Cristiano Carosi alias Herbal Research, attivo dal 2008 su Upside Down recordings nell'ambito della sperimentazione casalinga coadiuvata da apparecchiature informatiche, presenta un EP (6.4/10) permeato da una discreta dose di fascino ambient/loop primi '90 mescolata al gusto per il drone chitarristico tendente al noise. La brevissima durata del lavoro impone cautela ma lascia intravedere un potenziale onirico à la Fuck Buttons / Tim Hecker degno di nota, sebbene parzialmente castrato da una messa a fuoco non ancora completamente matura e da un eccessivo timore di disturbare. Attendiamo fiduciosi il prossimo lavoro: con una maggiore cautela nella stesura ed un pizzico di lirismo in più questo progetto potrebbe far parlare di sé.
La copertina, il titolo e le foto press dal tenore bucolico allegate al disco non depongono a favore di Little World (Tube Jam, 6.7/10): la prima impressione, infatti, è quella di trovarsi di fronte l'ennesima Le-Li tutta pop orecchiabile, immaginario bambinesco e colori pastello. In parte è proprio così, almeno per quanto riguarda il genere musicale di riferimento, anche se Ila & The Happy Trees trascende il tipico basso profilo dell'indie nostrano per arrivare oltre. Più precisamente tra Ani Di Franco e Cristina Donà, ma anche nei paraggi di un pop alla Badly Drawn Boy (Field Of Light) con qualche venatura jazz (Another Day), certi toni bandistici minimali (My Butterfly), raga e psichedelia (Clouds In The Eyes) e reggae (I've Got To Go Again). Musica variopinta e godibile, fondamentalmente acustica, assemblata con gusto e cognizione di causa.
Degli Idramante ci piace quel non aver paura di affidarsi a una formula che in sé racchiude tutto e nulla: chitarre elettriche da rock generalista, wave, ma anche melodia e una voce (quella di Anna Luppi) talmente limpida da sfiorare il pop. Un po' come si faceva nei Novanta, insomma, quando l'hype non determinava mode passeggere (perlomeno in Italia) e per suonare bastava qualche strumento a corda e una batteria. Linee di vento (autoproduzione, 6.5/10) è un EP che la band regala in free download sul proprio account di bandcamp e che segue il precedente album Vite in Scatola: quattro brani tra cui spicca una Gridami in bilico tra vapori mediorientali e jazz.
Quartetto felsineo che tenta di cogliere il frutto proibito dall'innesto chimerico tra post-rock, industrial-noise e art-wave, i Parsec esordiscono con questo Reset EP (Autoproduzione, 6.8/10) col piglio di chi sa di avere un'arma letale tra le mani. Il problema è in quale conflitto e verso quale nemico utilizzarla: sembrano infatti tutti scenari irrimediabilmente passati quelli dove vanno a deflagrare pezzi altrimenti portatori di fascino impetuoso e oscuro come Reset, la minacciosa Goya e la nevrastenica Zenit. Per non dire del reading-rock (tra Brizzi e Clementi) di Monty Brogan. Ma è vero che in tempi di revival sovrapposti, in questo millefoglie stilistico che sbricioliamo ogni giorno per il nostro compulsivo sollazzo, una proposta tanto strutturata e intensa merita piena cittadinanza.
Sono cinque e son romani i Love The Unicorn, all'esordio con questo Back To '98 EP (Autoprodotto, 6.9/10) lanciato sul filo sottile tra revival ed ipotesi indie-pop alternative, ovvero impeto carezzevole Eighties come dei Prefab Sprout strattonati New Order (Back To '98), un rutilare luccicoso tra Patrick Wolf, The Whitest Boys Alive e Phoenix (This Charming Girl), oppure una sospensione carezzevole di synth e chitarre effettate dal passo cardiaco come certe soffici malinconie Cure (T.L.K.). Tutto un palpitare sussulti di superficie che però lasciano indovinare struggimenti radicati e forse - forse - una progettualità robusta. Insomma, ok, l'aperitivo è giusto.
Decisamente interessante Personal Brainer #5 (Snowy Peach Records, 6,8/10), proposta ad opera di Alessio Magenta e Luca Sammartin, in arte ContaineR, divisi tra una traccia autografa IDM dalle tastiere in modulazione di frequenza ed una cover metal di Ventolin di Aphex Twin, messa a sottolineare che Mike Patton ed i Dillinger Escape Plan non sono soli su questa terra. Interessante anche perchè parte di un progetto più esteso di release a cadenza poco meno che settimanale intrapreso dal 2011 al 2072, obbiettivo che non permetterà di rifinire le tracce come farebbe un Anders Trentemoller, ma non impedisce al duo di ottenere una qualità di tutto rispetto.
Attivi dal 2001 e con un passato ska alle spalle, i torinesi Arturocontromano arrivano con Quello che ci resta (Reset, 6.4/10) al terzo disco della carriera. Nel tempo la formula del sestetto si è fatta canzone d'autore (Bugie notturne), funk (Il paese del terrore), un Sudamerica non troppo lontano dalla lezione di Ivano Fossati (Insegnava a Volare), rock (Tutto in queste mani), swing/rock & roll (Il soliloquio). Musica organica, e senza sbavature, tanto che alla fine viene quasi da chiedersi quale sia il carattere dominante di una band tanto versatile e tecnicamente preparata: se la propensione al contatto diretto da palcoscenico o la voglia di scrivere materiale con una progettualità definita. Forse entrambe le cose, da qui l'interrogativo.
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