I Cosiddetti Contemporanei
Pubblicazione 03 Dicembre 2011

Penelope sulla Luna, Droptimes, Ed, Sub Noir, Beniamino Noia, Hotel Chevalier, Mirror Man, I Valium, AndrearelliniCinque, Polarbeers, souLOfmyShoEs

Re-boot #21

Ceppo ricco di fine anno, un bel panettone farcito di tutto da tutto lo stivalone. Tanta roba, e tanta attende il nostro implacabile vaglio. L'Italia, almeno questa, è viva.
Ed
2011

Subnoir è un piccolo progetto ambient/ glitch capitolino, prodotto dalla Inglorious Ocean. Il loro Reflex EP (Autoprodotto, 6.2/10), a cavallo tra organic e dark ambient, immerge l'ascoltatore nella sala buia e rilassante della cromoterapia dei centri benessere, lo proietta in un club a serata finita, solleva dall'imbarazzo di incontri, parole, emozioni, contatti. Semplici e lineari, urbanamente autunnali, le cinque tracce fanno rapidamente piazza pulita di qualsiasi percezione dell'altro da sé: le (poche) presenze organiche - i pianoforti filtrati di Puddle e di Broken Glass, i samples di chiacchiericcio in apertura di Garden - come spesso accade nell'isolazionismo puntellano una sensazione di ricercata solitudine. Tisane bioelettroniche per chi pratica l'autoguarigione.

Beniamino Noia, al secolo Paolo Tizianel trentottenne padovano, fonde la semplicità compositivo esecutiva delle iterazioni su sequencer a sedici passi con il suono di una chitarra a volte asciutta, altre distorta che, sebbene il nostro si proponga come polistrumentista, pare essere l'unico strumento realmente suonato lungo i 28 minuti di durata del lavoro. Le sue canzoni si presentano come piccoli lavori lirici spesso dediti alla ripetizione ed ai passaggi armonici minimali, si rifanno alla tradizione post punk senza però possederne l'impetuosità. Cry (Pinball Machine Records, 6.3/10) nasce più dalla necessità di sopravvivere finanziariamente in tempo di recessione che da una manifesta urgenza espressiva. Ne risulta un EP stanco, gradevole per l'ascoltatore disimpegnato e molto probabilmente più adatto al live una tantum che alla profondità di lettura. Il progetto si potrebbe salvare dal rischio noia infatti solamente se il sense of humour trasudato dal comunicato stampa si trasformasse in presenza scenica. Presenza che, data la vittoria del concorso Italia Wave Veneto, darei comunque per molto probabile.

Uscita stilisticamente dotata di interesse questo ep The Surfer (Autoprodotto, 6.3/10), sophomore dei Droptimes, duo a metà tra l'estatico ed il pop di matrice anglosassone, costruita sul gusto per i crescendo architettati da tastiere simil-acustiche rette da ritmiche su pelli sporadicamente concesse a scricchiolii elettronici. Fanno da collante le collaborazioni esterne, batterie cori ed ottoni che contribuiscono ad impreziosire l'estetica funzionale, sebbene sorga il dubbio sulla resa live, ambito più che consono alla proposta ma difficilmente realizzabile dalla formazione originale. In divenire, ma da tener d'occhio pur necessitando qualche giro di vite sulla poetica.

Quanto a Ed, sembra proprio uno di quei runners in rampa di lancio. Non a caso a produrre questo EP Lights On Lights Out (Autoprodotto, 7.0/10) è stata Beatrice Antolini nientemeno. In effetti l'abbrivio è quello giusto. Tre tracce che denotano romanticismo inquieto tra Elliott Smith e i primi Radiohead (Down The Shades), disinvolta allure indie pop da fratellino tenero di J Mascis (Your Simphony) e soprattutto il piglio power freak condito da irriverenza beckiana e inattese aperture synth pop di Zombie My Dear, dove la (bella) mano della Antolini si fa evidente. A tratti ricorda le migliori cose di Goodmorningboy, votato ad un piacionismo piu' marcato eppero' non a gratis.

L'omonimo ep d'esordio (Autoprodotto, 6.9/10) degli Hotel Chevalier è all'insegna di un indie pop innestato su nostalgie wave con evidenti stimmate Baustelle e marezzature Battiato (la esilarante ritrattistica di Trota). Il quartetto bolognese - che vede alla voce il "nostro" Nino Ciglio (specifichiamo, tanto per prevenire le malelingue) - sfodera testi arguti in bilico tra controdesistenza Offlaga Disco Pax e disincanto arguto Piet Mondrian, situazioni sonore da modernariato post-punk tra il garrulo e l'inquieto, bisognose forse di smarcarsi di piu' dai modelli, ma il passo e' ok e una Dolori intestinali (realizzata assieme a Lo Stato Sociale) sembra già pronta per fare sfracelli nelle playlist indie-pop.

Chissà se il Mirror Man della ragione sociale vuole davvero chiamare in causa Captain Beefheart citando uno dei dischi del musicista americano. Certo è che la musica contenuta in Stelle di ruggine (Petfood, 6.5/10) un ponte ideale con quel tipo di immaginario lo crea davvero. Se non proprio ricongiungendosi in toto con l'anarchismo sulfureo del Van Vliet – qui siamo più dalle parti di una canzone d'autore sui generis con qualche elemento deragliante -, di sicuro facendo il filo alla produzione di alcuni dei figliocci più noti: Tom Waits in testa (L'uomo invisibile) e per estensione il nostro Vinicio Capossela. Una formula che concilia blues (Tango del bicchiere), frontiera americana (Discarica), cantautorato, in una sola soluzione, riordinando le idee e dando loro una forma compiuta, intrigante ma per certi versi anche stereotipata. Ci piacerebbe sentirli più liberi da certe convenzioni stilistiche ormai universalmente accettate, questi Mirror Man, anche perché l'impressione è che la band abbia tutti i numeri per produrre musica davvero interessante.

I Valium arrivano da Salerno e sembrano un po' dei Ministri in versione beat: un soggetto musicale a meta strada tra major (escono per Warner) e mondo indipendente (hanno alle spalle tre demo e un EP), abbastanza levigato per aspirare ad ampie platee ma non troppo involuto per venir etichettato come la classica band costruita a tavolino. Anche perché il qui presente La maledizione sta per arrivare (Warner, 6.8/10) non è affatto un brutto disco, col suo revivalismo aggiornato (loro lo chiamano “new beat”) a metà strada tra Who (The Boys Dig The Boys) e Lombroso (L'arte di schiodare le stelle dal cielo), Kula Shaker (La La La – Gli anni persi) e certi Afterhours adottati da Bo Diddley (Il mio mondo cosmico). Le undici tracce della tracklist suonano che è un piacere, anche grazie al contributo degli esperti Matteo Cantaluppi e Jon Astley in fase di registrazione.

In attesa del nuovo disco lungo che dovrebbe uscire la prossima primavera, i Penelope sulla luna licenziano un Ep composto da quattro brani. Enjoy The Little Things (Dischi del minollo, 6.3/10) unisce a crescendo urticanti in stile Godspeed You! Black Emperor con qualche punta di elettronica (Strange Storms, Snowflakes Like Cannonballs) un lato B decisamente più evocativo e per certi versi classico (I Read Lullabies), in cui far coesistere pianoforti new-age e ragnatele pulite di arpeggi di chitarra. Le cose migliori si ascoltano quando la mera sommatoria delle parti cede il passo all'arrangiamento compiuto, per una formazione capace che, nonostante tutto, si fa portatrice sana di una didascalia post-rock da riserva protetta.

Mirror Man
2011

Gran bel disco Il privilegio del mattino (autoproduzione, 7.1/10) dell'AndrearelliniCinque, opera prima fatta di mezze luci e suonata da un quintetto batteria, contrabbasso, chitarra, sax/clarinetto e violoncello. Le coordinate stilistiche ci pare possano essere ricondotte a Dave Brubeck, soprattutto nella capacità di unire jazz bianco e tradizione classica europea in una musica contaminata ma coerente. Anche se i Nostri sembrano voler andare oltre, pagando pegno al pianista americano nell'iniziale Via del Campanile per poi virare inconsapevolmente verso Richard Thompson/Fairport Convention in Danza di primavera, certe malinconie da camera in Le stanze buie, i fiati in odore Cannonball Adderley nella conclusiva Comincio domani. Pulizia impeccabile, arrangiamenti equilibrati e non ultima, una scrittura di facile approccio anche per i non avvezzi.

Milano è una città difficile. Per la musica forse ancor di più. Spesso scatena rabbie profonde, incastonate in chitarre elettriche tiratissime e cavalcate di batteria. Tetris (autoprodotto, 6.3/10) è il nuovo Ep dei Polarbeers e racchiude quattro brani fra l’hard rock più classico (Baby Please Go On) e le derive stoner/crossover più contemporanee (The Battle of Evermore). C’è tempo per crescere, magari tenendo alla larga alcune influenze ingombranti (Foo Fighters, QOTSE), ma per ora bene così.

Un pop minuto ed intimo è invece quello che souLOfmyShoEs ci fanno sentire nell'album omonimo (autoprodotto, 6.3/10), progetto “da cameretta” che stenta ancora a trovare una forma definita, ma si differenzia subito per un buon gusto nella cura degli arrangiamenti elettronici. Colpisce lo stile, sintetico appunto e lo-fi di quelli che affascinano per la grana poco limpida delle registrazioni che ci fa pensare ad un work in progress da registratore quattro tracce, di quelli che si usavano un tempo. Da tener d’occhio.

copertina pdf #91