Ernest Weatherly Greene è sicuramente un ragazzo stereotipico per la generazione dei nati negli Eighties. Ha un accento riconducibile a quello del suo Stato, la Georgia. Possiede quella tipica cortesia americana, gentile e allo stesso tempo un po’ freddina e, tra i suoi coetanei, ha fatto le scelte più comuni dell’americano integrato: si è sposato prima dei trenta, ha cambiato un paio di città e case, ha passato svariate serate davanti a Prison Break e Lost. Come musicista, la casistica è ancor più normalizzata: un passato remoto in una indie-rock band nei Novanta e la realizzazione, da solo, in cameretta, nei Duemila con i fidi Reason e Cubase nel desktop. Se proprio vogliamo chiudere il quadro: a 12 o 13 anni gli troviamo in casa ascolti grunge e ovviamente i Nirvana, con i quali Ernest ha iniziato le prime strimpellate alla chitarra.
Anche l’atteggiamento casual che lo contraddistingue, dalle prime interviste alla nostra chiacchierata telefonica, è probabilmente rimasto lo stesso, così come lo spirito un po’ ondivago da provincia americana dal quale Washed Out trae ispirazione e strategie di fuga, idealmente, in Europa.
Su Skype gli raccontiamo la storia del glo-fi imparata e poi scritta svariate volte in altrettanti articoli e recensioni. L’avrà sentita centinaia di volte ma è doveroso verificare in prima persona cosa ha da dirci in proposito. Gli spieghiamo che per la stampa europea - e per l’internet italico - la cosiddetta scena, anche nota come chillwave, è stato uno di quei grandi momenti onanistico-giornalistici dove ci si è potuti sbizzarrire unendo alberi genealogici, sonorità e una precisa sociologia: il tuffo catartico dei nati negli 80s verso l’epoca dei propri genitori attraverso la lente seppia del ricordo estivo.
Il ragazzo risponde pragmatico: la stampa mi ha permesso di farmi conoscere a livello internazionale, e suonare dal vivo, quando giusto qualche mese prima ero a casa disoccupato dai miei genitori attaccato a My Space. Le devo molto e sono stato onorato di finire negli stessi articoli di Toro Y Moi, Neon Indian e Memory Tapes. Quello che hanno scritto sulla scena è vero, ma non dimentichiamoci che gli Eighties sono stati considerati da noi stessi spazzatura per lungo tempo, soltanto in un secondo momento, quando qualcuno ha cambiato idea ed ha finito per influenzare gli altri, le cose hanno preso una direzione diversa...
Greene non nasce musicalmente da stereotipi pruriti kitsch, le prime mosse pre-discografiche e precedenti alle pubblicazioni su Mexican Summer, erano un misto tra l’ambient e certo Hip-Hop, tra software craccato e overdubbing di chitarra, piano e la sua voce davanti al mix. All’epoca, il georgiano ascoltava il catalogo Stones Throw, tante non precisate produzioni psichedeliche e, in particolare, Koushik con il quale sentiva un’affinità diretta. Chiaramente non è tutto qui e c’è tanto altro: in svariate interviste emerge un po’ di tutto, da Grouper a (chiaramente) Panda Bear (Animal Collective), e in pratica, tutto il Pitchfork output.
Con Washed Out, Ernest è stato più volte tentato di prendere direzioni sperimentali ma alla fine a prevalere è stato un minimalismo di impronta dance. Il progetto Washed Out è senz’altro legato alla musica da ballo, o meglio ne ingloba alcune sonorità come la balearica, la trance, certi ricordi Rave e l’House. Nell’album lungo Within And Without troviamo alcune canzoni come Eyes Be Closed o Echoes che sono chiaramente orientate in questo senso, mentre nel resto del disco prevale una vena ambient pop dai rimandi meno direttamente legati agli 80s. L’ho chiamata adult glo nella recensione e a lui la definizione piace: la sua, mi racconta, è stata una transizione fatta di prove ed errori che si è configurata sempre di più nel formato canzone e di conseguenza nel delineare una strategia personale - per sottrazione aggiungerei - incentrata sul canto.
Ernest è ossessionato dal personal style da sempre, aggiunge che quest’album è semplicemente una collezione di tracce scritte in diversi momenti ma averle pensate durante una lunga tournée davanti a così tanti pubblici differenti lo ha aiutato a sintetizzare maggiormente l’idea sonica originaria. Differentemente dagli esordi, dove le produzioni erano, ai suoi occhi, o troppo psych o troppo dance, l’album risulta decisamente coeso e, trovata la quadratura, si sono aggiunti i richiami di fino: il pop primi Novanta, ci racconta, ma soprattutto quegli smalti di melanconia/ambivalenza che ha sempre visto nei Mazzy Star e amato, in generale, nell’ascolto musicale.
Del resto, allo stesso modo dei progetti Memory Tapes o Toro Y Moi dell’amico Chazwick Bundick, anche per Greene, il 2011, è stato l’anno dell’emancipazione da una scena chill che nel giro di due anni si è inesorabilmente disinnescata. Per distinguere maggiormente il proprio lavoro, il ragazzo ha inoltre scelto, per la prima volta, di dosarlo tra casa e studio di registrazione avvalendosi anche dell’aiuto di un produttore come Ben Allen, un georgiano come lui che nel passato ha lavorato con calibri grossi come Animal Collective e Deerhunter.
Ben è amico di Ernest da molti anni oramai e il 25% del lavoro è stata una collaborazione serrata tra me e lui nel suo studio di Atlanta, ci ammette, precisando che sono stati 12 giorni per 12 ore filate al giorno. Ben aveva un’agenda folle di impegni ma con il senno di poi essermi costretto a lavorare con il tempo che stringeva mi ha reso più concentrato e ha soltanto fatto bene al lavoro finale. Di Ben ho apprezzato soprattutto il trattamento sulle percussioni che hanno conferito all’album molta dinamica e profondità ma anche la qualità dell’incisione delle parti vocali (registrate sempre in studio).
Greene è rimasto lo stesso ragazzo dai riferimenti squisitamente europei: dal mainstream pop di fine Ottanta britannico all’Ibiza di inizio ‘90, ma il lavoro di sintesi e l’esperienza lo hanno maturato. Dal vivo, per esempio, dopo l’abbandono dei laptop set per voce e mac nel 2009, e l’esperienza con la band Small Black l’anno successivo, Greene è pronto per fare il live che ha sempre voluto: una indie band di cinque elementi con voce, doppia tastiera, basso e batteria con la quale suonare il disco in modo differente. Questa volta, ci afferma, funzionerà davvero. La formazione precedente era concentrata sul proprio di progetto. Avevamo provato troppo poco e i risultati non erano stati eclatanti. Ora le cose sono diverse, il suono è più compatto e rifinito.
Sul tubo ci sono già alcuni assaggi dove si vede e s’ascolta un gruppo piuttosto affiatato pur con qualche dubbio sulle resa canora dello stesso Greene. Del resto, non è difficile immaginare Washed Out come un progetto da cameretta (a pensare alle canzoni) e studio (a registrarle). Abbiamo sempre affermato che il ragazzo ambient della Georgia ha più l’anima del producer che non quella del musicista. Lui, di converso, ci racconta d’essere cresciuto come live musician. Ha più di un anno e mezzo d’esperienza in formazione dal vivo, ci dice; e tra poco lo scopriremo dato che lo avermo da noi nelle tre date del tour italiano, mentre questo inverno, per chi potrà, sarà all’ATP Nightmare Before Christmas Festival. Lo hanno chiamato direttamente i Battles, co-curatori dell’evento assieme a Les Savy Fav e Caribou, artista con il quale è stato recentemente paragonato (non a torto. Ascoltate You and I per esempio).
Nel frattempo, a proposito di produzioni, c’è già un remix project attivato: Grimes ha inciso una sua versione di Eyes Be Closed, Steve Moore (Loverock) ne ha fatto una versione più 80s e Miami Vice, Sposhrock una spacey con l’aggiunta di un vocoder e Star Slinger, un’ultima dal tiro più hip hop. Niente male per un ordinario ragazzo della provincia americana.
Scheda: Washed Out
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