Drop Out
Pubblicazione 19 Dicembre 2011

Newtone2060

L’insostenibile frantumazione del pop

Un trio anomalo che ricicla suoni e input tra i più disparati - il jazz informale, il pop 80s, l'avanguardia di rottura - per convogliarli in forme accessibili insieme colte e popular
Newtone2060
Andrea Marutti 2011

Da un calderone off in continua agitazione qual è quello italiano – vedi alla voce Italia Improvvisa – ecco uscire una formazione non nuova ma indubbiamente sottovalutata. Per capacità compositive, prospettive ideologiche, riuscita esecutiva. Shot, vinile limitato uscito per Fratto9, è il terzo album per il trio torino-milanese Newtone2060 dopo l’omonimo debutto (Setola di Maiale, 2009) e la raccolta autoprodotta Extracts, uscita per la home-label Manic Records lo scorso anno.

Un terzetto anomalo – batteria, voce, giradischi – per un approccio alla musica tanto eterogeneo quanto evidentemente di ricerca su una materia che spazia, coinvolge e fagocita di tutto. Un batterista dal curriculum vario e invidiabile, per iniziare. Quel Cristiano Calcagnile che passa con nonchalance dalle platee jazz-cabarettistiche di Stefano Bollani e il suo combo I Visionari allo sperimentalismo rock (Uncode Duello) e jazz-impro (Anthony Braxton ma anche Chris Cutler), per arrivare al “turnismo” di classe con Cristina Donà o Finardi. Un batterista eclettico e versatile, dunque, in grado di mantenere una personale cifra stilistica nonostante cambi di pelle praticamente continui.

Poi, un manipolatore di dischi, turntablist onnivoro e caleidoscopico che risponde al nome di Salvatore “Nino” Sammartino. Personaggio ben noto ai frequentatori dell’underground milanese sia come agitatore, attivista, organizzatore di concerti, che come musicista coi suoi Mercoledì. Di base però è un falegname, professione che sembra segnare il modo di lavorare coi/sui turntables. Di forza e di cesello; di rottura e di raffinatezza. Di punta e di piatto, letteralmente.

Infine un “cantante” per cui tante virgolette andrebbero usate, in quanto artista elettroacustico di partenza, nonché fondatore dell’esperienza OTOLAB. Quest'ultimo, un tentativo di fusione di musica e performance audiovisiva alla ricerca della “sinestetica relazione tra suono e immagine”, le cui istanze sembrano quasi transitare anche nell’approccio vocale alla base di Newtone2060: semirecitato o sussurrato, caleidoscopico e eterodosso. In una parola, performativo.

Tre curriculum e tre animi in apparenza completamente diversi, ma capaci e sensibili al punto da trovare la perfetta coesistenza su un terreno di confine che di confine, però, non è più.

Siete tre musicisti provenienti da background molto diversi. Come vi siete trovati? E qual è il minimo comune denominatore tra di voi?

Marco Albert: Ci conoscevamo già da molto tempo prima che si cominciasse con il trio. Con Cristiano abbiamo percorso per lungo tempo due strade parallele, purtroppo con pochi contatti musicalmente significativi. Ci si conosceva bene e ci si riprometteva spesso di fare qualcosa assieme, ma solo con Newtone2060, nel 2006, la collaborazione è diventata stabile.

Nino, che è sempre stato un agitatore culturale e artistico, aveva ad un certo punto fondato il trio dei Mercoledì. Fu proprio vedendo i Mercoledì dal vivo che rimasi stupito dal suo modo istintivo di mettere i dischi interagendo con altri musicisti o performer. Inizialmente gli proposi di provare a mixare i suoi materiali su alcune mie basi che allora erano elettroniche e iper-strutturate. Da lì, e con l'ingresso di Cristiano, mi si è finalmente sfaldato il terreno sotto ai piedi. Il nostro minimo comune denominatore è forse il fatto che tutti abbiano vissuto e vivano tuttora la traiettoria artistica del trio come una sorta di seduta terapeutica aperta, attraverso cui veicolare ognuno i propri fantasmi. Nel bene e nel male. 

Cristiano Calcagnile: Milano, una città nei primi anni del suo lungo decadimento, circa il 1994. Con Marco abbiamo condiviso una sala prove. Lui faceva già musica elettronica assieme a Max Gusmini (si chiamavano OTO) io studiavo, cercavo. Mi interessava la sperimentazione elettronica e già allora pensavo a progetti con live elettronica e in genere con elettronica. Avevo una formazione jazzistica e classica con varianti etniche, quindi l'elettronica per me era qualcosa di nuovo e affascinante. Con OTO, appunto, suonammo per la prima volta assieme (oggi OTOLAB è una delle realtà italiane di musica elettronica e Vj-ing più importanti). Nino invece l'ho conosciuto al Bulk, un centro sociale di Milano nato nel 1997. Lui, per un periodo si è occupato della programmazione dei concerti. Ancora non sapevo nulla di lui e ci incrociammo diverse volte nei contesti più disparati.

Quando Marco mi propose un gruppo con Nino ne fui subito felice e capii che per me questa formazione costituiva una sfida intrigante. Dialogare, infatti con dei drones e dei dischi non era esattamente quello che mi capitava di fare di solito. Così accettai di buon grado. Il primo concerto fu alla Ciclofficina popolare di Milano a Niguarda. Va ricordato: un altro luogo importante della contro-cultura Milanese di questi anni. Che dire, siamo diventati molto amici. Ognuno con un bagaglio e un percorso diverso che prosegue, per ciascuno di noi, nella propria direzione. Credo che questo agisca da coagulante tra di noi, perché amplifica le possibilità e ognuno può attingere dalle conoscenze e specificità dell'altro. Siamo un piccolo laboratorio umano. Quando funziona è meraviglioso!!

Salvatore Sammartino: Per quanto mi riguarda, suonare con Newtone2060 è molto emozionante. Faccio né più e né meno di quello che facevo da ragazzino, quando solo in casa giocavo e mi esaltavo con i dischi che erano lì: musica classica, Elvis, poi nei miei anni ‘80 Duran Duran, Spandau e spazzatura di vario genere. Diciamo che coi ragazzi torno nella mia cameretta e sto bene, mi riascolto e rendo sperimentale ciò che sperimentale non era, sempre con il rischio di scivolare nella schizofrenia fine a se stessa. Ma con degli amici intorno che ti capiscono e che condividono.

 

Se i due lavori precedenti, pur sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda – un continuo flusso di cut-up e collage sonori forse più virati verso l’elettronica incolta rispetto ai successivi – incuriosivano per la progressiva messa a fuoco di una materia musicale nuova (anche e soprattutto per i suoi stessi esecutori), è il nuovo lavoro a mostrare una coesione concettuale evidente che fa da collante all’intero album. Quasi fosse un concept.

C’è una relazione diretta tra la scrittura di Bukowski e Shot. Perché la scelta di un tale personaggio per un lavoro sulla “rappresentazione dell’umana decadenza”?

MA: C'è una corrispondenza tra i molteplici livelli di lettura del lavoro poetico di Bukowski e la stratificazione di riferimenti e linguaggi di cui è composto il nostro lavoro. Esiste anche una sorta di consonanza tra il nostro suono spesso sporco e la matericità del suo linguaggio.

Newtone2060
Thania Lopez 2011

La ragione per cui si è scelto Bukowski sta proprio in questa molteplicità: le tematiche da un lato, ma anche la metrica, il blues, la fisicità di corpi e umori e la peculiarità e la forza di alcuni versi che si prestavano ad essere estrapolati e usati come epigrammi o parole d'ordine. La rappresentazione della decadenza umana in Bukowski non è mai tragica, mai pesante. E' sempre alleggerita da una vena ironica e dalla costante ricerca del "bello" nei dettagli di ciò che racconta. Anche questo è un elemento che riteniamo consonante, giusto per noi.

CC: A questa domanda Marco saprà sicuramente rispondere meglio di me, per il semplice fatto che è stata una sua iniziativa la scelta di Bukowski. Infatti, per me, non c'è una relazione precisa. È il materiale che Marco ha deciso di usare per esprimersi e, visto che privilegiamo la forma improvvisata senza pre-strutturare nulla, ecco che la scelta di uno diventa un "elemento" con cui relazionarsi e non un concetto su cui lavorare. Quello che mi piace di Newtone2060 è che le storie le "costruiscono" coloro che ci ascoltano. Le relazioni possibili sono del tutto "casuali" nella misura in cui noi ci occupiamo di giustapporre i materiali con un gusto, una "logica" ed una relazione che sono propri di un metodo compositivo estemporaneo.

Questo significa libertà, responsabilità, divertimento e stimolo, ma anche ricerca delle potenzialità espressive degli elementi, sia in gruppo che singolarmente. Per questo motivo, quando Marco ha proposto Bukowski per veicolare ciò che voleva esprimere con la voce, in me non c'è stato alcun pensiero "ideologico/formale/intellettuale" nel valutare la scelta. Gli elementi acquistano un "peso" nel momento in cui vengono introdotti nel flusso, lavorando (per quanto mi riguarda) a un livello inconscio. E' necessario dunque lasciare aperte quelle porte, quei canali percettivi, perché la musica acquisti spessore e senso. Questa è una ricetta, tra l'altro, indispensabile in qualsiasi forma musicale e/o espressiva. Quando questa componente viene a mancare io avverto, quando va bene, mestiere, altrimenti pura finzione o formalismo.

 

Quella dei Newtone2060 è una formale richiesta di partecipazione attiva da parte dell’ascoltatore. Invitato a partecipare ad una visione per forza di cose astratta, smembrata e riassemblata. Fatta di cut-up, di collage sonori, di elementi “altri” incamerati nel/dal dna del trio e risputati fuori. C’è in nuce alla idea stessa di musica del trio, una necessità onnivora di rielaborazioni di spunti sonori che è in perenne instabilità d’equilibrio, in continuo e insanabile conflitto, in costante tensione creativa.

Alla base di Shot sembra esserci la necessità, quasi epidermica, di fratturazione musicale. Penso alle ritmiche sfasate e ai cut-up continui che dall’iniziale How Is Your Heart? dilagano in tutto l’album…

MA: Sì, anche se è costante il tentativo di dare un ordine compositivo a questa che chiami fratturazione. Il gioco a mio avviso riesce quando siamo capaci di dominare, seppur momentaneamente, gli elementi frammentati in quel momento in gioco, per compattarli in un "brano" o "pezzo" … o anche canzone, perché no. Non sempre l'operazione riesce: il "tira e molla" di elementi inizialmente casuali cui si tenta di imporre una regola non giunge sempre a compimento. In questo senso, Shot è ancora un lavoro imperfetto, la scelta dei singoli elementi non è sempre sufficientemente perentoria e di conseguenza non scaturisce sempre l'idea compositiva forte che li imbrigli saldamente.

CC: Sì, io ho questa esigenza epidermica. Forse perché la mia dichiarazione di intenti vuole essere da subito chiara: non essere schiavo delle macchine!! Non essere schiavi di un click o di un dialogo "forzato" che, alla lunga, rende la musica noiosa (almeno per me). Ognuno di noi ha portato un proprio mondo all'interno di questa esperienza musicale e il mio contributo è stato sicuramente quello di spingere sull'improvvisazione e spostare l'asse (che inizialmente era molto più orientato verso il mondo della musica elettronica trans-drone e ambient) su forme più "dinamiche" e che guardassero a quelle sperimentazioni jazz/rock che a me interessa indagare.

Smontaggio e riassemblaggio di frammenti e collage sonori tra i più disparati sembrano essere la cifra stilistica portante dell’album. Siete d’accordo?

MA: Sì, con sempre maggiore attenzione alla qualità "musicale" della materia sonora che tentiamo di plasmare durante l'esecuzione, ed è per questo che c'è ancora un bel pezzo di strada da fare. La ricerca, attraverso l'improvvisazione, di un nostro suono passa dalla capacità di far coesistere i frammenti all'interno di un'idea compositiva, che è il momento del riassemblaggio. Se i frammenti sono ben scelti all'origine, ben piazzati, convinti e convincenti, allora si creano i presupposti per un'idea musicale.

CC: Sì, ma non è stata una "decisione". Nessun processo prestabilito e/o ragionato. Semplicemente il frutto dell'unione spontanea di tre mondi adottando la formula del rispetto reciproco e dell'accettazione degli elementi e delle modalità altrui. In questo senso, la musica improvvisata è l'unico luogo in cui è davvero possibile una forma di pura democrazia!

 

Improvvisazione. Libera esecuzione affidata alla interpretazione del singolo riunito in un collettivo. Massima espressione della democrazia on stage, capace di catturare di ogni partecipante l’essenza ultima e più libera. Di metterla al servizio di se stessa, ma allo stesso tempo di risultare coesa nella elaborazione di un messaggio collettivo intelligibile all’ascoltatore. In virtù di un linguaggio che è sì, libero e spezzettato, ostico e “colto”, ma pur sempre riconoscibile. Per non parlare poi dell’atteggiamento mai eccessivamente serioso o accademico, ma che invece predilige il versante ludico come dimostra la scelta dei titoli delle canzoni (Teresa Pelusa E La Capra Zoppa, Jean Passepartout).

Cristiano Calcagnile
Newtone2060
Thania Lopez 2011
Cristiano Calcagnile

Suonate in set semi-improvvisati in cui alto (l’avanguardia, la musica colta, il jazz di ricerca) e basso (gli inserti “popular”, i vinili riesumati, citazioni “altre” da cinematografia e pop-culture) convivono nella ricreazione di un mondo sonoro alieno eppure riconoscibile, ostico eppure accessibile…

MA: Grazie, questo è un complimento. L'unica precisazione che farei è che in realtà l'improvvisazione non è "semi" ma totale. E, come già detto, la strada è ancora lunga. Siamo ancora alla ricerca di un suono, di un linguaggio coerente per noi e intelligibile per gli altri.

La questione dell'accessibilità è fondamentale. Se ne è discusso allo sfinimento, ma credo personalmente che un set possa essere rumoroso, sghembo, dissonante ma allo stesso tempo avvincente ed emozionante. Se si fa il vuoto in sala, l'operazione non è riuscita. Tutto dipende da come si gestisce la materia sonora, le dinamiche, i tempi. Lo stesso, seppure con una logica diversa, vale per un disco: se lo si ascolta una volta e poi mai più, non ne è valsa la pena.

CC: Forse perché un contenitore di questo tipo funge da "livella" (citando la poesia di Totò). Ad ognuno pari dignità! La de-contestualizzazione pone interessanti spunti riflessivi. Crea percorsi mentali insoliti e scardina modelli. Questo è indubbiamente uno degli aspetti di Newtone2060 che più mi entusiasma! La sfida è dissacrare senza "sporcare" ma re-inventando il brano o la musica stessi che, attingendo dalla memoria crea una sovrapposizione di valori e percezione tali da rendere il processo quasi più importante della forma.

Non c'è un atteggiamento di "tendenza" nei confronti del trash o della musica colta o dei meravigliosi anni '80. Questi elementi sono il rigurgito dell'inconscio che rimette sul piatto tutto quello che abbiamo digerito, tutto quello che abbiamo assimilato, permettendoci di divertirci nel ri-compattarlo a nostra immagine e somiglianza. Per questo Marco parla di una seduta psico-terapeutica e Nino dei giochi della sua infanzia. Per me è anche un interessante modo di "rappresentare" questi tempi fatti di iPod e Spot-Shock-Fast-Quick. E' tutto iper frammentato, veloce. Il mio modo preferito di ascoltare la musica in viaggio è la modalità schuffle sull'iPod dove, appunto passi da Vivaldi (suonato dal Giardino Armonico) a US Maple e Miles Davis con Gil Evans a Buika, piuttosto che Ives, Pacho Quinto, Massive Attack ecc...Questo non mi toglie il gusto di ascoltare un disco nel silenzio e con attenzione. E' solo una "nuova" modalità. Gli "strumenti" possono essere buoni o cattivi, dipende dalla consapevolezza con cui li si usa!

 

Rievocazione di mondi. Ri-creazione di mondi tramite la riproposizione di frammenti di passato. Originali o indotti, poco conta. It’s hypnagogic, baby. Quei frattali di memoria (collettiva) che riemergono così, senza un apparente senso che non sia un suono, un frammento, una melodia, scatenando concatenazioni di ricordi che si sarebbe facilmente portati a catalogare come Proustiani.

Uno dei trend di questi ultimi anni è il cosiddetto fenomeno hypna-qualcosa, cioè la rielaborazione di un passato non vissuto ma assorbito tramite elementi terzi (media, soprattutto). Quello di Through The Barricades, invece, è qualcosa di diverso: un omaggio ad un tempo passato da voi vissuto o dimostrazione di come agire su una materia pop sia nel dna dei Newtone2060?

MA: Forse entrambe le cose, anche se è difficile ricostruire a posteriori quali siano state le molle che hanno determinato la scelta del brano e come ci si è lavorato sopra. Nel caso specifico, puro istinto e divertimento del momento. Con il senno di poi (e quindi con i rischio di tentare di vederci qualcosa che forse in origine non c'era…) si intravedono l'elemento del ricordo, l'ironia plagiaristica, un po' di romanticismo macilento e numerosi altri fantasmi. Quelli di cui alla prima domanda.

CC: Parli forse dell'Hypnagogic state? Sto leggendo qualcosa ora su internet - non conoscevo il termine ma conosco questo "fenomeno" o meglio ci ho pensato diverse volte. Le idee, le sensazioni, le intuizioni e la consapevolezza stessa delle persone spesso hanno un respiro globale. Voglio dire che si diffondono e coesistono in più punti del pianeta senza una "reale" diffusione di queste, nel senso che le persone hanno le stesse intuizioni pur non avendo sentito parlare prima di questa o di quell'altra cosa. Fa parte dell'evoluzione dell'uomo e della terra. Indubbiamente ci sono dei respiri e degli eco che arrivano se uno li coglie. Detto questo, non abbiamo mai parlato del fenomeno hypnagogico in quanto tale tra di noi ma, rispetto a quanto già detto, credo che ci appartenga! Posso aggiungere, però, che, per la natura che ha questo gruppo, il materiale ha poca importanza. Quello che ci interessa è il metodo che è in continua elaborazione e affinamento. Può essere che il prossimo lavoro non abbia questi contenuti, che non vi siano canzoni anni '80 e poesie di sorta. Lasciamo che le nostre reciproche esperienze si fondano ogni volta con gli elementi che ci piace portare. Il pop è semplicemente qualcosa che circonda le nostre vite, a volte le ossessiona (penso a quando entri in un bar o accendi la TV). Chissà, forse questa ossessione è nel DNA dei Newtone 2060… ancora non so dirlo, forse tra altri dieci anni!

Salvatore Nino Sammartino
Newtone2060
Thania Lopez 2011
Salvatore Nino Sammartino

Scheda: Newtone2060

copertina pdf #91