Mentre intere comunità musicali sono intente a coniare nuovi sfavillanti neologismi per archiviare pochi secondi dell’implacabile flusso discografico contemporaneo, può succedere che il “nuovo” a volte non sia necessariamente incastonato dentro a una tendenza web-friendly. Nel momento stesso in cui viene testata la credibilità o l’inconsistenza dell’intera galassia glo-fi, chillwave, coldwave, qualcuno nell’ombra e volutamente all’oscuro di ogni hype, ha tracciato una terza via per scavalcare a piè pari tutti i limiti dell’omologazione. Esperanza e Walls sono i protagonisti di questa piccola rivoluzione musicale in groppa a IDM, wavismi e tensione clubbistica di inizio millennio. Entrambi escono per etichette fondamentali nel panorama elettronico internazionale (Gomma, Kompakt) ed entrambi coinvolgono musicisti italiani, ma le ragioni per accostare questi progetti musicali sono ben altre e non si limitano alla semplice connotazione geografica.
Le affinità elettive sono una costante tra i musicisti. Innumerevoli e periodici sono stati negli ultimi trenta anni i momenti di epifania estetica tra band e singoli artisti apparentemente separati da distanze geografiche e culturali. L’ultimo avvistamento è probabilmente la parabola convergente di artisti come James Blake e Bon Iver che quasi per desiderio simbiotico si sono ritrovati a fondere la propria musica in un unico prototipo cantautorale. Nel caso di Esperanza e Walls però c’è qualcosa di più della semplice affinità elettiva: forse è il caso di parlare di “familiarità” dei progetti. Immaginando l’esordio dei primi e il sophomore dei secondi come dei “fratelli”, forse otterremo una similitudine calzante per descrivere le similarità di queste due anime musicali.
Tanto per cominciare entrambe le “band” sono il risultato di un incontro/collaborazione di artisti che provengono da ambiti musicali diversi. Alessio Natalizia (a.k.a. Banjo or Feakout,) e Sam Willis (Allez Allez) attraverso Walls, realizzano un’abbraccio tra le pulsioni chitarristiche seriali del musicista italiano ed il pragmatismo techno del secondo. Anche Esperanza è il frutto di un incontro quasi casuale tra tre musicisti con le rispettive carriere alle spalle. Immaginate un rapporto di amicizia che si consolida grazie a sessions notturne davanti a macchine e sequencer e forse capirete come Matteo Lavagna, Sergio Maggioni e Carlo Alberto Dall’Amico (Cècile) abbiano ritagliato un esordio così calibrato e credibile. In entrambi i casi è evidente una certa maestria nell’articolare le influenze wave con le più moderne forme di linguaggio musicale. Come se finalmente fosse ovvio guardare a Depeche Mode, New Order, Cure o magari Talk Talk e My Bloody Valentine come a un semplice patrimonio culturale comune e non come a una possibilità di reiterare standard stilistici apparentemente atrofizzati. Ricordiamo però che non stiamo parlando di soggetti legati a un area prettamente wave ma di due realtà pienamente inserite nello scacchiere IDM internazionale. Ed è soprattutto grazie alla somma delle trovate tecnologiche che sorreggono il tessuto ritmico se ci ricordiamo di essere nel 2011 e di ascoltare musica elettronica avanzata.
Esperanza e Walls, rappresentano forse un buon compromesso rispetto al complesso da “retro maniaci” che tanto fa dannare Simon Reynolds?. Probabilmente si, nella misura in cui questa musica dialoga con il passato evitando di farsi sterile reincarnazione. Nel nostro caso questo dialogo sembra manifestarsi attraverso la creazione di una mitologia pre-balearica non esplicitata, come se i dischi dei nostri fossero delle “lettere” mai spedite ad Arthur Russel (Walls) o al Battisti di Anima latina (Esperanza). E poi c’è l’ossessione per la cosa pop che si consuma proprio nel momento in cui le band allungano la distanza tra il compiacimento mainstream e l’indagine acustica di stampo avanguardista: la melodia vocale reiterata e fantasmatica fa da collante tra armonia razionale e armonia umanizzata. In Walls la voce di Natalizia è fatta a pezzi e ricomposta secondo le logiche del pattern seriale ma il tessuto sonoro ricavato è un magma che avvolge e riscalda aprendo l’ascolto a suggestioni arcaiche piuttosto che a scenari tecno-futuribili. In Esperanza la vocalità è immagine sognata e catalizzatrice del ricordo. La coralità deumanizzata del dream pop più adulto (Art of noise) è un ottimo strumento per riportare la testa in un arcadico immaginario tutto “anime latine”, orchestrazioni Carl Craig e sirene che cantano in grotte infinite. I nostri però, hanno anche (e soprattutto) orecchie e strumentazione del 2011.
Dopo le contaminazioni a base di featuring e rmx reciproci, in concomitanza con l’uscita del primo LP Esperanza e a un mese dall’uscita di Coracle di Walls, abbiamo il piacere di intrecciare ulteriormente la carriera di questi musicisti con una doppia intervista incrociata, nella dimensione del dialogo intimo ed epistolare. Matteo Lavagna (Esperanza) e Alessio Natalizia (Walls) si ritrovano a chiacchierare delle rispettive band come se fossero tornati sul tour bus dei Disco Drive, la storica band da cui provengono entrambi e che nei primi anni zero è stata portabandiera dei furori post-punk nazionali. Ma questa è un’altra storia… .
Alessio: Il tour è andato benissimo. Non sarebbe potuto andare meglio! E' stata un'esperienza super. Ian è mitico cosi come sono dei grandi gli altri due della band. Sono ragazzi semplici, interessanti ed interessati. Sono in giro a suonare da una vita e questo si capisce in un istante. Tutti sappiamo che sono delle macchine con i loro strumenti, ma anche umanamente sono persone in gamba e sanno cosa vuol dire militare in un gruppo piccolo come il nostro. Per noi è stato un grande onore sapere che erano nostri fans e che ci volevano in tour con loro negli Stati Uniti e in Europa. Aver suonato davanti ai loro fans ci rende orgogliosi! Sono molto aperti musicalmente. Alcuni già ci conoscevano e quelli che non ci conoscevano, ogni sera, ascoltavano e venivano al banchetto per indagare. Il nostro set direi che è andato molto bene.
A: Per me non è importante capire dove sto andando. Se conoscessi già da ora i miei prossimi passi mi sentirei assolutamente finito. Banjo or Freakout e Walls sono soltanto modi per esprimere me stesso e non sono in competizione tra loro. Per questo non mi interessa quale disco è uscito prima o dopo. Entrambi sono solo un mezzo per muovere la mia creatività in direzioni diverse. Se avessi tempo credo che farei un gruppo nuovo alla settimana! E' vero che in meno di due anni ho fatto due album con Walls e uno con Banjo Or Freakout e molti sono rimasti confusi dal fatto che facessi uscire Walls prima di Banjo, ma non mi interessa fare le cose come dovrebbero essere fatte. Seguo il corso della musica e se la musica mi porta in certe direzioni, vuol dire che sono le direzioni giuste.
A: Si, cerco sempre di essere attento alle cose nuove che escono ma allo stesso tempo c'è una marea di cose vecchie che vale la pena di riscoprire. Ogni mese c'è una ristampa con tanto di bonus tracks di un disco importante che magari avevi solo in MP3. Ma ci sono anche cose nuove che meritano molto. C'e' tanta spazzatura ma anche molte cose interessantissime, basta solo sapere ascoltare. Oggi il problema è semmai il modo in cui si ascolta la musica. Non si ha più tempo per niente! Uno può ascoltare in maniera superficiale dieci dischi in un giorno e cancellarli tutti il giorno successivo. Per quanto riguarda il kraut, ovviamente sono un gran fan, come sono un fanatico della germania e della ripetizione nella scrittura. Anche se non mi interessa scrivere musica con la carta carbone. Detto questo Walls suona cosi perché è un incontro tra me e Sam, non ci diciamo mai "facciamo un pezzo alla Cluster" o che so io. Ci capita piuttosto - e la stessa cosa accade sempre con Banjo Or Freakout - di finire un pezzo e di fermarci a riascoltarlo per capire da chi possa essere stato influenzato.
Si è difficile parlarne. In senso generale più faccio musica e più mi rendo conto che davvero non ha senso parlare di musica. Assolutamente, se dovessi scegliere un disco per la vita sceglierei un disco pop. Il pop vince sempre! E’ esattamente come dici tu: è molto più difficile fare un pezzo pop di tre minuti che un pezzo di drones di venti. A me/noi interessa fare qualcosa a metà tra le due. Sarà che sto invecchiando, ma sono stufo di fare casino. Voglio fare musica che ascolterei anche se non fosse la mia. Voglio fare musica che sia utile a qualcuno o almeno che sia utile a me!
Matteo: E' proprio una bella domanda. Milano è stato il nostro punto di incontro. Ma se devo essere sincero, a livello creativo siamo riusciti a ritagliarci un piccolo spazio entro il quale prendere le distanze un po' da tutto. Poi, ovvio, un essere umano è sempre influenzato dal posto in cui vive. Forse aiuta il fatto che a Milano non esiste una vera e propria "scena musicale" o almeno noi non la sentiamo. Ci sono persone con cui condividiamo un'attitudine ma non c'è, per dire, quello che poteva esserci a Bologna un po' di tempo fa: quando abitavo là, sentivo il senso di appartenenza a un "movimento" che coinvolgeva i gruppi di Reggio Emilia, Bologna, Forlì, ecc. C'erano dei punti di ritrovo, insomma, delle occasioni per incontrarsi che nella Milano attuale non ci sono. Forse anche perchè sono passati certi tempi e il cambiamento continuo a cui è sottoposta la città non lascia troppi punti di riferimento. A pensarci bene, credo di aver piano piano capito che in qualsiasi posto in cui mi trovi, ho bisogno di crearmi una nicchia isolata e il più possibile asettica, in cui cercare di essere sincero con me stesso, artisticamente e umanamente. Carlo e Sergio, i miei compagni in Esperanza, sono due persone con cui posso condividere questo bisogno di isolamento mentale e di trasparenza.
M: Questa domanda mi fa pensare ai tempi dei Disco Drive. Parlavamo spesso dei ruoli, delle mansioni dichiarate o meno all'interno di un progetto. Per Esperanza ci sono ruoli di base distinti, ma ciò non esclude la possibilità che tutto rimanga aperto, da mettere in discussione. Ci sono stati momenti che ci hanno visto tutti e tre nella stessa stanza a creare qualcosa da zero. Poi succede spesso che il singolo lavori separatamente su un loop, su un suono, portando all'attenzione degli altri il proprio spunto. E' bello, in questi casi, vedere come un'idea cambia passando per le mani, le orecchie e gli occhi altrui. Amiamo contaminarci a vicenda, siamo complementari e questa è una grande fortuna perchè c'è fiducia e dove c'è fiducia qualcosa di buono esce fuori. Riguardo ai tempi: il disco ha avuto una gestazione lunga, anche perchè inizialmente il progetto Esperanza era nato come vera e propria via di fuga dal quotidiano, senza un progetto discografico dietro o aspettative. Poi è arrivata Gomma e da lì abbiamo dovuto guardare il tutto con occhio più pratico, perdendo necessariamente qualcosa in termini non tanto di spontaneità, quanto di pazienza e calma. Di certo questo anno e mezzo ci ha insegnato molto dal punto di vista umano e artistico, suggerendoci nuove direzioni e nuovi modi per creare e produrre.
M: I nostri spigoli a volte si scontrano. Siamo, effettivamente, tre persone devote alla causa ma necessariamente e per fortuna diverse. Io parlo per me: sono un passionale, a volte incanalo male l'energia e perdo la direzione. Posso diventare insopportabile e questo i miei soci lo sanno bene (e tu pure!). Una "band" (parola che mi fa ridere usata per Esperanza) è una dimensione che amplifica notevolmente pregi e difetti delle persone, elementi che molto spesso sono due facce della stessa medaglia. Probabilmente la mia passionalità può essere stata a volte il motore per la nascita di questa o di quella cosa, altre volte un deterrente. E' sempre questione di tempi e modi, ma di base ognuno di noi tre sa che gli altri vivono la cosa con medesima intensità e sincerità. Gli input creativi, paradossalmente, non rappresentano quasi mai un problema. Siamo molto più problematici su questioni tecniche (mixaggio, produzione etc), forse perchè il nostro suono è ciò che più ci rappresenta e ci caratterizza. Un buon proposito per il futuro potrebbe essere quello di diventare più spontanei, meno cervellotici. Ci siamo resi conto di questa necessità quando abbiamo iniziato a capire qualcosa del nostro live. Abbiamo cominciato ad improvvisare con synth, campionatori, chitarra e basso e ci siamo accorti che passare le notti davanti a uno schermo a editare e programmare ha meno senso di quanto non pensassimo.
M: No no, tranquillo, stai benissimo. La cosa non può che farci piacere. Amiamo quel disco. Io, poi, ho una questione sempre aperta con Anima latina. Quando lo ascolto mi sembra di indagare un mistero. Non ne vengo mai a capo. E più non ne vengo a capo, più mi fisso. Mi spiazza la persona Battisti. Ed è proprio Anima latina il disco dove, secondo me, l'essenza della persona è davvero libera, davvero rappresentata (parlo anche di Mogol, visto che Anima latina è l'unico disco battistiano in mio possesso in cui parole e musica sono sullo stesso, ottimo, livello, pur essendo state partorite da due persone differenti). Quei riverberi...come resistere? E' vero, nel nostro disco c'è l'eco di Anima latina che risuona. Ma ti dirò di più: quando Esperanza è nata, l'idea di Anima latina era già ingombrante. Cercavamo quel posto e sapevamo perfettamente che non avremmo potuto trovarlo ma solo riprodurne una sommaria rivisitazione. Con il tempo abbiamo semplicemente cercato di fare musica che ci piacesse e quando l'approccio è questo, tutto risulta più semplice.
M: Ce l'ha. Per fare un esempio, Sirena è il nostro tentativo di andare incontro al pop. A livello di struttura volevamo che fosse di facile ascolto e di durata contenuta: strofa-bridge-ritornello-strofa-ritornello. Insomma, ci abbiamo provato. Sentivamo che quel pezzo aveva bisogno di questo, così come della tua voce: non mento se affermo che mi sei venuto in mente sin da subito per cantare Sirena. A parte questo esempio, direi che non ci siamo posti il problema molto spesso: il nostro nuovo singolo Jaipur è una traccia techno/kraut da sette minuti. Se invece capita di avere per le mani il pezzo giusto da vestire per una festa pop, nessuno si tira indietro perchè, come dicevamo, è una sfida affascinante. Abbiamo voglia di pop, ma forse è ancora presto, devono succedere ancora delle cose. O, da buoni italiani, dobbiamo mangiarne di pastasciutta.
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