Drop Out
Pubblicazione 10 Dicembre 2011

Jakes

In Da Club #5

Filthstep is the next big (and hard) thing

Dai rave alla drum'n'bass fino ai nuovi fronti filthstep: la carriera del padrino del dubstep di Bristol è il pretesto per ricollegare gli effetti ancora visibili delle famigerate ribellioni 'ardkore
Jakes
2011

Abbiamo avuto l'occasione di assistere al suo esplosivo dj-set il mese scorso proprio qui in Italia, all'Animal Social Club di Roma, ed è sembrato subito lampante come fosse il modo migliore per chiudere col botto l'anno secondo In Da Club. Lui è Jakes e rappresenta il primo big della nostra serie di approfondimenti dei fermenti clubbing, dopo che nei mesi scorsi ci siamo premurati di dar voce ai giovani talenti emergenti nella scena 4/4 (e non) di oggi: da quasi 15 anni è un punto fermo della scena notturna bristoliana, protagonista prima dell'età d'oro della drum'n'bass e poi della recente rinascita dell'underground sotto la nuova fase dubstep emersa nella seconda metà dello scorso decennio; sua è la voce che adorna il buio di storici inni d'n'b come Drink, Mindkiller e Deep, e suo il merito di aver fondato la crew H.E.N.C.H., che ha acceso i riflettori sul sottosuolo di Bristol proprio mentre il dubstep diventava la next big thing della città e partoriva pezzi da novanta del calibro di Joker e Pinch.

Ma andiamo con ordine. L'occasione stavolta è succulenta, e per la nostra rubrica mensile è come raggiungere un duplice traguardo in un sol colpo. Non si tratta solo del primo nome importante della serie, ma anche del primo face-to-face con il dubstep, visto ovviamente da un'ottica strettamente legata alla pista: un'analisi che oggi non può mancare, visto che lo stepping è ormai una presenza ingombrante negli ambienti notturni da diversi anni. E che dubstep! State pensando ai set di una vecchia volpe come Kode9 o agli show in console di signori dell'oscuro come Untold o Ramadanman? Siete fuori strada. Il mix di Jakes oggi è la deriva più violenta e degenerata del dubstep, quella che rappresenta meglio la direzione verso cui il genere si sta muovendo: lo chiamano filthstep ed è il lato più hardcore del continuum, con le sue distorsioni assordanti che strappano la continuità ritmica e la costante halfstep a donare un incedere alieno.

Gli anni d'oro dei rave, la scena di Bristol, l'apice e il declino dell'era drum'n'bass, la seconda ondata dubstep, l'ascesa filthstep e il futuro del genere: tanta carne al fuoco, tutti temi che toccheremo e proveremo a dipanare mentre ripercorriamo la storia del Jakes artista, dalle origini partite nell'underground al presente come label manager e leader del club (il suo mixtape su mixcloud è stato uno dei più seguiti dell'anno). Tra uno show e l'altro siamo riusciti a metterci in contatto e ci siam fatti raccontare il suo punto di vista sul momento del dubstep. Ma ne riparleremo più avanti, adesso diamo inizio alla carrellata.

Dal rave allo studio: l'età d'oro della d'n'b

Tutto comincia in Inghilterra, negli anni '90. La febbre dei rave non si è ancora placata, ed è ancora palpabile l'adrenalina di far parte di uno dei momenti irripetibili della storia: la sensazione di decadenza ed euforia che fa sembrare tutto attaccato a un filo, la coscienza che un tal fermento avrà come ogni cosa la sua fine (a ricordarlo la costante aria di illegalità, i continui provvedimenti legislativi atti a reprimerne la pratica e, non ultimo, il legame percettivo con l'esperienza dell'ecstasy, il cui entusiasmo segue un percorso obbligato che va scemando col tempo). Eppure, anche dopo il periodo d'oro che avrà termine grossomodo nel '93, quella spinta ribelle avrà ancora vita lunga e si riverserà prima sul continuum drum'n'bass che si prolungherà fino agli anni zero, poi sul dubstep, interpretandone le spinte più aggressive che ci apprestiamo ad affrontare oggi.

A quel tempo, però, gli strascichi che l'ardkore avrà sul futuro non erano ancora prevedibili, e d'altronde non c'era ragione per pensarci troppo. Nei '90 Jakes è ancora semplicemente Jermaine Jacobs, uno dei tanti ragazzi che volevano godersi quell'eccitazione collettiva fino in fondo. Intraprendenza, senso del palco, forse pura spregiudicatezza, fatto sta che un giorno Jermaine ebbe la possibilità di prendere in mano un microfono e diventare il protagonista attivo di uno dei rave illegali ("free party", pardon) organizzati dal famigerato gruppo "Ledge". L'impatto fu efficace, gli agganci erano forti e Jakes diventò rapidamente uno degli MC resident del Ruffneck Ting, il leggendario club jungle fondato nel 1993, entrando così a far parte di un'elite a cui appartenevano anche eroi locali come DJ Dazee e MC Megatron. Da lì in poi l'ascesa è frenetica: prima la partecipazione sua e di tutta la Ledge crew a rave storici come gli Helter Skelter, i Dreamscape e gli One Nation, poi il successo è tale che l'idea di un tour mondiale non è più campata in aria e, insieme a Dazee, Jakes attraversa l'oceano e crea scompiglio nelle notti dei weekend statunitensi.

La stella è nata, e balena presto l'idea di iniziare a lavorare su qualcosa in studio. Tornato dal tour in America, intorno al 1997 inizia a lavorare in sala di produzione insieme a Markee Substance, lo stesso producer che dal 1999 sarà membro fondante dei Kosheen, col quale produrrà i suoi primi brani, come No One Knows, Streetlife e Dialect. Più lunga sarà la collaborazione con Marc Caro aka Technical Itch, tra gli artisti più neri della drum'n'bass britannica. Il punto di forza di Jakes era sempre la voce (infatti era MC Jakes), e sarà quella l'impronta principale data ai lavori realizzati in quel periodo: siam già passati agli anni '00 ma il centro gravitazionale che attrae Jakes è ancora la drum'n'bass, come testimoniano tracce ben note come The Risin' (insieme a Tech Itch e Kemal), Soldiers, Life Of Sin, Pressure Drop (sempre Tech Itch), o Dum Dum (con l'australiano Davide Carbone).

Nel frattempo si andava cementificando una ragnatela di relazioni artistiche che avrebbe presto condotto alla fortuna. Durante il tour promosso dalla Moving Shadow insieme al fido compagno Technical Itch, Jakes incontra gli E-Z Rollers e si forma un sodalizio che porterà i suoi toni gutturali tra le frequenze di BBC Radio 1 e Kiss FM e sui palchi dei Diesel New Music awards. Poi è la volta dei Distorted Minds, dalla cui collaborazione ha vita T-10, forse il primo dei grandi successi della sua carriera: il tappeto ritmico è serratissimo, ma a colpire sono le sferzate distorte che dominano le alte frequenze, un retaggio dell'era rave e nello stesso tempo l'aggancio alle sonorità che oggi Jakes tira fuori dietro la consolle. È la base ritmica ad essere completamente differente, ma vien da pensare che il filthstep odierno sia proprio l'espressione della ribellione rave applicata al percorso dubstep.

Jakes
2011

La svolta più importante però la si ha dopo l'incontro con Tom Caswell, uno dei principali fautori della scena drum'n'bass bristoliana. Il primo frutto della collaborazione con TC è proprio Deep, uno dei brani per cui Jakes è più famoso, ed è nuovamente la sensazione che quelle siano le stesse astrazioni distorte che vengono dal passato per rimanere protagoniste anche nel futuro, sotto le forme differenti che vedremo. Jakes e TC fan coppia fissa, e Deep è seguita da una serie impressionante di hits che han fatto la gioia del popolo dei clubbers: Fuck What You Heard, Mindkiller e Raise The Roof sono esempi dell'euforia d'n'b che Bristol vive nella prima metà degli anni '00: un entusiasmo che andrà scemando passando nella seconda metà del decennio, per poi ritrovare linfa vitale tra il 2006 e il 2007 grazie all'avvento dubstep. In ogni caso, sono i tratti cupi caratteristici della città, gli stessi di cui ci parlava Emika, che precedentemente si erano riversati sul trip-hop e presto avrebbero trovato l'appoggio della nuova forza dubstep.

Quella di Jakes però era materia densa d'n'b, nera come il petrolio, fatta di distorsioni e ossessioni che non concedevano rallentamenti o compromessi d'ascolto. È in questo sound che l'artista di oggi affonda le proprie radici stilistiche: il buio della drum'n'bass sta per cedere il passo al dubstep, e per un certo lasso di tempo la smania per le folli corse ritmiche e per le distorsioni aggressive verrà messa da parte in favore di un suono più cupo e introverso. Il dubstep sta per arrivare anche a Bristol, e Jakes si stava quasi facendo cogliere di sorpresa...

"Volevo fare qualcosa hip-hop..."

Nelle diverse interviste rilasciate Jakes ama scherzare sulle modalità di approccio quasi incoscienti alla materia dubstep: "In realtà la mia intenzione era di fare qualcosa hip-hop. Ma anche il mio modo di fare hip-hop rispecchiava quel mio svoltare dark a un certo punto. Per cui la gente mi faceva 'Hey Jakes, questo non è hip-hop, è dubstep!'". In realtà la cosa è abbastanza comprensibile: quell'oscurità irriducibile delle varie T-10 e Deep non poteva che venir fuori anche sotto metriche hip-hop, e se a ciò aggiungiamo sferzate bass e treble distorti, altro non abbiamo che il dubstep di Vex'd o Distance.

In fondo è tutta una questione di influenze. Tra i punti di riferimento da lui citati per quel periodo ci sono Mala, Skream, DJ Hatcha, Plastician, Joker e le produzioni Horsepower. A questo punto siamo arrivati al 2007, e Jakes ha cementato l'ennesimo gruppetto artistico niente male: oltre a lui ci sono Headhunter, il producer Antony Williams noto anche sotto il moniker Addison Groove (anche lui presente alla famigerata serata all'Animal Social Club che dicevamo all'inizio) e Whiteboi, entrambi proiettati energicamente verso la parabola step. I tre fondano la H.E.N.C.H. recordings (Hard Earned Never Caught Hustling, ricchi e mai colti in azzardo), la pionieristica etichetta che è subito diventata il faro della scena dubstep underground di Bristol nonché lo sbocco primario delle ricerche sonore di Jakes stesso, ormai letteralmente bombardato dall'influenza di questa nuova linfa.

La nuova veste dubstep funziona alla grande fin dall'inizio. Con un piglio da umile principiante, Jakes invia le sue prime creazioni dubstep a colonne del settore come Distance e Skream, ed è proprio quest'ultimo a dargli un forte segnale circa la qualità dei suoi prodotti: la demo 3kout colpisce immediatamente la stella di Croydon e diventa una presenza fissa nei dj-set messi in scena nelle serate successive all'uscita del suo primo, epocale album. Come non capirlo: la traccia è un esempio perfetto di quel che era il dubstep in quegli anni, nell'accezione più lugubre e reietta che il continuum abbia mai conosciuto.

Per Jakes è praticamente la consacrazione della sua nuova strada. 3kout diventa la release numero uno della H.E.N.C.H. Recordings, su 12'' insieme a un'altra gemma oscura come 2 Steps Back. Seguono a stretto giro altri due singoli, Titan Dub e Warp 9, in totale quattro pezzi apprezzatissimi nell'ambiente (verranno utilizzati spesso anche da N-Type e Mary Anne Hobbs). Nel frattempo, la H.E.N.C.H. inizia a reclutare i talenti emergenti dell'underground bristoliano: i primi ad arrivare sono Keiran "Komonazmuk" Lomax, vecchia conoscenza di Whiteboi che per il 2008 tira fuori un paio di singoli a metà strada tra l'ambient e il post-industriale come Bad Apple e Miss Her, e soprattutto Joker, col quale Jakes stringe un'amicizia duratura, celebrata dalla gettonatissima collaborazione in acido di 3k Lane alla quale si aggiunge la visione proto-filthstep Modem. Nuovi adepti verranno dal 2009 in poi, vedi ad esempio i movimenti tellurici dei Chasing Shadows (Dr. Sin, Amirah), Eddie K, un altro che sia ora che allora oltrepassa la soglia filth (The Shivers, Dark Ages) e Beezy, il più filthy della scuderia (lo troveremo spesso proprio in coppia con Jakes, vedi Headtop Chop e Nightmares).

Jakes
2011

Ma Jakes rimane la primadonna del parterre. I primi anni dell'avventura H.E.N.C.H. coincidono col suo graduale passaggio dal sound d'n'b a quello dubstep, una metamorfosi lenta che è stata scandita da una serie di 12'' battezzati The Jakes Project. La serie sfocierà nel 2009 con l'omonimo album, che raccoglierà e integrerà le tracce rilasciate su singolo e diventerà la fotoricordo del suo periodo in "terra di mezzo": l'album alterna scorribande drum'n'bass ancora in perfetta forma come Gatekeeper e Swerve a tagli profondi halfstep ad alto tasso bass come Rock Tha Bells e Warface, e vedrà la collaborazione di vecchi amici come TC e i Distorted Minds. Un album che però ha lasciato lo stesso Jakes soddisfatto a metà: "Avrei dovuto prendermi più tempo per quel disco. Ci sono dei pezzi molto buoni, ma avrei voluto lavorarci di più. Ciò non toglie che l'apprezzamento è stato straordinario, non avrei potuto chiedere di più. Anzi, avrei potuto benissimo stamparlo in molte più copie di quanto non abbia fatto".

Resta il fatto che l'album coglie un Jakes in piena fase di evoluzione stilistica. Il duplice filone di attività si spiega con le passioni personali: "Stavo cercando il suono che meglio si adattava a me. Prima dell'avvento del dubstep trovavo la maggior parte della dance carente sotto certi aspetti. Amerò sempre la drum'n'bass, ma è il dubstep quello che sembra costruito ad arte per la mia mentalità. E lo stavo scoprendo in quel periodo.". Nello specifico, la forma scelta per il nuovo volto era l'half-step, ossia quella che lasciava più spazio alle speculazioni sulle alte frequenze. Brani più recenti come Annihilate, Dopeman o Signal vedono un artista sempre più preso a riempire i vuoti tra frustata e frustata con spessori wobble e risonanze in loop. È questo il terreno che ha generato il Jakes di oggi: il più aggressivo di sempre, capace di un suono la cui potenza è solo intuibile dall'ascolto grazie a singoli come Skylark, Scanners o Claw, ma che si coglie appieno solo nei live roventi che continua ininterrottamente a presentare in giro per l'Europa.

Futurismo disturbante

Siamo ai giorni nostri. Il dubstep - per come lo intendiamo comunemente - è sempre stato qualcosa che tramuta il proprio volto diciamo ogni due anni, e oggi risulterebbe praticamente irriconoscibile a chi è rimasto alle profezie di Distance e della Hyperdub (per non parlare delle primizie di El-B o del primissimo Kode9). L'eclisse post-dubstep sbocciata nel 2010, poi, ha segnato un vero e proprio spartiacque, aprendo per la prima volta alle masse (dance, pop, mainstream, panorami in ogni caso assolatissimi) un genere nato e cresciuto nel segno di un'oscurità dilagante e gelosa di sé stessa, fatta per cultori coraggiosi e club con selezione all'ingresso. La spaccatura non ha esattamente ucciso il genere (come quasi tutto lasciava intendere giusto pochi mesi fa), ma ha rotto il legame nascosto che esisteva tra le spinte proiettate al grande pubblico (ricordiamo le infiltrazioni techno di Martyn e Scuba) e l'intimismo uber-bass volto al disagio (l'intrasigenza autoreferenziale di Benga e Shackleton).

Jakes
2011

Se dunque da un lato il 2011 ha aperto le frontiere post- con armonie step fatte per flirtare insieme ad ambient-techno (il filone più prolifico, cristallizzatosi sull'album dei Sepalcure) e soul (da Blake a Emika), dall'altro si fanno sempre più intraprendenti le derive maggiormente hard del genere. Il filthstep, come anche il wobble, è il nuovo verbo del continuum dubstep e inizia a porre l'intero percorso sotto una nuova luce. ll perché, se ben ricordate, ce lo aveva già spiegato Simon Reynolds qualche mese addietro, con la sua proverbiale capacità di catturare l'essenziale in mezzo al caos: queste due sono le mosse che rendono il genere seriamente sgradevole e fastidioso, un orizzonte che in passato il dubstep ha solo guardato da lontano, quasi intimorito dal perdere presa.

Riportandogli le parole di Reynolds, Jakes si trova concorde ma fa anche un passo avanti: "Sì, è un sound futuristico nel senso stretto del termine, ma non penso possa diventare il futuro del dubstep. Proprio per la sua natura di suono disturbante: perché la gente dovrebbe volere questo per il futuro?". Di fatto, però, è proprio esagerazione/esaltazione da avanguardia futuristica, l'accettazione totale dell'avvenire meccanico applicata alla teoria halfstep.

I risultati abbiamo potuto vederli direttamente sul campo: la gente ritrovatasi nella pista invasa dal filthstep si scopre in difficoltà, incerta su come affrontare la faccenda sul piano pratico. "Come si balla 'sta roba?", sembra esclamare. Niente di questo stile è direttamente rivolto al dancing, i beats sono strategicamente diluiti, e in mezzo al ciclo ritmico l'aria è ricolma di bassline devastanti che rompono il contatto col corpo. È musica-ribellione, che inverte il normale meccanismo che si verifica in pista: dove prima il dj agevola l'ambiente per lasciar germogliare l'energia collettiva, catalizzandone i meccanismi interpersonali disalienanti, ora la musica sembra voler dominare la pista, imporre la propria mano autoritaria sul pubblico, costrigendolo a "subirla" invece che spingendolo a farsi trasportare. "La musica deve avere un impatto emozionale forte", ci dice Jakes, "e mi piace mettere in scena varie suggestioni nei miei sets. Probabilmente il pubblico cambierà presto esigenze, e sarà aperto a nuove evoluzioni perché è di questo che ha bisogno. Ma al momento questo funziona".

L'incontro col filthstep per Jakes è quasi il raggiungimento di un traguardo. Le sonorità disturbanti erano sempre state il suo marchio di fabbrica, e questo nuovo formalismo sembra aver trovato il canale espressivo ideale per il suo status di "bad boy". È come se il suo percorso fosse sempre stato alla ricerca del suono più hard, della combinazione più aggressiva, raggiungendo finalmente oggi un apice difficilmente superabile. Quel che ci risponde conferma questa analisi: "Faccio ogni tipo di dubstep, ma in effetti in questo periodo il focus è sul mio lato più 'filth'. Molto dipende da dove mi esibisco ma, sì, al momento il trend sembra puntare al suono più hard possibile".

Guardando con scrupolo le sue mosse dietro la consolle si colgono delle sottili differenze rispetto ai soliti meccanismi del club: non c'è ombra di quella ricerca della sintonia col pubblico che è usualmente ambìta dai dj, è assente il coinvolgimento dinamico con la gente. E questo, sia chiaro, non perché Jakes sia statico dietro ai piatti, ma proprio perché al contrario è lui l'unico completamente a suo agio in questo suono: scatenato, votato all'headbanging e trascinato dall'estasi delle oscillazioni. Il pubblico deve solo obbedire al monarca che per un'ora o due ha il comando assoluto del campo.

Lo guardi dritto in faccia e capisci tutto. Quella non è un ammiccamento di soddisfazione, ma una smorfia di dolore provocata dalla potenza del sound. Quasi dicesse "cazzo, non me lo ricordavo così devastante!". È l'esperienza di sentire qualcosa che ti mette a disagio, che chiude coi tempi della gioia relazionale del clubbing. La gente balla, ma è come un contorcersi dominato dagli spasmi, scoordinato col resto della folla. Queste notti non son fatte per rimorchiare. Questo è l'isolamento temporale e fisico di chi è tanto nauseato dalla routine industrializzata da desiderare ardentemente anarchia e caos. È l'esperienza spersonalizzante che si pone all'avanguardia del panorama odierno, e pochi sono in grado di generarla. Jakes, invece, sembra maneggiarla da decenni, con quel viso duro e quello sguardo cattivo. Eppure con lui ci si sente come in famiglia, in compagnia di qualcuno che ha capito meglio di te cosa hai bisogno e si appresta a dartelo. Il "big daddy" del club-stepping è in forma smagliante, e chissà che presto non arrivi un album che faccia il punto delle direzioni moderne. In assenza di quello, al momento rimane esclusivamente un appuntamento in da club, appunto. Noi ve l'abbiamo raccontato, voi ora fareste bene a provarlo in prima persona.

Scheda: Jakes

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