Tre date in Italia - Roma, Bologna e Milano -, per una band capace di stupire tre anni fa con l'esordio omonimo a marca Sub Pop e ora chiamata a confermare il proprio status di nuovo fenomeno alt-folk statunitense. In primis con quel Helplessness Blues uscito tra acclamazioni di critica e pubblico a marzo di quest'anno, e poi con un tour mondiale foriero di fortissime aspettative.
L'Estragon è una sorta di terra di mezzo tra due concerti. Opening act è Alela Diane, ventottenne songwriter californiana presentatasi sul palco con il marito Tom Bevitore e il padre Tom Menig. Nove canzoni in bilico tra delicati intrecci vocali, tocchi rhythm & blues e polverose ballate appalachiane che costituiranno un assaggio delle suggestioni a venire (vista anche la partecipazione sul finale del batterista Joshua Tillman). Le stesse che "la flotta di volpi" porterà sul palco di lì a breve, con un bagaglio alternative/rock/folk/indie/pop americano alle spalle – da CSN & Y a The Band, da Bob Dylan ai Beach Boys, passando per Joni Mitchell, Fairport Convention e tutta la scena sixties del Laurel Canyon – capace di suonare creativo senza cadere nella trappola del revivalismo hippy folk più scontato.
Sul palco i sei elementi della band - compreso il Morgan Henderson di Past Lives e The Blood Brothers, da poco reclutato nelle fila del gruppo - si fondono in un’alchimia sonora che mescola delicate armonie vocali e melodie impressioniste, tradizione e ricercatezza, in un qui ed ora indefinito ma al tempo stesso ispirato a un ideale Nord-Ovest. Una terra in cui Seattle non è più la babele del grunge, ma un'appendice di montagne gelide e boschive. I cori danzanti costruiti intorno alla voce di Pecknold, gli accordi folk delle chitarre liquide di Skyler Skjelset, gli arpeggi in crescendo di Christian Wargo uniti ai violini gitani di Henderson: tutto fluisce nell’essenziale profondità compositiva di ogni pezzo. Canzoni che esulano dalla semplice funzione di intrattenimento, con la loro capacità di proiettare il pubblico in un riverbero di decenni lontani, passati e irripetibili, ma anche meditativi e ombrosi com'è l'ultima fatica della band.
Chiude il live la catartica Helplessness Blues, a suo modo emblema e sigillo di un concerto la cui maggior forza risiede nel significato stesso della musica: quel sapersi connettere con la sfera emotiva di chi ascolta evitando l'effetto sottofondo, la palese mercificazione, l'evasione fine a sè stessa. "Qui c’è l’ostinazione per consegnare un prodotto che resista al passare del tempo.”, vi dicevamo. E così è. Una rivoluzione del cuore.
Scheda: Fleet Foxes
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