Musicista originale, beat per caso, rivoluzionario armato di manopole, bottoni e una creatività difficilmente codificabile, Franco Naddei torna con un disco-libro tratto da Grammatica della fantasia di Gianni Rodari. Una sana e volontaria de-evoluzione verso la narrativa per bambini che nelle mani del musicista romagnolo diventa una ricetta contro il conformismo dell'età adulta. Il concetto di “gioco” mescolato a quelli di “musica” e “parole”, insomma, tanto per riaffermare ancora una volta la propria indole di artista acuto e versatile (tra i vari progetti anche gli ottimi Santo Barbaro) e aggiungere un nuovo tassello a quel “pop da biblioteca” inaugurato cinque anni fa col disco d'esordio Vedo Beat.
Mondo fantastico è un libro di scritti originali, illustrati ad hoc, che ha tratto ispirazione da Grammatica della fantasia di Gianni Rodari. Un piccolo opuscoletto quest'ultimo, in cui lo scrittore di Omegna ci rivela alcuni trucchetti su come affrontare la scrittura e su come attivare un vero e proprio “Codice di Avviamento Fantastico” da cui partire per inventare storie, mondi, filastrocche, giochi di parole.
Il CD in sè è cosa ormai superata, si sa, per cui l’idea del libro era a monte di tutto e le musiche sono diventate una specie di corollario. Una volta compreso quanto fosse difficile poter stampare i testi di Rodari, mi sono rivolto a Vanessa Sorrentino, scrittrice e coordinatrice di Artincanti, con la quale ho cominciato a ragionare sui contenuti del libro. Ne è nata una collettiva di scrittori e illustratori che hanno agito nelle loro arti ispirandosi alla “Grammatica” di Rodari. Nel libro ci sono racconti brevi, filastrocche e una piccola parte interattiva con alcuni giochi per poter allenare la fantasia.
L’idea del disco nasce subito dopo l’uscita di Vedo Beat per Snowdonia nel 2006. Volevo proseguire il viaggio nell’esplorazione del concetto di libertà espressiva, di pensiero, di azione e soprattutto farlo in una dimensione di gioco. Prima di affrontare un disco mi faccio sempre sbattere addosso qualche libro e, se qualcuno colpisce nel segno, mi faccio contagiare. La gestazione è stata piuttosto lunga. Inizialmente volevo fare un lavoro un po' presuntuoso che spiegasse come lentamente si perda la dimensione del gioco, della leggerezza e del pensiero libero, fino a diventare adulti con un pensiero fin troppo strutturato. Ho cercato libri che tentassero di spiegare come si forma il pensiero nei bambini e come si modifichi a seconda dell’ambiente in cui crescono, delle situazioni che vivono. Ho fatto scoperte interessantissime, ma che dovevo canalizzare in un unico sentiero percorribile sia dai grandi che dai piccini.
Per la semplicità e la forza delle parole che usa. Rodari è stato a tutti gli effetti un intellettuale chiave nella letteratura italiana, troppo spesso confinato al ruolo di scrittore per bambini. Quando ho cominciato a leggere con attenzione le sue opere, dalle filastrocche, agli articoli di giornale, fino alle considerazioni contenute nella “Grammatica” l’ho sentito molto “beat”. Quell’irruenza della beat generation italiana l'ho sempre ricondotta all’ingenuità, tanto da pensare che se di guerra al sistema si deve trattare, allora tanto vale farla utilizzando l’ingenuità dei bambini. Per dire cose profonde non sempre occorrono parole complicate. Rodari parla di cose rivoluzionarie, racconta di mondi impossibili e ne crea di nuovi con una eleganza e un’autorevolezza tutta adulta. Riuscendo però a essere semplice, lineare e limpido com’è lo scrivere dei bambini. La sua chiara propensione al surreale ha toccato le mie corde di “cantautore".
Nel disco solo un brano è scritto di mio pugno ed è l’unico che mi son sentito di accostare agli altri. Tra l’altro è un brano dove parlo proprio di come crescendo i pensieri facciano troppa strada, complicandoci la vita. Ad ispirarmi è stato un testo meraviglioso (La parola ciao) contenuto nella “Grammatica” e scritto da un bimbo di 5 anni.
Musicare Rodari è stato un gioco bello e coinvolgente. In questo disco ho voluto riprendere le mie doti di arrangiatore e giocare con gli strumenti e coi suoni, così come Rodari giocava con le parole. I testi originali erano talmente belli che volevo rimanessero chiari e non soffocati in virtuosismi inutili. Testi che poi alla fine si sono fatti scegliere da soli. Dal punto di vista musicale non mi sono imposto limiti e ho visto nascere le canzoni spontaneamente. Poi le filastrocche di Rodari, oltre che esteticamente, sono “numericamente” perfette.
In Vedo Beat è stato diverso. Lì c’erano anche pezzi miei e il materiale tratto dal libro è stato trattato come un unico radiodramma (citazione dei Mariposa). E' la prima volta che canto in senso stretto materiale di qualcun altro.
In realtà ho fatto subito mio il concetto, anch’esso rodariano, di non trattare i bambini da bambini. Che la musica per bambini debba avere determinate caratteristiche lo decidiamo noi adulti. E’ ovvio che una canzone di tre accordi maggiori e con un testo di venti parole sia più indicata per un bambino, ma non è l’unica strada, se è vero che i bambini recepiscono le cose a modo loro, E' un concetto tutto da verificare il modo in cui i bambini si avvicinano a una parola, a un suono, magari a certe chitarre o a un clarinetto che ascoltano in un brano. Spero che si colga il gioco che c'è fra musica e parole. In fondo, da bravo provocatore-beat, l’idea che un CD del genere sia in un libro per bambini mi diverte molto. A mio figlio di quattro anni, ad esempio, piace. Alcune cose me le cita anche canticchiando le parti strumentali, oltre a ricordare alcuni testi. Spero che ci siano altri bimbi così. E’ un bel segno da lasciare. Un sasso gettato talmente lontano da non riuscire a vedere nemmeno dove cadrà.
Beh, io sono sulla piazza da ormai vent'anni anni e mi è capitato di fare tante cose con tanta gente. Con molti sono amico e posso dire che tutti quelli che han suonato nel disco sono persone con cui avevo già percorso un pezzetto della mia storia recente. Musicisti bravi, intelligenti e originali. Non è un disco di turnisti, insomma. Ho chiamato i musicisti a fare loro stessi e spero che si siano divertiti.
Diego Sapignoli non si definisce neanche più batterista e se vedi il suo set dal vivo capisci perché, per esempio. Poi sicuramente volevo strumenti fiabeschi, per cui uno dei primi ad entrare in squadra è stato Achille Succi col suo clarinetto. I brani sono stati registrati con questo trio, con le mie avvisaglie elettroniche (sintetizzatori, batterie elettroniche vintage) e il mio chitarrismo inconsapevole a completare il quadro. Poi ho organizzato un paio di sessioni di improvvisazione proprio per istigare un processo di creazione istintiva, per giocare come bambini e vederne gli effetti. Con Fabrizio Tarroni, Christian Ravaglioli (oboe e duduk) e Diego, son venute fuori cose totalmente diverse e sempre in un clima di libertà. Si può dire che metà del disco sia nato così, con davvero poco editing e sovrincisioni. Un occhio ai suoni e uno all’intenzione, cosa rara nei dischi moderni dove forse si predilige la perfezione, soprattutto in ambito pop. Il disco si apre col pianoforte suonato da Guido Facchini, che ritengo un musicista incredibile per preparazione e sensibilità. Un artista che è riuscito a dare un tocco davvero sognante a un pezzo scritto dalle mie mani luride di musicista imperfetto.
Il disco segue la linea del "pop da biblioteca". A volte mi viene voglia di fare un disco con testi miei, ma credo che ci siano talmente tante cose belle già scritte e spesso poco conosciute, che ancora vale la pena tentare di buttarle in pasto a una canzone pop. Quelli della mia generazione Rodari lo conoscono tutti, ma molti giovani non sanno nemmeno chi sia. Il sottotitolo del libro “La grammatica della fantasia al tempo degli SMS” è nato pensando a quanta fantasia venga impiegata dai ragazzini per comunicare fra loro, fra faccine e simboli e acronimi vari. Se un po’ di quella creatività fosse incanalata anche per fare storie, filastrocche o mini fiabe sarebbe bello.
Poi ormai sono entrato in una spirale che credo mi porterà almeno a finire quello che si prospetta essere la “Trilogia della fantasia” Il prossimo disco è già in macchina da un po’. Ci sono un paio di testi letti durante la preparazione di Mondo fantastico che non posso lasciar lì sullo scaffale.
Rodari, Endrigo e Bacalov, mica bruscolini. Avevo il timore di un confronto, in primis con me stesso. Quel disco è fatto con intelligenza, classe e gusto. E se ci pensi il binomio Endrigo-leggerezza infantile parrebbe quasi azzardato. Eppure ne scaturì un disco curioso. Anche in quel caso non sono stati fatti sconti, la musica non è mai banale. E di certo non era intesa per bambini in assoluto, visto che era suonata da una vera orchestra nelle mani di un illustre arrangiatore. Se prendi l’incipit di Bambino di gesso, con quelle voci che si rincorrono e rimbalzano nell’eco a nastro, ci puoi sentire la psichedelia.
Credo che il mio sia semplicemente influenzato dai suoni di oggi, dal mio background elettronico, ma trovo che l’onestà sia un elemento che accomuna i due dischi. Probabilmente i bambini stessi son cambiati e quel se sembra “per bambini” di quel disco forse non lo era quando usci nel 1974. E’ per questo che son convinto di molte scelte fatte. Credo che i bambini si sentano meno truffati con un disco come il mio rispetto a come potrebbero sentirsi ascoltando certe sigle di cartoni animati moderni. Una operazione simile, inoltre, fu fatta anche da Virgilio Savona e Lucia Mannucci del Quartetto Cetra nel ’73, con un intento totalmente diverso, direi più infantile.
Scheda: Francobeat
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