Premessa: per motivi logistici, ogni sera, regolarmente e vergognosamente, ci perdiamo gli opener. Tanto i Captain Quentin che gli Honeybird & the Birdies che i Dimartino li sentiamo (e neanche vediamo) suonare solo le ultimissime note dei rispettivi set.
Dei primi, tutti quelli con cui abbiamo avuto occasione di parlare ci dicono un gran bene (e ascoltando il disco, Instrumental Jet Set, con cui rileggono lo spirito delle jam band anni Settanta alla luce di “strutture matematiche, ritmi afro, ripartenze prog e una forte componente synth-pop”, ce lo aspettavamo): padronissimi degli strumenti, grintosi, divertiti, divertenti. Frizzantissimi devono essere stati anche gli Honeybird (l′album Mixing Berries è una piccola grande sorpresa di indie-folk fricchettone; qui in free streaming), trio italo-losangelino che riconosciamo poi tra il pubblico grazie all′abbigliamento freaky e soprattutto al copricapo pennuto di una delle due fanciulle della formazione. I palermitani Dimartino hanno suonato, pare, “uguali al disco”: a ciascuno quindi il suo giudizio (a noi Cara maestra abbiamo perso non fa impazzire, ma per gli amanti della leva cantautorale degli anni Zero ha sicuramente motivi d′interesse).
Con le orecchie e il cervello ancora e già intasati da The Modern Dance (siamo tra quelli che, con sano adolescenziale egoismo, non si sono strappati i capelli sapendo del forfait degli Spiritualized), arriviamo in Piazza Castello poco dopo le nove e mezza. Sul palco c'è già Josh T. Pearson, la superstar folk-cantautorale del 2011 che alcuni metterebbero accanto a Devendra Banhart e Joanna Newsom. Su di lui giudizio praticamente unanime: anche chi aveva apprezzato l’album (che a noi non ha detto più di tanto) l’ha trovato un concerto in perenne falsa partenza, esageratamente omogeneo (insomma, pezzi tutti uguali, senza troppe sfumature di arrangiamento, un chitarra & voce molto depotenziato), stranamente fuori posto, tanto che il pubblico – inizialmente sparuto – anche sotto palco non ha fatto altro che chiacchierare. Belle però le code strumentali di un paio di pezzi in chiusura, quando forse artista e pubblico stavano finalmente cominciando a carburarsi a vicenda.
Uno sbaffatissimo Twin Shadow, al contrario, assolutamente in serata. La formazione chitarra(suonata da lui stesso)-basso-batteria-tastiere ha un po’ assottigliato la patina anni Ottanta che connota i brani su disco, facendo guadagnare al tutto in intensità, tanto nei numeri più grintosi e danzerecci quanto nelle ballad, tra electro depechemodeana, nuovo romanticismo, voce alla Morrissey ed epica U2. Colorato eppure non irresistibile.
In due parole, baccanale rock (come già era stato nel 2010, in maniera molto più rocambolesca, per gli altri grandi vecchi Gang of Four) per i Pere Ubu, con il chitarrista originale Tom Herman in formazione e un Robert Wheeler divertitamente diviso tra synthino analogico e theremin. In scena il loro capolavoro The Modern Dance, in una versione cosiddetta “annotated” e cioè con il leader David Thomas, dimagrito come una prugna e magnificamente vestito come un boscaiolo in pensione (camiciona a scacchi marrone, bretelle, braghe di due taglie prima; bottiglia di rosso siciliano d′ordinanza in mano), a introdurre e spiegare – sornione e beffardo – origine e significato di quei pezzi mitologici (finendo col dire almeno una ventina di volte la parola chiave, tra il serio e il faceto, ‘ex-girlfriend’; come a suggerire che quel disco non è tanto un concept sulla società post-industriale eccetera eccetera quanto piuttosto un amaro resoconto delle sue storie d′amore finite male?). Si comincia con un paio di singoli pre-Modern Dance – 30 Seconds Over Tokyo e Heart of Darkness – e poi si attacca con la sirena da allarme rosso e con il riff circolare di Non-Alignment Pact. Il concerto è praticamente il juke-box squarciagola di quei dieci classici, fino al cuore punk di Life Stinks, fino alla beffarda Humor Me. Il pubblico è stregato, loro sul palco sono davvero infiammati, Thomas poetico nonnetto bisbetico, si siede, si sbraccia, sbraita, va di falsetto, perfetto sciamano dada strapazzato e stagionato. Generosissimi i bis, addirittura quattro, e tra questi quel gioiellino slow surf, pixiesiano ante litteram, che è Heaven. Semplicemente fantastici. Su tutto, la consapevolezza che questi maledetti pezzi di rock tagliente non invecchiano e non invecchieranno mai. Invecchiano e invecchieranno ancora gli uomini, forse.
Gli Yuck, i più americani tra gli indie-rocker inglesi degli ultimi anni, in formazione a quattro, due chitarre, basso e batteria, senza la sorella Ilana alla voce aggiunta. Daniel Blumberg sembra Bob Dylan nel 1966, secco spilungone dinoccolato e sghembo, camicia jeans praticamente grigia, stessi dondolamenti angolati davanti al microfono. Su disco stranamente (la loro proposta è fin troppo derivativa) si fanno ascoltare; dal vivo svolgono il loro compitino grunge & noise-rock melodico (spennellato qua e là di britishness) sfiorando più volte la noia. Ma, va detto, per gli amanti del genere avranno sicuramente avuto un loro perché e il pubblico, infatti, con tanto di zoccolo duro tra le prime file (a un certo punto, su una ballad, spuntano anche un po′ di accendini), pare avere apprezzato.
Esben & the Witch, in due parole, tutto fumo e niente arrosto, altro che witch house, gothic, wave e compagnia. Lei – bella e bella voce – vocalizza, sussurra e si dimena come deve, picchiando (senza troppa perizia, convinzione o trasporto) un timpano di batteria e passando ogni tanto al basso. Ma è la musica nell′insieme a offrire davvero pochissima sostanza: una linea electro (a tratti anche molto unz-unz) o tribale sotto e sopra le chitarre tra rumorismo e arpeggini (sono questi ultimi i momenti migliori). Ancora, e al di là della comunque legittima evanescenza della materia sonora, è proprio l′atmosfera a soffrire: non si accende, non si fa densa, non si fa sangue, con il rituale (inscenato un paio di volte con tutti e tre i componenti ad accanirsi sul povero timpano) che non oltrepassa la messinscena. Set brevissimo, quasi troncato di netto. Anche qui però, pubblico almeno in parte soddisfatto.
Chiudono in bellezza gli inglesissimi canadesi Junior Boys, con un set (suonato: batteria, chitarra, tastiere e laptop) di electro-pop Ottanta semplicemente impeccabile. A una prima occhiata, a Jeremy Greenspan non si darebbero due soldi: e invece si alterna in scioltezza tra chitarra elettrica e una Nord Electro rossa (è la stessa tastiera che usa James Blake) e, soprattutto, ha una voce splendida, evocativa, distante il giusto, semplicemente perfetta per il genere. Ci mette il cuore, ci crede sul serio, chiude gli occhi e quei suoni e quella pulizia (gli Junior si sono portati il loro tecnico del suono personale) li sente davvero. Scaletta divisa tra una asciutta electro virata su toni di grigio e pezzi decisamente più colorati e funky, tutti comunque misurati, senza una virgola in più o fuori posto: classici del loro repertorio come Count Souvenirs (da This Is Goodbye, 2006), Parallel Lines e Bits and Pieces (da Begone Dull Care, 2009), ma anche pezzi tratti dall′ultimo altalenante It′s All True che qui non sfigurano affatto, come You′ll Improve Me (strizza l′occhio a Michael Jackson) e Itchy Fingers.
Arriviamo in tempo per i Mount Kimbie, il duo londinese faro del post-dubstep, a set appena iniziato, armati di laptop, pad, paddini ma anche chitarra elettrica e rullante più ride. La loro esibizione sarà brevissima, e sui bassi più profondi vibrerà praticamente tutta Piazza Castello, ma tolta un po′ di impro fuffa in assetto suonato (che si alterna, in forma di brevi sketch, a brani più lunghi e lavorati; c′è anche un momento in cui Dom Maker accenna un cantato al microfono), restano i bellissimi numeri glitch-step (l′iniziale riconoscibilissima Carbonated) & tech-step (il pezzo conclusivo, Mayor, tratto sempre dall′LP 2010 Crooks & Lovers) che sono la loro specialità. Forse avrebbe avuto più senso usarli come valvola di de-compressione dopo gli attesissimi e torrenziali Mogwai, se non altro per non penalizzarli troppo, vista la quasi completa distrazione del pubblico, tutto in chiacchierante attesa dei post-rocker scozzesi. Che chiudono in bellezza.
Con un vero arsenale di chitarre, una decina in totale, schierato dietro e di lato al palco, i Mogwai aprono con l′arpeggio dispari di White Noise, dall′ultimo album Hardcore Will Never Die..., proponendo una scaletta che pesca bene da tutta la discografia, dagli albori di Mogwai Fear Satan e New Paths To Helicon Part I (1997) in avanti, con la sola esclusione del pur classicissimo album Cody/Come On Die Young (1998). La dimensione live amalgama perfettamente i materiali, non facendo sfigurare le cose più recenti accanto agli anthem riconosciuti della band, bilanciando nella loro formula post- monolitiche sinfonie shoegaze (volumi a un passo dall′esagerato), dilatazioni praticamente ambient-trance e ballad, il tutto sempre e comunque melodico e romantico, altamente emozionale. I cliché di un genere che in fondo hanno inventato loro ci sono tutti: le cadenze dei pezzi più lenti e monocromi, le accelerazioni di stampo post-HC, il taglio da jam psichedelica dei tronconi centrali dei brani, i tanti momenti in cui la melodia si fa così epica, così ascendente da sembrare un mix – e una versione pompata – di certi U2 come inseriti in una colonna sonora panoramica (si vedano i video che scorrono sullo schermo sopra il palco). Ma il mestiere e il piglio coinvolto della serata fanno sì che questi cliché restino dei pregi – perché questo è il rischio coi Mogwai, almeno su disco – senza diventare difetti. Una prova intensa e convincente, anche, e soprattutto forse, per i non fan e i non cultori.
[special thanks: madonielive.com e Manfredi Lamartina]
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