Sotto lo pseudonimo di Threelakes fa il suo esordio solista Luca Righi, che nei 15 minuti del suo Four Days Ep (6x6 records, 7.0/10) – in cui collabora anche i duo dei Tempelhof – ci regala un bucolico folk acustico di pregevole fattura. Il songwriting pesca a piene mani dalla tradizione cantautorale americana – e il fatto che canti in inglese non fa altro che accrescere questa sensazione – che riesce a non essere mai troppo scontato o derivativo, tanto da rappresentare una voce fuori dal mucchio nel panorama italico. Tra i punti di forza senza dubbio la voce, un misto tra il primo Devendra Banhart e il Ryan Gosling dei Dead Man’s Bones. Attendiamo il signor TreLaghi alla prova sulla lunga distanza per confermare l’ottima impressione destata in queste 6 tracce.
Strana aria tira a Vercelli, culla degli Evacalls. La band è un riuscito convoglio elettronico, che suona anni Ottanta (Bowie, Depeche Mode su tutti), pur restando decisamente contemporaneo (Editors e Interpol). Il nuovo Ep s’intitola Unusual Common People (autoprodotto, 6.2/10) ed è un fluire bulimico di synthoni cattivi, chitarre acustiche e molti (troppi?) gin tonic. Meglio la versione completamente sintetica (Evacallsthepolice) rispetto al compromesso “suonato” (Forgive Me Lover), ma, in definitiva, bene così.
Belle sorprese da Bologna, con la scoperta di un duo che della retromania anni Ottanta fa un vero culto. I Vampire Pop Strategy escono con Mid Dim (Skpmz Label, 6.5/10), un concentrato di riferimenti estetizzanti all’esimia tradizione (da Brian Eno ai Kraftwerk), cavalcando quel ponte importante gettato da MGMT et similia. Si è capito insomma: tutto ciò che è wave o glam sfonda e si amalgama bene con queste cinque tracce, lasciando una buona sensazione, pur senza mordere come si addirebbe a un vampiro.
Proviene dalla fatal Cuneo Vincenzo Scalabrino, classe 1980 di professione educatore. Questo suo Ballate per i tuoi fantasmi (autoproduzione, 7.0/10) non si tira indietro rispetto alla realtà, anzi non fa mistero d'ispirarsi ad un bambino con problemi di percezione sonora e nel segno d'una concreta astrattezza mette assieme nove tracce a base di field recordings sparsi (sussurri, fruscii, scalpiccii, tramestii...) mantecati in una trama spersa di chitarra (arpeggi diafani, loop attoniti, reverse aciduli...). Vengono in mente dei Books frugali o dei Matmos da cameretta, persino un Brian Eno via Terry Riley nella commovente evanescenza di Caesar. Notevole.
Già la provenienza dei musicisti che formano questo quartetto votato all'immaginario anni Quaranta/Cinquanta americano la dice lunga sul tipo d'esordio che ci si trova davanti: da un lato la voce e la chitarra di Andy Mc Farlane dei The Hormonauts, dall'altro batteria, sax e contrabbasso presi in prestito da Gatta Molesta e Guy e gli specialisti. Il che significa rockabilly, patchanca folk e swing, a rappresentare l'ideale albero genealogico di in un Tora! Tora! Tora! (Tora!) (Volume Records, 6.9/10) che omaggia Bo Diddley (Doing Just Fine), segue le orme del Jerry Lee Lewis più scapicollante (Lost In Austin) e trova il tempo per rileggere Prince con competenza e personalità (Kiss). I Rock And Roll Kamikazes confezionano un disco “di genere”, ma divertente e godibile come ci capita di rado di ascoltarne.
Quando non sono i natali liguri a rappresentare un debito fin troppo scontato – la produzione di Fabrizio De Andrè rimane ingombrante per qualsiasi cantautore, figurarsi per uno cresciuto a Genova e dintorni – o le estetiche più in linea con una musica leggera prescindibile (Mondo di vetro), Andrea Massone trova il modo di farsi apprezzare. Come dimostra un L'affare dell'anima (Lesia, 6.4/10) che devia piacevolmente verso jazz (Le chiavi del discorso), certi valzer dagli aromi francofoni (Estremo limite estremo), malinconie al rallentatore (Castagne, Il porto), ragtime (Non è così che partirò) e Sud America (Credimi). Ne vien fuori un esordio dalle ramificazioni stilistiche intriganti, cantautorato nobile e impaziente di indagare ma al tempo stesso con buoni margini di crescita.
Progetto solista del torinese Enrico Viarengo col contorno di cinque amici questo New Adventures In Lo-Fi, ragione sociale che sembra un programma e in effetti lo è, ma non per i rimandi remmiani (riposino in pace) quanto semmai per l'attitudine alla fedeltà basale che i Nostri declinano morbidamente folk. Nelle cinque tracce di Sleeveless Days of June (autoprodotto, 6.9/10) sciorinano il giusto dosaggio di trepidazione elettrica e sottigliezze sintetiche, queste ultime buone per svicolare il trappolone obsolescente del NAM ma non abbastanza per scivolare in terreno folktronica. Il corredo strumentale (sax, mandolino, fisarmonica, glockenspiel...) farcisce di variegata farcitura timbrica queste ballate in missione dolcezza con retrogusto indolenzito, qualcosa tra i Chameleons, i Belle And Sebastian futuristici e una spruzzata di Neutral Milk Hotel. Bravi.
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