrare nei Diaframma»  (Federico Fiumani). Casualità, scelta, luoghi e tempi: tutto torna.

Quali erano i ruoli e i rapporti di forza nella band? In particolare, in cosa consisteva il tuo contributo?

Mi sento un creativo, un cercatore di emozioni. Ernesto De Pascale mi descrisse in un modo che ancora mi commuove: scomodo forse, specie quando l'omologazione sembra essere il decalogo di molti. In mezzo a un mondo di "specializzati" io ero riconosciuto e mi sentivo, e mi sento, un artista fuori da ogni schema. E il mio contributo rappresenta, o così mi auguro che sia, una sorta di valore aggiunto.

Qual è il vero motivo per cui hai lasciato i Diaframma?

Sono un uomo che canalizza tutti i suoi stati d'animo, quindi anche la parte più irrequieta. Un certo malessere covava in me da mesi, già da prima dell’uscita di Boxe. Durante il tour l’entusiasmo non bastava più, mancavano gli stimoli. Io, e forse anche Federico, eravamo due persone stanche, avevamo a mio parere bisogno di fare esperienze diverse: sentivo emergere quelle differenze che il successo in qualche modo aveva nascosto per tanto tempo. Era finita un’epoca di sogno.

Nei Novanta hai fatto un sacco di cose, lontano però dal mondo del rock. A parte il tentativo Van Der Bosch. Vuoi raccontare?

Questa è una domanda che avrebbe bisogno di un’intervista separata. Impossibile concentrare un periodo fondamentale della mia vita nello spazio di qualche riga. Destrutturare stratificazioni. Ricercare identità. Sperimentare gestazione e crescita. Sto consegnando ad una giornalista/scrittrice in erba questo arco di tempo fondamentale: se vorrete saperne di più basterà aspettare l’uscita del dossier. Una precisazione: sembra che la musica rock sia il centro del mio universo. Non è così, non è mai stato così. Definirmi un cantante rock è una semplificazione mediatica comoda e funzionale ad altri e ad altrui scopi, una generalizzazione che ritengo inadeguata a inquadrare me e, di conseguenza, il mio lavoro. Lo dico ancora e, spero, definitivamente: non mi sono mai allontanano dalla musica. Mi sono invece allontanato per varie ragioni dalle scene musicali: di conseguenza, i media hanno perso interesse nei confronti miei e del mio lavoro. Il che, te ne renderai conto, è cosa ben diversa! Perché l’ho fatto? Perché desideravo cercare uno spazio, biografico ed espressivo, in cui mettere la musica in condivisione con altri interessi: la contaminazione e la ricerca, non solo artistica, sono dinamiche che consiglio vivamente.

con Monica Matticoli
Miro Sassolini
Angelo Gambetta 2011
con Monica Matticoli

Nel '98 c'è stata anche la possibilità di un tuo ritorno nei Diaframma, purtroppo abortita. Com'è andata?

Tecnicamente doveva essere un lavoro una tantum: non lo chiamerei pertanto un “ritorno” ma una “reunion a tempo determinato”. I presupposti per fare un gran lavoro c’erano tutti, esistono le demo a conferma. Durante la lavorazione subentrarono però paure e ripensamenti, e la cosa finì lì. Abbiamo fatto mezzo disco e, come ben sai, mezzo disco al massimo lo usi per tritare le cipolle o come garante nei parcheggi a pagamento.

Hai trascorso i cosiddetti anni Zero occupandoti di arti figurative, poi d'improvviso il ritorno alla musica, al canto. Un EP coi (P)neumatica nel 2008 è stato per così dire l'avvisaglia di un ritrovato entusiasmo.  A febbraio esce il tuo nuovo lavoro: cosa ti ha spinto a tornare al canto?

Mettiamo le cose in chiaro: non si trattò di nessuna avvisaglia. In quel periodo ero concentratissimo sulla manipolazione della materia, che come il canto è un’attività che non solo non ho mai abbandonato ma che anzi in quel periodo rappresentava la mia zona d’investimento artistico più densa. Avevo deciso di inaugurare la mostra «La marea distante» a Cagliari; Maurizio Rocca, mio carissimo amico, mi propose quella collaborazione e io accettai. Registrammo l’EP d’estate, in uno studio a due passi dalla famosa spiaggia del Poetto. Il disco per vari motivi non fu mai pubblicato; di contro, quando rientrai in Toscana ero molto abbronzato. Detto questo: non c’è frattura fra il Miro degli anni Ottanta e quello di oggi, quello che “torna” al canto, come dici tu. C’è un’unica traiettoria, un’unica storia di vita. La frattura fra ieri e oggi c’è, per le ragioni che ti ho detto prima, solo per chi osserva da fuori, per chi pretende di raccontare senza curarsi di ricostruire. Per me c’è un tempo solo, fatto di scelte e ricerca, plasmato dal desiderio di “tornare su me” biograficamente e artisticamente. L’incontro con Monica Matticoli prima, e con Cristiano Santini poi, mi permette oggi di consegnare al mondo una possibile testimonianza di quella traiettoria. Il canto è per me uno spazio interiore con una storia d’amore dentro. Col tempo anche l’amore si trasforma in un’interminabile convivenza. Monica col suo entusiasmo, con la pazienza di chi sa vedere attraverso per andare, e condurre, oltre, inventò per me il bellissimo progetto Da qui a domani. Questo suo dono mi restituì definitivamente a me stesso e al canto. Nel frattempo, mi sono innamorato nuovamente, perdutamente, di quello spazio, di quell’amore.

Puoi darci qualche anticipazione sul nuovo disco?

Quando ascolterai Da qui a domani ti renderai conto che si tratta “semplicemente” di un disco costituito da 12 canzoni che raccontano una storia. Sappi però che, da un punto di vista metodologico, quelle canzoni sono nate mediante un processo sperimentale e innovativo che potremmo definire opposto rispetto a quello tradizionale. Come ha spiegato Monica già la scorsa estate alla giovane redattrice Federica Lemme, "Miro plasma la parola trasformandola in melodia, crea il canto. La sensibilità di chi compone suggella poi il corpo parola-voce" mediante l’inserimento della musica. l nostri brani nascono dunque “al contrario”: dalla scrittura creiamo la melodia e solo dopo “aggiungiamo” la musica. Cristiano Santini ha affermato recentemente in un’intervista radiofonica che la dimensione musicale cercata per Da qui a domani ha maglie larghissime: se da un lato tesse una trama decisa, riconoscibile e solida, dall’altro si muove su uno spessore quasi impalpabile per permettere al corpo parola-voce di irradiarsi.

Il disco non nasce da un lavoro collettivo ma da un lavoro di gruppo: il materiale passa di mano in mano e ogni passaggio lo perfeziona. Le parole che Monica consegna a me vengono da me in-corporate melodicamente per essere poi “vestite” da Cristiano e Federico; il brano ritorna dunque a me e a Monica e nuovamente a Cristiano e Federico per le armonizzazioni finali. Come ha scritto Monica in una nota sulla mia pagina ufficiale Facebook a proposito dell’operazione Rumore bianco, il nostro lavoro procede "mediante successive stratificazioni-dialoghi con un oggetto da trasformare. È il risultato di una dinamica di traduzione intesa come l’atto di lettura più intimo: un atto che consegna immagini e sensi all’altro/all’altra perché a loro volta leggano e, nuovamente, restituiscano". Per tutti noi, la dimensione biografica e artistica vissuta in chiave emozionale è la zona più autentica di ricerca, quella in cui come autori ci mettiamo in risonanza fra noi e quella dove chiediamo al nostro pubblico di incontrarci.

In tutta franchezza, l'entusiasmo nelle tue parole e nella tua voce mi ha sorpreso. In positivo, s'intende. Roba da fare invidia ad un esordiente. Credi che la musica oggi possa avere ancora un ruolo importante o addirittura centrale come un quarto di secolo fa?

Il processo evolutivo è un esordio continuo, una cassa di risonanza in espansione. La musica e gli esseri umani sono nati lo stesso giorno, alla stessa ora e molto, molto tempo prima del rock and roll!

Immaginati ventenne rockettaro oggi: chi sarebbero i tuoi eroi?

In questo lavoro non esistono eroi. Esistono personaggi, anzi persone, che non corrono per primeggiare. Fanno il loro mestiere. Lo fanno meglio di altri ma non si parlano addosso, non sono ossessionati dal successo, non cercano con accanimento di convincerci che sono i più bravi. Attraversano i decenni e le difficoltà con coraggio e curiosità, sono professionisti coerenti. Se proprio vogliamo stare nella tua metafora, sono degli anti-eroi assoluti. Ecco queste sono le persone, prima che gli artisti e le artiste, che ammiro, e che se avessi vent’anni spererei di voler ammirare.

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