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Pubblicazione 04 Aprile 2008

X-Mary

Ridanciane rivalse di periferia

Non sono certo i primi scellerati che ci capita d'incontrare. Ma nella loro scelleratezza moderna e superficiale c'è qualcosa di profondo e antico. Come salnitro che riaffiora attraverso strati di intonaco, come la bomba inesplosa su cui s'incaglia l'aratro, o il ghigno del pagliaccio che resiste e persisterà anche quando l'ultimo tendone si sarà afflosciato. Come dire: ok, siamo irriducibilmente provinciali, allora beccatevi le radici, l'euforia e l'asprezza di questa cazzo di periferia.
X-Mary
2008

Anno 1995. Ci sono questi tre ragazzi di San Colombano al Lambro, il vocalist Cristio, il chitarrista Jeanluc F ed il batterista Lapo. Sono innamorati di GG Allin, Naked City, Pavement e Sebadoh ma - parole loro - non sanno "suonare abbastanza bene per copiarli". Fatto sta che ingranano la combutta X-Mary, nome frutto del caso e presumo dello stesso inguaribile cazzonismo che li spinge sul sentiero di uno stupidario rock lancinante e visionario. Gruppo di culto (gennaio 1996) è il primo demo su cassetta, nel quale i tre impavidi lombardi riversano tutta la brama hardcore psych, sembrando i fratellini spersi di quei Flaming Lips che loro neanche sanno chi sono ma poco importa. Qui è tutta questione di garage sgangherato e lancinante, di spurghi hardcore-punk come ceffoni e acidità motorizzata, di lo-fi visionario e cialtrone, persino di una certa vena accomodante che annoda retaggi reggae-ska per farne ispida trama indie-rock. Il tutto piantato nel cedevole terreno di periferia, dove la cultura popolare è un fantasma ammuffito ma ancora vivo e gli orizzonti si chiudono troppo presto attorno a prospettive struggenti ma asfittiche. In cerca perciò di riscatto tra fantasie amorfe e follia agra.

L'anno successivo arriva il secondo chitarrista Jeanluc D, con il che si completa il quartetto. Per quel che possiamo dedurre da Baiale Baddaro (maggio, 1997) - un maiale mannaro col raffreddore? - il percorso sonoro inciampa nel solco di una demenzialità un po' più fine a se stessa, sempre incline alle rasoiate hardcore  e ai divertissement ska caciaroni, capace di sfornare persino funk-rap ingrugnito e una estrema ratio grunge che te la raccomando, ma talora ultrasvaccata fino all'insulsaggine (vedi titoli quali Kiss Me Licia, Ratman e I più forti siamo noi). Al punto che potresti scommettere su una luminosa carriera da portavoce locali degli scazzati all'ultimo stadio e non senza ragione, roba da sagre e circoli ricreativi che sempre siano benedetti ma insomma oggi non staremmo qui a scriverne.
E invece qualcosa accade tra il '98 e il 2004. Anni di rimescolamento, defezioni e rientri. Anni di concerti repentini e altrettanti demo - di cui ahinoi non ci vengono fornite testimonianze - fino a quel dicembre 2003 in cui Monsieur Le Gateaux - fratello di Jeanluc D - sostituisce Lapo alla batteria. E' il preludio al debutto ufficiale Day Hospital (LMC, febbraio 2004), previa la produzione di Fabio Magistrali. Se il sound si avvale di una definizione finalmente robusta nella sua flagranza, l'umore del disco è rabbioso ma non coatto, compatto ma non mummificato. Un esercizio d'intelligenza feroce, grottesca, ispida, travolgente, capace di gestire le ormai note sfuriate così come di macularsi bossa con piglio sordidello, di ciondolare tra guittezza Skiantos-Gaetano e poi lanciarsi in cavalcate liberatorie come dei Mau Mau coi coglioni strarotti, per quindi grattugiare indie ruspante - tra Bugo e Pavement - con una inopinatamente gradevole We Love The Sun. Frammentazione e stringatezza come viatico per un'efficacia espressiva che diresti discendere dai gloriosi Minutemen, e scusate se è poco.
La band è insomma parecchio maturata, decisa a confrontarsi con scenari più ampi utilizzando come leva gli ingredienti di base, il quotidiano rasoterra fatto di cibarie, di fatiche, di miserie, di squallore e disagi ospedalieri, di amici così storti da guadagnarsi i galloni della mitologia, di voglia d'uscirne e consapevolezza del guinzaglio. Ciò che col successivo A Tavola con il Principe (LMC Records, ottobre 2006) - ancora Magistrali alla produzione - fermenta in una misticanza irrefrenabile di rock, folk, punk e samba, dribblando le tentazioni trash grazie ad una trama complessa di arcaismi e modernariato, di acidità visionaria ed escursioni bucoliche. Un lavoro fluviale ma compresso, 24 tracce per quaranta minuti, dedicato - pensate un po' - al pane. Traiettorie minime per sberleffi cocenti. Una versatilità spaventosa. Segni verbali e sonori - in primis la voce di Cristio, un giullare diabolico pescato al crocicchio tra Wayne Coyne e Perry Farrell - impossibili da dimenticare. L'approdo "circense" del terzo album – nel quale i retaggi felliniani sembrano tagliati con la stricnina - è un ulteriore passo in avanti ed una conseguenza inevitabile. Un compimento.

I ragazzi intanto proseguono le loro vite "periferiche", conditio sine qua non per il battagliero dilettantismo che li contraddistingue. C'è chi studia lingue, chi traduce libri, chi lavora in una comunità per disabili e chi in un ristorante a Madrid. Covando ridanciane rivalse prossime venture.

Scheda: X-Mary

copertina pdf #91