Per certuni è semplice: Dettmann fa techno, Skream fa dubstep, Tiger & Woods fanno disco. Non ci sono perplessità interpretative, inquadrare ciò che si ascolta è gioco facile e senza ostacoli di comprensione del sound si riesce meglio a capire fino in fondo l’artista. Ma ci sono altri casi (e son tanti) in cui la faccenda si complica non poco, la musica si inserisce tra le fessure bastarde del murales topologico dei generi e si fa fatica già solo a capire cosa si sta ascoltando.
Il perché ai tempi d'oggi la cosa avvenga sempre più spesso è presto detto: siamo nei famigerati anni X, la pura originalità inizia a diventare una chimera impossibile da raggiungere, ragionamenti sulla "fine delle esplorazioni musicali possibili" e la "morte del futuro" son sempre più attuali e il peso di ciò che è stato detto in passato, degli innumerevoli rami aperti che ancora possono avere qualcosa da dire, sta diventando per l'artista un fardello difficile da sopportare. È comprensibile il forte senso di smarrimento e inferiorità nel dover rappresentare un presente che, per costruzione, non può smettere di fare passi avanti rispetto al passato. Solo che farlo oggi significa trovare le strade più contorte, inventarsi l’espediente futuristico indecifrabile che fa crollare i punti di riferimento comuni dell’ascoltatore.
La rivoluzione tecnologica di internet, poi, ha allargato a dismisura il ventaglio di influenze e, quindi, di ibridazioni possibili. Il pressocché infinito serbatoio di fonti storiche e contemporanee offerto dalla rete decuplica i gradi di libertà a disposizione dell’artista, offrendogli un'efficace soluzione al problema della ricerca del nuovo: abbracciare insieme le intenzioni più lontane, trovare il dettaglio nell'oceano di ingredienti, accorciare le distanze temporali e spaziali delle diverse realtà. In sostanza, scoprire il tassello mancante del puzzle è ancora possibile, a patto di spezzettare ulteriormente l’unità di misura, aumentare l'entropia e riscoprire le potenzialità dell'infinitamente piccolo stilistico, infilarsi nelle strettoie più buie e sporche della sperimentazione, alla ricerca dell'inesplorato.
Il tutto si traduce oggi nella presenza di una manciata di producers dallo stile inafferrabile e sui generis, le cui impegnate ricerche sonore confluiscono in allineamenti irripetibili e attimi fuggenti che si possono fotografare solo su singolo o al massimo su EP. Il formato breve o brevissimo acquista oggi un ruolo sempre più importante per le ultime frontiere sonore, con il rovescio, però, di vedersi diventare impossibile rintracciare le fila del percorso. Difficoltà che è comunque indispensabile superare, se si vuole avere coscienza di dove stanno puntando le frontiere più ambiziose dell'esplorazione musicale (e non solo in ambito elettronico).
D'altronde, i tempi d'oggi vanno delineando una differenza sostanziale tra gli obiettivi del formato EP e quelli dell'album, con i primi che diventano gli attori principali delle esplorazioni più intelligenti e avanzate, e i secondi che rappresentano la sfida della conquista del pubblico, il clamore della conquista popolare. Due dimensioni completamente diverse che molto spesso convivono nello stesso artista, e che tocca esplorare separatamente per comprendere l'intera essenza dei protagonisti.
Per rispondere a questa esigenza inizia oggi il nostro nuovo appuntamento seriale (un)Known Pleasures, con l'intenzione di provare a fare ordine nella costellazione di uscite e sperimentazioni dei producers più coraggiosi del momento. Un focus su quei casi che sfuggono alle analisi sul lungo formato, perché l'album semplicemente non c'è, o quando c'è non è sufficiente a rappresentare fino in fondo le sfaccettature dell’artista. Una serie di viaggi fra gli universi sonori trasversali dei produttori più sfuggenti, lungo i loro singoli e le tracce estratte dai meandri della loro discografia, sfruttando al meglio le potenzialità del canale web e del player integrato, col quale potrete dare vera tangibilità sonora al percorso di lettura aumentandone partecipazione e interattività. Ogni nuovo incontro sarà l'occasione per ripercorrere il cammino di un artista, che verrà scelto tra quelli che più degli altri stanno portando avanti un'idea innovativa (nel senso relativo che tale termine può avere oggi) e per cui parlare solo di album risulta riduttivo.
Tra le schede che vi presenteremo troverete alcuni nomi conosciuti ed altri che forse vi giungeranno nuovi. In entrambi i casi sarà un modo per scoprire un lato nuovo del progredire elettronico, reso ancora più interessante dalle potenzialità del web e dal player integrato. Prima di iniziare però è d'obbligo descrivere il punto di partenza, la situazione di oggi e i casi recenti in cui il meglio si nasconde tra le tracce meno hypate dai canali principali. Una sorta di mappa di navigazione: il grado zero della scala che ci accingiamo a percorrere.
Insomma, i tempi cambiano e son sempre più gli artisti per i quali limitarsi a scorrere solo gli album diventa estremamente riduttivo. Sempre più spesso le migliori storie le raccontano i singoli, i 12'', gli EP, le tracce sparse qua e là, magari prestate a qualche compilation o diffuse attraverso blog o riviste in esclusiva. Il formato breve acquista così un'importanza ancora più grande, come importante diventa fare ogni tanto il punto, fermarsi a tracciare una linea che colleghi gli episodi sparsi lasciati per strada dai vari producers.
Quel che accade di frequente è che la grandezza di un album appare difficile da cogliere, se si esclude il lavoro svolto prima tra le brevi lunghezze. Il caso più eclatante del 2011 è probabilmente James Blake: sono in molti ad averlo conosciuto per la prima volta con l'album uscito a gennaio, e tra loro tanti vedono in quell'album "solo" un ottimo esempio di cantautorato soul arricchito di piccoli, precisi inserti dub/bass. Il fatto è che quell'album non è semplicemente il punto di partenza di un nuovo approccio cantautoriale che aprirà poi squarci fondamentali nel panorama elettronico (e anche di questo vi abbiamo parlato), ma anche (e soprattutto) il punto di arrivo di una serie di sperimentazioni dubstep perpetrate da Blake nei due anni precedenti. L'album di Blake esprime in sostanza quello che dicevamo prima sulla sfida pop, un filone che procede a sé sul lungo formato, mentre nel frattempo i formati brevi tirano fuori il meglio dell'esplorazione da vero producer.
In quel caso il percorso era cominciato nel 2009, ed era quello che vi avevamo già illustrato nel nostro approfondimento: le prime prove erano state Air And Lack Thereof e Sparing The Horses, che tendevano all'halfstep come attitudine quasi involontaria (per dirla con le sue parole "se la gente lo chiama dubstep, per me va benissimo") ma che farcivano i vuoti di sensibilità electro-jazz e orizzonti post- pianificati al sintetizzatore, una tangente che emergerà con forza subito dopo, grazie a Joy Orbison e a quella Hypn Mngo che ha dato il vero "la" al filone post-dubstep. Il discorso, per Blake, era poi continuato nel 2010 con una splendida tripletta di EP - The Bells Sketch, CMYK e Klavierwerke - che avevano fatto esplodere il suo nome tra gli addetti del settore, finendo addirittura nella top ten albums di Pitchfork senza di fatto essere album (ecco quanto può valere il breve formato). E tra quegli eppì (ma non solo, vedi le meno conosciute Pembroke e Lock In The Lion realizzate insieme a Airhead) c'erano in effetti brani superlativi come The Bells Sketch, Tell Her Safe, Buzzard And Kestrel, CMYK, Give A Man A Rod, Postpone, che possono illuminare nella giusta luce l'album che stava per arrivare, apice di quel lavoro di sottrazione e avvicinamento soul/jazz svolto in precedenza. Tutt'oggi Blake continua a dire la propria fuori album, con gli alti e bassi di Order/Pan, Enough Thunder e Love What Happened Here di cui (l'hype non perdona) ci siamo già occupati tramite recensione.
Altro caso emblematico dell'anno appena chiuso è stato Rustie: l'album è arrivato ad ottobre, per molti (compreso il nostro Braggion) è uno dei dischi dell'anno, sicuramente è uno degli album che meglio rappresenta l'iperstimolazione sensoriale dell'era internet, l'ultimo figlio del massimalismo digitale del ventunesimo secolo (ancora una volta l'intuizione l'ha espressa Simon Reynolds, in libera uscita su Pitchfork, collegando per affinità e consistenza Glass Swords ad un altro acclamatissimo album, stavolta dell'anno prima: Cosmogramma di Flying Lotus). Il vero Rustie però si nasconde in realtà nella serie di EPs partoriti dal 2007 ad oggi, primo tra tutti il Jagz The Smack con brani come la titletrack, Clipper e Response che alcuni considerano tra i migliori del suo repertorio, e ultimo il Sunburst EP di fine 2010, dove le varie Beast Nite, Hyperthrust e Dragonfly rendono bene il carattere estroso e sfuggente del producer di Glasgow.
Nel caso di Rustie, un viaggio tra le sue uscite brevi ci svela un profilo perfettamente immerso nella scena di Glasgow denominata aquacrunk, che corrisponde al più affascinante degli anelli di congiunzione tra dubstep e wonky, dove i synth liquidi e gli additivi bass rubano la scena al resto diventando i veri protagonisti del sound (della cerchia aquacrunk fan parte anche Hudson Mohawke e - toh - Zomby, altri due nomi che rientrano pienamente nello scope della nostra ricerca). Scorrendo i suoi singoli ci imbatteremmo in brani che il dubstep lo sposano pienamente (come la Play Doe fatta con Joker) e in altri che invece abbracciano con maggiore convinzione i tessuti ritmici del ramo wonky che discende dall'abstract hip-hop (Zig Zag, Bad Science, Shadow Enter). E l'ottica che ne deriva è quella di un artista ossessionato dalla ricerca della combinazione perfetta, dell'equilibrio insuperabile tra bass e trebles che faccia da catalizzatore e coronamento del groove, con due apici già perfettamente raggiunti in tal senso, nel Jagz The Smack e nel Bad Science EP. Sotto quest'ottica si può vedere Glass Swords in modo diverso, come l'esasperazione della sperimentazione compulsiva, strabordante, esagerata, magari anche troppo spinta rispetto ai bilanciamenti trovati nel passato. E, chissà, si potrebbe entrare a far parte della cerchia di più freddi estimatori (il sottoscritto vi farà compagnia) che considera Glass Swords un tentativo irrisolto di portare avanti qualcosa che era già ottimo da sé.
Blake e Rustie sono solo due esempi in cui l'album è solo la punta dell'iceberg che sottende una complessità impossibile da ignorare per capire a fondo l'artista, mentre invece la serie di singoli può stravolgere la chiave di lettura della prova lunga. Ma c'è un'infinità di altri casi che potremmo nominare: solo tra quelli di cui si è parlato nel 2011 ci sarebbero SBTRKT (il cui album espone il lato più dance/r'n'b del suo sound ma che in passato è stato capace di colpi da maestro post-dubstep come Timeless, Rekorda, Right Place o 2020, indispensabili per capire la grandezza del personaggio), Joker (che su album ha mostrato il lato più commercializzato e svuotato del dubstep, ma che prima era stato capace di bombe di pura tenebra come Digidesign, City Hopper e Purple City che invece meritavano più di un applauso), Jakes (per il quale vi rimandiamo al nostro esaustivo approfondimento), ma anche Skream, Marcel Dettmann, M A N I K, SebastiAn, Guti, Kadebostan.
E poi ci sono quelle realtà in cui l'album non esiste nemmeno e magari non arriverà mai, vista l'efficacia con cui il formato breve risponde alle esigenze intellettuali dell'artista: casi come Maya Jane Coles, Ramadanman/Pearson Sound, George FitzGerald, J:Kenzo, Leon, Sigha, Redlight, Mala, Seiji, Untold... tutti casi in cui la vera partita si gioca nelle tracce sparse in giro per il web, nomi che hanno lo zero assoluto alla voce albums ma che se li digiti su youtube producono decine di risultati che andrebbero affrontati a dovere, perché stiam parlando delle realtà più interessanti del momento.
È a questo che servirà (un)Known Pleasures: a rintracciare i tesori perduti tra gli spazi aperti della scena odierna. I piaceri meno conosciuti dei protagonisti meglio esposti nel panorama elettronico corrente. Per scoprire quelle gemme che altrimenti, se pensassimo solo in lunga distanza, ci perderemmo in maniera imperdonabile.
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