“So nice to be in this beautiful place: I'm glad it rained”. Beata pioggia che ha spinto gli organizzatori di Ferrara Sotto le Stelle a spostare al coperto la seconda serata di Band Apart, seguito di quella del 22 luglio con Cocorosie e John Grant. Dopo il primo concerto in Italia di Sufjan Stevens, i “white guys with beard” possono tornare a invadere il Teatro Comunale di Ferrara e far esclamare al man-in-black Josh T. Pearson in vena di gigioneggiare col pubblico: “noi in America abbiamo palazzi di cent'anni, davvero!”
Il suo set ripercorre gli umori di un disco, Last Of The Country Gentlemen, che ha fatto mettere sotto i riflettori il suo nome ai cultori del country/folk più tradizionale, sebbene nel suo caso la materia sia stata trasformata in una personale, infinita e circolare giga del dolore: un'esplorazione raffinata, anche se lievemente autoreferenziale, dell'amore interrotto, del brusco freno di una storia importante, del “woman I miss you, and you ain't even yet gone”. Il texano ha stoffa, sa reggere il confronto solitario – mai facile – con un pubblico attento che lo acclama a viva voce per un bis inaspettato: Rivers of Babylon – sì: proprio quella resa un tormentone da Boney M. - rallentata e riportata alla dimensione gospel. “Possano le parole che questa sera escono dalla mia bocca e i pensieri del mio cuore essere in accordo con la tua volontà”. Amen e alla prossima.
Vestito corto e scampanato, le lunghe gambe da fenicottero, i piedi fasciati da sandali dorati, Joanna Newsom fa il suo ingresso da fatina bon-ton tra il pianoforte a coda e l'immancabile arpa accompagnata da una band minimale che si rivelerà capace di sostenere le intrusioni tra il folk più tradizionale e l'avanguardia d'estrazione cameristico-jazzistica in modo sapiente. Il batterista striscia e percuote le pelli (e le altri superfici) trasformando lo strumento da base prettamente ritmica in uno squisitamente melodico, come succede in certe pagine di jazz moderno, in perfetto sostegno alla voce e alle arie che giungono dagli altri musicisti. Apprendiamo in una pausa necessaria ad accordare l'arpa che la sua famiglia è per metà di origine norvegese e per metà tedesca mentre alle chitarre, banjo, mandolini, ukulele e flauti si trova Ryan Francesconi (l'arrangiatore del disco della Newsom, Have One On Me) spiega come, nonostante le sue origini lucchesi, non parli una parola di italiano. Anche questo è storytelling folk. Completa la band l'unica altra donna, dedita primariamente al violino, ma occasionalmente anche voce di supporto.
La scena, però, è tutta per la Newsom che, più che su disco, sembra uscita da un magico incrocio tra il mondo di Un ponte per Terabitha e tutto l'armamentario agreste della letteratura prepuberale di stampo magicheggiante. La sua è una musica che parla più al cervello che alle viscere, ma lo fa con una tale solidità che in alcuni dei passaggi più intensi qualche brivido scenda lungo la schiena a più di qualcuno tra i presenti. Dal vivo, le canzoni, pescate tanto da Ys che dalla seconda prova, reggono ancor meglio che su disco. Paradossalmente emergono giochi di allitterazione e uso del suono delle parole che su disco erano meno evidenti, quasi che la sua vocalità educatissima, ma impetuosa, sia stata contenuta e possa liberarsi del tutto solo nella dimensione live. Si vede che tra lei e la band c'è feeling, che i quattro si divertono, godono di questa snobbissima forma di indie(pop) fatta di materie ancestrali, d'avanguardie e classicismi che nello spazio del teatro trovano la loro dimensione ideale.
Scheda: Joanna Newsom, Josh T. Pearson
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