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Pubblicazione 04 Aprile 2008

Food

New wave...

of scandinavian jazz

Jazz e calda musica nera cresciuta nella gelida Scandinavia: sembrerebbe un paradosso, il jazz scandinavo. La nostra intervista a Thomas Strønen, metà dei Food, free jazz che non disdegna il sound duro e aggressivo del rock e dell’elettronica.
Food
cf-Wesemberg@foto.no 2008

Generalmente non si è soliti associare la Scandinavia, terra fredda, gelida, per molti simbolo di decadentismo, cultura nordica e religione politeista, al jazz, musica nera, calda per antonomasia. Ma allora perché il profondo Nord europeo continua a sfornare talenti dell’improvvisazione, musicisti creativi e di ampie vedute, molto al di là degli ormai stereotipati e fasulli pischellini mascherati da morte?

E’ proprio nella terra dei contrasti, dei paesaggi fiabeschi, dei naziskin neo-ariani, delle democrazie meglio riuscite e del black metal più realisticamente violento, che nasce e cresce quella che potremmo chiamare la “new wave of scandinavian jazz”: Mats Gustafsson, Supersilent, Food, etichette come la Rune Grammofon, sono la rappresentazione più lampante e, insieme, l’espressione più contaminata e viva di quella rivoluzione musicale vecchia ormai più di un secolo e nata nei leggendari localacci di Storyville. Un paradosso, il jazz scandinavo (come potrebbe esserlo un’improbabile “salsa ucraina”) divenuto realtà per una serie di ragioni storiche che poi tanto assurde non sono. “Il supporto alle attività culturali, per quanto si speri sempre in un ulteriore miglioramento, è molto più sviluppato in Norvegia che in molti altri paesi”. Thomas Strønen, leader dei Food, ma anche mentore di altre band di ottimo livello all’interno del panorama norvegese, come Pholitz e Humcrush, il suo paese lo conosce bene e nessuno meglio di lui, convinto assertore di un approccio tipicamente “scandinavo” alla musica, può rispondere a questi dubbi che ci inseguono, uno dietro l’altro, al cospetto di queste nuove forme di jazz.

“Noi non abbiamo una lunga storia di jazz. Mentre gli americani sono obbligati a sopravvivere ad un secolo di idiomi, dai quali rischiano di essere saturati piuttosto che ispirati, noi riusciamo ad attingere da tutte le musiche che ci piacciono senza preoccuparci molto del rispetto per le tradizioni. Questo favorisce la nascita di personalità forti e musicalmente indipendenti”.

Raccontando la sua storia, Thomas racconta quella di tanti musicisti cresciuti all’ombra dei fiordi e che oggi alimentano uno dei paesi più prolifici d’Europa, musicalmente parlando. Innamorato della batteria già dall’età di cinque anni, il fondatore dei Food, dopo aver sperimentato giovanissimo la musica da banda e quella militare (dopo “un anno perso” di leva, durante il quale era stato l’addetto ai tamburi da parata), e aver accompagnato la sua adolescenza a suon di Iron Maiden e Kiss,  approda alla Jazz Academy di Trondheim, una delle più importanti fucine di talenti di tutta la Norvegia, insieme al Conservatorio di Oslo.

La carriera di musicista full time di Strønen, oggi trentacinquenne, comincia alla fine degli anni Novanta, quando, incontrato Iaim Bellamy per puro caso, decide di dare vita ai Food, allo stato attuale la sua band più duratura, con quasi dieci anni di attività e cinque album in catalogo. “Una band vera e propria, ma anche un progetto”, che ha come nucleo principale lui e Iaim, ma attorno al quale girano molti altri musicisti.

Gli esordi sono caratterizzati da una forte impronta underground, associata ad una gran convinzione nelle proprie idee e nei propri mezzi. Free jazz che non disdegna il sound duro e aggressivo del rock: “Nel primo album (che corrisponde alla registrazione del nostro primo concerto) suonammo totalmente free, mentre in Organic e GM Food [pubblicati dalla Feral e ancora disponibili su www.jazzcds.co.uk, n.d.r.] abbiamo lavorato su materiale maggiormente strutturato in un periodo nel quale, dopo aver suonato un po’ di tempo insieme, avevamo più chiara la direzione da dare alla nostra musica. Quando siamo passati alla Rune Grammofon non abbiamo cambiato orientamento”. Dopo la pubblicazione di Veggie, nato da una collaborazione con Helge Sten aka Deathprod, i progetti del percussionista norvegese cominciano a proliferare. Nascono, infatti, nel 2004 sia il duo con Stale Storløkken (Humcrush), sia il qurtetto Parish, che segna anche la sua prima collaborazione con la ECM.

A piccoli passi, Food lima il suo stile, che parte dal jazz per abbracciare l’elettronica, seguendo le orme di grandi maestri della “new thing” come Anthony Braxton e Lol Coxhill. Il risultato è un sound che richiama il jazz core dei nostrani Zu, ma con un approccio meno aggressivo, ben riassunto in Last Supper, l’album della presa di coscienza stilistica del combo. Molecular Gastronomy, segue la scia del precedente, con la differenza che, dopo la defezione di Mats Eilertsen (basso) e Arve Henriksen (tromba), a “portare avanti la baracca” sono rimasti i soli Strønen e Bellamy, supportati, in alcuni episodi, dal Fender Rhodes di Maria Kannegaard. Poco male, visto che le soluzioni, sia improvvisative che compositive, dove possibile, risultano ancora più interessanti che in passato, con i due musicisti liberi di sperimentare nuove soluzioni di dialogo a due.

“Mi affascina la storia del jazz, ma non mi interessa riprodurla. Io rubo dal jazz come dalla musica classica, dalla contemporanea e dal rock, dalla musica tradizionale giapponese, dal gamelan giavanese. E fortunatamente nessuno mette insieme queste cose come me!”. Scherza, Thomas. La sua è ironia, non saccenza. Ma, in fondo in fondo, ascoltando la sua musica, c’è proprio da credergli.

Scheda: Food

copertina pdf #91