Turn on
Pubblicazione 12 Gennaio 2012

The Big Pink

Dalla chitarra al sampling

Robbie Furze ci racconta il nuovo album della band, il vero banco di prova dopo il successo planetario di A Brief History Of Love...
The Big Pink
Tom Beard 2012

Dopo due anni abbondanti di silenzio discografico, intervallati è vero da un remix per i Muse, una compilation (Tapes su !K7) e un paio di singoli editi, i britannici The Big Pink hanno deciso di dare un seguito al successo del debut album A Brief History Of Love (ricordate ancora il tormentone Dominoes?) che si aggiudicò un NME Award e diversi apprezzamenti da parte della stampa mondiale, riserve (come la nostra) comprese. Anticiato a novembre dal singolo Stay Gold, e lo streaming di Hit The Ground (Superman), un nuovo disco intitolato Future This è dunque pronto per le stampe ed è subito chiaro fin dai primi ascolti che le carte in tavola sono cambiate: via la coolness manchesteriana dell'esordio e dentro una scrittura pop, solare ma anche "heavy" - come la chiamano loro - fatta di tante emozioni a briglia sciolta che non negano paragoni importanti con MGMT ma anche M83

A Milano, il 18 novembre all'ora del thé, incontriamo Robbie Furze, chitarrista e 50% della band assieme a Milo Cordell, e ci facciamo vuotare il sacco.

Per prima cosa raccontaci un po' cos'è successo nei quasi tre anni che sono passati da A Brief History Of Love, e cosa vi ha portato a scrivere Future This.

“Dopo la pubblicazione di A Brief History Of Love siamo stati in tour per circa 2 anni, e non appena finito siamo subito entrati nel nostro studio di Londra per lavorare sul nuovo album. Non abbiamo praticamente nemmeno parlato di quello che avremmo fatto, ci siamo subito buttati a registrare dei demo. In quello che poi è diventato Future This volevamo rendere quelle sensazioni che suonare dal vivo ci ha portato, mantenere quell'energia: nei mesi in tour abbiamo capito come avremmo voluto che suonasse il nuovo album e in che direzione portare il nostro live show”.

Il vostro primo album lo avete registrato a New York, come mai questo lo avete invece registrato a Londra? Dì la verità: è stato per avere comodi Paul Epworth e Alan Moulder?

“Non abbiamo assolutamente preso in considerazione di registrare a New York, più che altro perché volevamo veramente solo tornare a casa. Certo però non abbiamo scelto Alan Moulder e Paul Epworh perché si trovavano a Londra, ma perché sapevamo che erano le persone giuste per questo disco: abbiamo pensato a loro sin dall'inizio e volevamo lavorarci a ogni costo, anche perché entrambi avevano avuto a che fare con il primo album”.

Quindi abbiamo trovato un elemento di continuità. Qual è invece nella vostra visione la differenza tra questo lavoro e il precedente, e con che approccio siete entrati in studio?

“E' certamente più positivo, più aperto. Forse anche per invidia verso alcuni gruppi più dance che abbiamo incontrato in questi anni, nel vedere come riuscivano a mantenere nel pubblico un senso euforia lungo tutto il set. Con questo disco volevamo alzare un po' i BPM, mettere più groove nella batteria e nel basso, lavorare più sul sampling. La cosa più importante è forse che questa volta sapevamo che avremmo fatto un disco: A Brief History Of Love era solo una raccolta di canzoni che avevamo e che qualcuno ci ha detto di registrare, mentre Future This è un disco che è stato scritto dall'inizio alla fine. Con il primo album non pensavamo nemmeno che avremmo avuto quel successo, praticamente non sapevamo cosa stavamo facendo”.

Visto che hai parlato della dimensione live, e di come ha influenzato l'album, come credi che si trasformerà ora il vostro live set? Immagino che, di conseguenza, farete delle modifiche.

“Infatti ora avremo una line up più simile a quella di uno show elettronico. Per esempio non avremo più un bassista sul palco, e al suo posto avremo una persona che manipolerà e controllerà i loop dal vivo utilizzando Ableton. Questo ci darà di sicuro molta libertà perché finora eravamo costretti ad utilizzare delle basi, che è molto limitante perché ti costringe a suonare tutto dall'inizio alla fine senza poter uscire dai confini del brano. Adesso invece è tutto più fluido e possiamo anche prenderci dello spazio per improvvisare”.

So che anche il vostro modo di scrivere è cambiato, incentrandosi di più sul sampling e sul beatmaking piuttosto che sulla chitarra, che tu stesso hai detto essere arrivata “dopo” per certi brani. Ce ne puoi parlare? Al riguardo hai citato l'hip hop tra le influenze, giusto?

“Parlando di hip hop e dell'influenza che ha avuto sul disco mi riferisco all'essenza del genere e del metodo di lavoro, partire dai beat e dai loop per costruire il brano. Credo che questo nuovo modo di procedere ci abbia reso più veloci nello scrivere, e che sia anche più interessante: quando hai un sample di una canzone che ami, ci metti sotto un beat e questo loop ti entra dentro, la tua immaginazione si apre e entri in un mood per cui poi il processo di scrittura viene da sé. Su un paio di brani ci è persino capitato di scrivere tutto il pezzo attorno a un unico sample. E' successo per esempio con Lose Your Mind: avevamo questo sample di Happy House di Siouxie and The Banshees, che era l'elemento principale della canzone, e alla fine del processo di scrittura lo abbiamo tolto perché non ce n'era più bisogno, il pezzo si reggeva da solo”.

Dopo il successo riscosso dal vostro album di debutto, sentite della pressione addosso per questo secondo disco? Avete delle speranze, delle prospettive per il prossimo anno?

“In realtà è una sensazione strana: sentivo la pressione mentre stavamo finendo il disco, tipo 'cazzo, se sbaglio questa è finita'. Un po' come quando aspetti degli esami clinici, no? Ma ora sono più tranquillo, non ci resta che aspettare e vedere cosa succede. Il prossimo anno in questo stesso periodo la mia carriera potrebbe essere finita, ma sono orgoglioso del mio disco: credo sia la cosa più onesta che abbia mai fatto, e che a questo punto della mia carriera non avrei potuto scrivere un disco migliore. E spero di vendere il doppio delle copie che abbiamo fatto con A Brief History Of Love perché credo sia buono il doppio. Chiaro però che mentirei se dicessi che non mi preoccupa che qualcuno mi possa dire che il disco fa schifo”.

Scheda: The Big Pink

copertina pdf #91