All'uscita di Kollaps degli Einsturzende Neubauten (1981) in pochi avrebbero scommesso che quei velenosi semi siderurgici potessero germogliare e dar vita ad una vitale ed infettante progenie musicale: proprio da quella lontana esperienza traggono oggi ispirazione i partenopei Nembrot ed il piemontese Andrea ICS Ferraris, che con Il suono dell'olifante (6.7, Zero Sonico Records/HYSM?) propongono senza soluzione di continuità 7 interessanti pezzi rumoristici, alienati e destrutturati, dall'evidente impronta estetica DIY. Napoli che reinventa Berlino, atmosfere industrial che fanno tabula rasa di pizza & mandolino e servono sul piatto dissonanze dilatate ed elettronica, desertificazioni urbane e paesaggi musicali psicotici. Questo disco è lo specchio impietoso del drammatico contesto in cui oggi versa la città campana; trae linfa vitale dagli scarti della società del consumo, usa e rigetta tutto con violento disincanto: in modo indifferenziato.
Per chi avesse voglia di confrontarsi col meglio della produzione dei due Vasco nazionali (Brondi e Rossi) ecco il bel disco omonimo dei Prof. Plum (autoproduzione, 6.4/10): solide tessiture rock, suonate con giusta energia e piglio di derivazione post-punk sostengono liriche intelligenti, disarmate e disperate, condite qua e là di un sano umorismo nero. Non tutto colpisce per originalità e non tutto è a fuoco nei 5 pezzi di questo EP, ma i sensi di ragno vibrano. Da seguire.
Orbite (autoprodotto, 6.1/10) è l'ep di esordio dei L'Elide, duo romano impegnato in un hardcore-punk virato noise con palpabili elementi emo, come un cozzo Marlene Kuntz-Nirvana e primi Radiohead. C'è il piglio giusto, c'è la voce con le adenoidi a repentaglio, c'è l'urgenza tra il problematico e lo psicotico. E c'è l'arredo: riff incalzanti, arpeggi uncinati, drummin gtumultuoso, melodia preda di pulsioni facinorose e fatalistiche agnizioni. Insomma, quanto ad applicarsi non c'è davvero male. A questo punto s'attende la zampata della peculiarità, la piega inedita delle cose. Ovvero, il difficile.
Umori folk rubati alla Calabria terra d'origine ma anche analogie con i Love (Ballata), piani elettrici jazzati (Evviva evviva la società) e dialetto (Terra d'acqua e focu), Kurt Weill, (L'oste di sorte) e omaggi nemmeno troppo velati al Fabrizio De André delle collaborazioni con Massimo Bubola (Circuito assente). Maria Teresa Lonetti sintetizza nel suo disco d'esordio La grande danza (6.5/10, Sciopero Records) un immaginario regionale e istituzionale al tempo stesso. Terreno di confine tra quella canzone d'autore ai limiti della world music che dal già citato cantautore di Genova in poi detta legge e un background esperienziale eclettico vicino a pop e fusion. Fuori dai soliti schemi, insomma, e con un debito di riconoscenza verso gli Yo Yo Mundi rimarcato dalla cover de La danza dei pesci spada.
Al solito spigolosi i Retrolover, tanto più nel loro nuovo Ep Ma voi siete moderni (6.6/10, autoprodotto). Il disco esce a due anni dal Retrolover omonimo già recensito su queste pagine e aggiusta il tiro verso una wave ai confini col noise (Ricordati) che ci pare più compatta rispetto al passato. Chitarre serrate, batterie minacciose, ma anche la capacità di elaborare geometrie strutturate e in qualche maniera inusuali. Come accade nella strumentale Enzo o magari in una Oh! che parte post-rock per poi incrociare synth, rigurgiti hard-core e stratificazioni strumentali.
Artefatto, liquido e alternativo a qualsiasi contesto, questo Demo (autoprodotto, 6.3/10) d’esordio firmato Fiori di plastica è un seducente invito ad immergersi in quella musica che difficilmente potrete ascoltare in compagnia. Ci siete soltanto voi, Arlecchini nostrani immersi nel guazzabuglio alchemico dei giorni nostri. Voi e quelle gocce che scorrono tra tintinii di monete, un omaggio a Brian Eno e un’occhiata alla new wave. Qui è tutto un videogioco e voi per il momento state vincendo, ma occhio al mostro finale (e a dei cantati inascoltabili).
Malgrado un accattivante package biologico - composto da due tavolette di legno rilegate con un filo di lana e coperte da una foglia a identificare la copertina – il nuovo EP Sleepy River (autoprodotto, 6.1/10) che segue di tre anni il debutto del palermitano Claudio Cataldi, è un’escursione tra diversi lidi musicali – indie pop, acid folk, shoegaze - affrontati ora con sguardo maturo e talvolta poetico (Windmill, Inside My Car) ora con tentazioni sperimentali ancora piuttosto vaghe e indefinite (Sleepy River, Home). Urge un lavoro più composito – e di maggiore durata – per un giudizio più ampio e completo.
Disimpegno a go go quello dei Chocolate Collective. Non sai bene quanto professato o rappresentato, fatto sta che il loro EP di debutto Tonite? (autoprodotto, 6.8/10) è tutto uno sgranchire le articolazioni all'insegna d'un electro-funk ora turgido e minimale (Broda&Sista, Revolution), poi smerigliato da un gioioso afflato pop-soul (Understand, RBN). Una leggerezza disinvolta che convince, tanto quanto stupisce questo strabismo estetico (poniamo tra il dance floor digrignato dei Rapture e certi miraggi estatici Flaming Lips) di cui al momento non s'intravede la sintesi. Non contenti, i quattro bresciani ci propongono in chiusura di scaletta la versione acustica di Revolution, come a dire c'è un'anima folk-blues dietro ogni cazzone elettronico. E quindi? Comunque sia, buone, buonissime potenzialità.
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