La visione degli Ulver non poteva che scontrarsi con l’alterità del Teatro Regio di Parma, un intreccio - direte voi - a dir poco incestuoso; in realtà smaccatamente puro, così incubato in Natura Dèi Teatri, festival delle arti performative di Lenz Rifrazioni, vedi alla voce “Di uomini e di cani”, “contenitore onnivoro” mai così appropriato mentre si scorre la discografia del gruppo norvegese. Si tratta del secondo grande evento musicale ospitato da Parma negli ultimi sei mesi dopo la profetica apparizione primaverile di Alva Noto e Blixa Bargeld; entrambi i concerti-evento sono stati promossi e organizzati da LiveAlivE di Alessandro Albertini.
Gli Ulver sono essenzialmente un contrasto, o meglio, lo raccontano dissodandosi, scarnificandosi come l’essenzialità del gesto animale. La (rin)corsa e la lotta, l’attacco e la fine, e ancora, l’ineluttabilità e la rassegnazione. Così spiazzanti e rigorosi, dalla brutalità sonora e dall’indefinita bellezza visiva riemergono come un’infinità di ossimori, incapaci di delineare la loro venuta dalla natura, così ossessionati dall’indeterminatezza (progressive di oggi) cui sono costretti dalle loro voraci origini distruttrici (il nero metallo di allora). L’incontro di questi due elementi rivela tutt’altro, quasi a sorpresa: un’immagine viva della natura all’epoca della sua sparizione. E veniamo alla serata evento. A precedere gli Ulver l’emaciato Stian Westerhus, splendido cagnaccio dell’improvvisazione chitarristica, sempre deciso nel dare vita (o morte?) ad un gioco di ombre e angoli di inestimabile valore sonico. Il segreto? La distribuzione dello spazio sonoro. Prima rasentato di melodia, e poi disarticolato quanto basta, come a voler disegnare una poetica delle nevrosi dei nostri giorni, così animaleschi quando Westerhus grida, così silenziosi quando i violini lo accompagnano verso il baratro.
Buio in sala e tra le anime, è l’ora dei lupi. February MMX è l’attacco all’animale e l’equivoco dell’umano, la nota stonata del prossimo passo, e cioè l’ultimo War Of The Roses, così marcatamente progressive, così definitivamente Ulver. Le forme geometriche sullo sfondo registrano il conflitto, come lampi laterali, come se l’inizio e il tramonto per una volta coincidessero. Norwegian Gothic è vittima di rasoiate sintetiche, come se gli inserti di rosso sul telo dietro la band annunciassero la dispersione di sangue, orientato all’inverso, impressionante; ad ombreggiare tra le immagini e la platea un Krystoffer Rygg tribale, quasi piegato quando chiede al pubblico di avvicinarsi, di affrontare l’avvento del morso. Si assiste alla The Wall dei diseredati, dove il mistico incontra il sapore della finitezza della storia animale, dove il fiato invisibile della vittima sovrasta l’accanimento del carnefice. England è il respiro della bestia, trip hop – per una volta senza confini – a riprodurre il suono indifeso dell’animale inchiodato dell’uomo, un ritratto al rallentatore dei due elementi in posa, che siano rincorse, desideri violenti, sia che siano delicati e annusati avvicinamenti, sempre ritratto onnicomprensivo è. Il dunque si affaccia con il finale monstre di September IV, ovvero la rassegnazione come levitazione sonica – per una volta non imparentata col tragico – destinata a svincolarsi in una lunga coda psiche(delicata), tra Moroder e il paranormale. Island è la soluzione, è l’angelo sommerso dal ballo, sfocato e quasi indistinguibile; è l’ago, il metronomo nella fuga di entrambi, della sempiterna vittima e dell’inconsapevole (?) carnefice; il tutto lungo lungo la deriva catastrofista di una chitarra finalmente senza guinzaglio, indefinita nella forma, colpevole e magnifica nelle intenzioni.
Finalmente giunge l’assedio alla deriva degli Ulver, ripetitivo e definitivo. For The Love God è guerra, il ritornello così ossessivo riempie di buio tutto il Regio, magnificamente illuminato fino a poco fa. Si tratta di una devastazione di corpi, come tuffati al contrario tra il grigio dei visuals, imperfetti eppure puntuali. Eos, la luce di Shadows Of The Sun, è l’occhio fisso di un funerale lungo un giorno, dal tramonto alla luna; le mani dei lupi rivolte verso la platea e, assieme ai malconci giochi di luce, entrambi pronti nello sferragliare l’attacco finale; un destino musicale che si materializza sottoforma di preghiera ossessiva: organo umano e musicale che pulsa, violino in un limbo ancora da definire, in bilico tra la natura umana e – come siamo troppo abituati a dire – tutto il resto; ovvero ciò che rimane, pensato brutale negli anni novanta, e rivelatosi ora, secondo gli Ulver, il futuro cui aggrapparsi: la natura e l’animale.
I lupi norvegesi ritrovano e obbligano il Regio in ginocchio; una linea perfetta li congiunge alla sconsacrazione di pochi mesi fa, tra i gesti rivoluzionari e sintetici di Blixa Bargeld e Alva Noto.
Scheda: Ulver
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