Nel 1996 esce un disco epocale. Il vinile lo compro più per la copertina che per le recensioni entusiaste. L’album - acquistato alla Green Records di Padova, ancora quando il negozio stava in Via S. Francesco - si intitola Endtroducing..... e porta la firma di DJ Shadow, è un monumento alla cultura del taglia e cuci che nell’hip-hop ha sempre trovato casa. La dichiarazione d’intenti di Josh Davis (questo il nome del misterioso DJ californiano) è evidenziata nelle note di copertina: ‘This album reflects a lifetime of vinyl culture’. Una vita spesa a cercare dischi e a sezionarne le parti più salienti, i famosi ‘cuts’, che permetteranno al giovane di riformulare una matassa sonica fuori dal tempo, includendo campioni eterogenei di street culture (Beastie Boys, A Tribe Called Quest, Grandmaster Flash, T La Rock), trash-metal (Metallica), krautrock (Embryo, Tangerine Dream), musicoterapia (Kay Gardner), funk (The Meters), colonne sonore (il Blade Runner di Vangelis), disco, ambient progressiva (Alan Parsons Project), classica contemporanea (Meredith Monk), spezzoni da dialoghi di film di serie Z e molto altro.
A quei tempi ascoltavo molto più hip-hop di oggi, c’erano ancora produzioni old school che m’intrigavano (Wu Tang Clan in primis) e in parallelo iniziavo a bazzicare per i negozi di vinile del Veneto. Come non restare colpiti dalla cover del disco? Sulla faccia A della copertina, due tizi con i bragoni e le felpe tipiche del rapper medio (sono membri della crew Solesides, di cui faceva parte anche Josh, in particolare Chief Xcel sulla sinistra e Lyrics Born sulla destra) spulciano vinili in un negozio di dischi; sul lato B, Beni B della ABB records (label che tra gli altri ha pubblicato i primi e influenti lavori dei Dilated Peoples), intento sempre a cercare dischi e un gatto fuori fuoco, proprietà del gestore del Records, il negozio di Sacramento, California, dove Shadow passava le sue giornate in cerca del break perfetto e da cui provengono le shots. Un’atmosfera insomma che faceva intuire all’ascoltatore un mondo magico fatto di vinile, nerdismo old-school, digging e stile.
Oggi esce il nuovo disco The Less You Know, The Better, occasione per fare il punto sulla vicenda artistica dell’uomo. Vediamola.
Josh Davis nasce nel 1972 a San Jose, circa settanta chilometri a sud di San Francisco nella Contea di Santa Clara. I suoi genitori divorziano quando ha due anni, così emigra con la madre e il fratello prima a Middletown e poi (a cinque anni) a Davis, nota per la famosa università pubblica (con annesso campus) UC Davis e per essere una delle città degli USA con più alta percentuale di cittadini laureati e di piste ciclabili. Lì inizia a comprare dischi di seconda mano nei supermercati, collane per far entrare i bambini nel mondo della musica classica che gli allungava la madre, i soliti evergreen da Beethoven a Chopin. In parallelo ogni due settimane va a visitare il padre a San Jose: il viaggio cambia la prospettiva, grazie ai dischi di Isaac Hayes, Lou Reed e a tonnellate di blues e jazz.
A breve inizia a comprarsi i dischi in top ten e - anche se è ostracizzato dalla snobberia dei suoi genitori, che vedono nella musica commerciale un demone guidato dalle logiche del mercato - inizia a una crearsi una collezione mastodontica di vinili, ascoltando tra le altre cose la disco che a cavallo tra Settanta e Ottanta è in pieno boom. Il calderone da cui prenderà spunto per il suo lavoro nasce sia nei negozi di dischi che nelle radio.
A quel tempo infatti le emittenti indipendenti in America trasmettono con entusiasmo i suoni post-disco e urban soul, selezionando uno spettro composito di tracce che andava da Kool and the Gang a Michael Jackson, passando per Blondie e i Devo. Due i pezzi che segneranno il ragazzo (e centinaia di accoliti dell’hip hop a seguire): il singolo di Grandmaster Flash e Furious Five The Message e Planet Rock di Afrika Bambaataa e Sonic Soul Force. Anno di grazia 1982.
Il ragazzo aumenta la palette sonora del suo archivio girando con un registratore portatile e raccogliendo gli spezzoni di conversazioni o di effetti sonori in presa diretta. In California e nella Bay Area la cultura hip hop non è ancora florida, dato che i primi personaggi di rilevo si scambiavano le white label per costruire le tracce con i break solo a New York (Harlem, Bronx e Brooklyn), L.A. o Miami; era ancora un’epoca in cui il movimento viveva in una sottocultura underground e non esisteva una distribuzione capillare.
A 14 anni Josh inizia a frequentare Oras Washington, un DJ di una radio del college locale, la KDVS. Inizia quindi il suo apprendistato come uditore, ma ben presto porta in consolle uno dei suoi mix. Il DJ, che fiuta la buona mano, gli presta la classica coppia di giradischi Technics 1200 e lo porta pure nel backstage di uno show di Public Enemy e Run-DMC. Nel 1990 si compra il primo equipaggiamento serio e registra demo a pacchi. Oras lo presenta a un rapper di San Francisco, tale Paris, che ha già la sua label Scarface. Il nome non dirà molto a chi legge queste righe oggi, ma Paris con dei suoni old-school di tutto rispetto sbarca su MTV e firma un contratto con la Tommy Boy, con cui pubblica il suo album old-school The Devil Made Me Do It, influenzato dai Public Enemy. Paris dopo poco scioglie il contratto e contatta Josh, che cincischiava con i breaks. Gli chiede un paio di nastri con i beats, anche se non lo paga (è questa una delle prime lezioni che fanno capire a Josh come giri il ‘real game’).
Nell’estate dello stesso anno inizia a frequentare la UC Davis. Visto che Oras si era diplomato l’anno precedente, mancavano un programma e un DJ di hip hop alla radio del college. Inizia così a misurarsi in prima persona con un programma on air. In più registra mix professionali sulla KMEL, una radio commerciale di San Francisco; in questo modo i distributori delle varie label (Tommy Boy, Wild Pitch e Profile in primis) iniziano a mandargli promo delle nuove uscite. In tutto questo giro di contatti diventa fondamentale il magazine (allora underground) Source. Su quello che diventerà l’organo ufficiale dell’hip-hop americano lavora Dave ‘Funken’ Klein, giornalista e produttore. Klein nota Shadow nella rubrica Unsigned Hype per un demo di 90 minuti, mixato con un quattro tracce Yamaha MT-100. Nella recensione vengono segnalati i remix di Rakim (Let The Rhythm Hit ‘Em) e una sovrapposizione tra Purple Haze di Hendrix e Assembly Line dei Commodores. Nel ’91 il giornalista fonda a L.A. un’etichetta hip-hop sussidiaria della Hollywood Records. Hollywood BASIC is the name.
L’anno successivo dalla Tommy Boy chiamano Shadow per rifare Planet Rock di Bambaataa nelle celebrazioni dei 10 anni della traccia-culto. La messa a punto del mix viene effettuata nello stesso studio di East Palo Alto dove ha lavorato anche Paris. Il progetto non verrà mai portato a termine a causa di una decisione della stessa etichetta e Shadow inizia a capire che a lavorare solo per i soldi ci si può restare molto male (Why Hip-Hop Sucks in ’96? si chiederà infatti nel suo disco d’esordio. La risposta nella traccia è: ‘It’s the money’).
Dopo la delusione, Klein gli promette di produrre un megamix. Ecco la nascita del primo singolo di Shadow: Lesson Four. Una traccia fatta tagliando e cucendo le sorgenti di Ultimate Beats and Breaks, la serie di bootleg da cui tutti i più grandi rapper e beat makers avevano attinto tra l’86 e il ‘91. In pratica otto minuti di pura tecnica e di spinte funk con tagli vocali e colpi lo-fi per una breakdance di buona fattura. 800 copie, oggi ormai introvabili.
Subito dopo esce sempre su Hollywood BASIC Basic Beats, un mix tanto per tenersi in allenamento (curiosità: il ragazzo viene pagato con assegni con lo sfondo di Topolino, dato che la label era una divisione della Disney). A quel punto nel moniker non compare ancora la dicitura DJ. Josh è conosciuto solo come come Shadow. Il nome riflette la scelta di privilegiare i produttori in background, che non si facevano più di tanto notare. Atteggiamento anti-celebrità da buon rapper concentrato sulla right track, che da lì a poco avrebbe dato i primi frutti.
Il Legitimate Mix remix di una traccia per il gruppo Zimbabwe Legit (scritturato dal patron Klein), viene snobbato dai più negli Stati Uniti, ma fa invece drizzare le lunghe antenne del boss dell’etichetta inglese Mo’ Wax James Lavelle. Visti i problemi di salute di Klein (che morirà purtroppo nel 1995 per un tumore) e quindi l’inevitabile tracollo della stessa Hollywood BASIC, Josh prende la palla al balzo e si tuffa dopo pochi giorni sull’uomo Lavelle.
Nel frattempo alla sua cerchia di amicizie si aggiunge Dan ‘The Automator’ Nakamura, conosciuto a San Francisco. Shadow ama in particolare il suo primo disco (Music to Be Murdered By, un cut up di dialoghi hitchockiani in chiave hip-hop) e quando i due si incontrano, Dan offre a Josh il suo studio. Sarà proprio lì che verrà registrato il primo singolo per la Mo’ Wax: In/Flux.
La traccia dura 12 minuti ed è il primo e vero pezzo ufficiale di Shadow. Riceve una buona accoglienza in Inghilterra, forse anche perché non ha troppe influenze acid jazz, genere che nel ’93 stava iniziando a stancare gli ascoltatori d’albione. Il cut è una cosa strettamente hip-hop, una base solidissima con un basso blues in loop che si alterna a pezzi vocali e un certo sentire che si trova nelle atmosfere downtempo di Funki Porcini (suoni dilatati, dub elettrico, cose fumose da club) e di altre produzioni Ninja Tune.
Dopo il mini-botto inglese i due amici e mentori gli stanno alle costole come sparring partner tecnologici: The Automator gli fa conoscere la sua collezione di dischi ed è uno dei primi artisti hip-hop a comprare una copia del software di audio editing Pro Tools, mentre Paris fa comprare a Shadow - portandolo fisicamente in negozio! - uno dei primi campionatori, l’Akai MPC, all’avanguardia e non ancora usato dalla maggior parte dei produttori hip-hop. Con quel campionatore verrà realizzata appunto In/Flux.
Alla fine del ’93 Shadow va in tour in Germania con Lavelle. L’incontro è una specie di esperienza d’iniziazione che cementa l’amicizia tra i due musicisti e che per la prima volta fa vedere al californiano l’orizzonte internazionale (nessuno della sua famiglia era mai stato fuori dai confini americani).
La traccia successiva sempre stampata su Mo’ Wax è Lost and Found. Il sampling di batteria probabilmente preso dagli U2 di Sunday Bloody Sunday, la depressione per un futuro non ben delineato (il ragazzo sta finendo gli studi di retorica e comunicazione all’università), la voglia comunque di stare sul pezzo, qualche relazione sentimentale andata a male: questi gli ingrendienti di un dark hop che piace ai critici di mezzo mondo e continua ad alimentare l’hype.
Prima del debutto sulla lunga distanza, un’altro maxi singolo: What Does Your Soul Look Like . 32 minuti in totale, praticamente un EP, quattro parti della stessa traccia che finiranno in parte sull’esordio. Con questa mezz’ora si preannuncia una virata intimista e in slo-motion per un hip-hop cerebrale ma nel contempo pieno di anima, una cosa che poteva essere accostata all’ambient, all’elettronica, al trip hop e perché no, anche ai gusti del pubblico indie rock. L’anima di Shadow si rivela essere melodica al punto giusto (vedi lo spezzone cantato in italiano nella Part 1), punta sia sul relax (Part 2), che sulla meditazione con sonorità di flauti e campanelli psichedelici, ereditati inconsciamente (?) dalla psichedelia americana (Part 3); le quattro tracce professano poi una fede totale nel break classico da hip-hop, base su cui meditare nuove sonorità che escono dalla struttura rap (non ci sono infatti rappers che cantano) per generare un anfibio mutante che scivola via da qualsiasi definizione troppo stretta (se non l’ombrello omnicomprensivo instrumental hip-hop) e mostra un mondo nuovo, ancora tutto da esplorare.
Nel ’95 Josh ha finito il college e ha tutto il tempo per comporre il suo primo disco. Durante il giorno cazzeggia costruttivamente tra negozi di dischi in cerca dei 45 giri più strani e impolverati (per rendersi conto di dove andasse a scavare è bene guardare Scratch, il documentario di Doug Pray del 2001). Dalle 9 alle 2 di notte si mette al lavoro con il sampler. Le sorgenti principali del suo capolavoro provengono dal funk, dalla world music sud coreana, dalla cultura psichedelica anni ’60 e da mondi sommersi nel cumulo della storia dei dischi dimenticati. Quando Josh ha per le mani qualcosa di decente, si mette in macchina e va a San Francisco dall’amico Dan, che gli dà una mano con le technicalities. Alle 3/4 di mattina finisce di registrare, prende la macchina e si rifà il viaggio in macchina fino a Davis. Due ore. Ogni giorno per mesi.
Nel ’96 va in Tour in Australia con Lavelle e gli fa sentire un paio di demo. James lo galvanizza, così da gennaio a maggio finisce le tracce. Prima di finalizzare il tutto, scappa un ultima volta in inghilterra per far aumentare l’hype sul disco, proponendo live set e interviste alla stampa. A settembre esce Endtroducing.....: anche se la prima recensione che legge lo stronca (è su Wire, tanto per dire che anche il più influente giornale di critica musicale del mondo ogni tanto prende le sue cantonate...), in breve tempo tutta la critica - sia rock, che hip-hop, che elettronica - si esalta e il fenomeno Shadow esplode.
Il disco è infatti una cosa che già da subito si capisce essere un classico. Trattato di turntabilzm, archeologia vinilica, hip-hop mutante, elettronica e ambient. Poco più di un’ora di musica (la durata è stata pensata per essere simile a quella del bestseller hip-hop The Chronic di Dr. Dre) che scolpisce classici di fine millennio con una mano e una capacità di mix che ha del sorprendente: in particolare ricordiamo Organ Donor, con il giro di organetto preso da Tears di Giorgio Moroder, che in loop manda in estasi Lavelle; la decadenza bladerunneriana di Midnight In A Perfect World, che come una ‘colla tiene il disco insieme’ (a detta dello stesso Shadow), scritta praticamente in combutta con Dan The Automator, dopo una cena in un ristorante messicano; le tirate hardcore di Stem/Long Stem mescolate con break di musica classica che manco Björk osava: una fuga convinta da ogni tipo di machismo o protagonismo prettamente da show-business rock verso lidi post-ambient, post-hop che investe sull’esplorazione dell’anima. Un mantra di manie e depressioni che in Shadow ricorre spesso: gli alti sono rappresentati dalla traccia dimenticata e scovata chissà dove da riproporre e rivisitare, i bassi sono costituiti da un’incertezza di fondo che nella fine millennio si inizia a modellare come sentimento fondamentale per descrivere centinaia di percorsi artistici, musicali e non solo e che culminerà con il disastro dell’11 settembre.
Un disco che chiude un suono e un’esperienza costruiti negli anni passati alla Mo’ Wax. Uno spartiacque che segna la carriera di Josh e che a detta di molti non verrà più raggiunto. Il capolavoro dell’innocenza (perduta?), la descrizione di un lungo attimo che si conclude con la fine del college e l’inizio di una vita nuova, tutta da costruire. Per chi scrive è uno dei più importanti album di sempre. Irripetibile, magico e con un’atmosfera di sogno che prescinde da qualsiasi retroterra e nel contempo ingloba tutto il meglio della cultura ritmica americana (e non solo, dato che l’uomo ha preso anche singoli dalla più sconosciuta world/pop music, come in Number Song dove è andato a finire addirittura in Corea): funky (a tonnellate), break (i migliori loop di batteria ce li ha da qui in poi come marchio di fabbrica), melodie cupe, che in qualche modo traslato e onirico anticipano quello che succederà a Londra con il dubstep di Burial e co., la consapevolezza di ‘non-essere-mai-all’altezza-delle-proprie-aspettative’ che dopo un decennio esploderà nella iconicizzazione emo-nerdy 2.0 ed ovviamente l’hip-hop, sia da strada che da studio. Il messaggio è quindi profondamente provinciale/intimistico e sarà lo stesso Shadow a parlare di una ‘suburban loneliness’ per descrivere il suo primo full, un disco ‘radicato nel paradigma e nel modo di pensare hip-hop, cioé: prendi quello che trovi intorno a te e sovvertilo in qualcosa che sia 100% te stesso’. Missione compiuta.
Lo zio James si inventa il moniker U.N.K.L.E. e com’è di moda in quegli anni fa il supergruppo per vendere sul mercato mainstream. Una cosa che oggi potrebbe essere paragonata alla liaison tra Jay Z e Kanye West, tanto per capire il tiro dell’operazione, giostrata ovviamente sui lidi del trip-hop che nel ’97 alimentava di brutto gli scaffali dei negozi di dischi, caldi come altoforni con Massive Attack e Portishead in testa.
Il gruppo parte qualche anno prima dell’arrivo del DJ californiano per volere di Lavelle e di Tim Goldsworthy, due amici di scuola. Nel ’94 assoldano infatti Money Mark (il tastierista dei Beastie Boys), due rappers della crew giapponese Major Force e altri collaboratori, tra cui anche stilisti e modaioli dell’epoca. Quando si mettono a scrivere il disco, i due si scontrano con le loro personalità, così Tim si metterà a viaggiare mentalmente su suoni più house e di lì a poco fonderà la DFA con James Murphy (mica bruscolini). Lavelle riesce a stampare qualche singolo (il botto sarà proprio il remix di Karma Koma dei Massive Attack), ma sarà proprio grazie alla mano del fidato DJ che potrà permettersi di sbancare sulla lunga distanza con il debutto Psyence Fiction.
Il disco vede infatti la partecipazione del gotha della musica would-be-mainstream dell’epoca: il bassista dei Metallica Jason Newsted, Mike D dei Beastie Boys, Richard Ashcroft dei Verve, Badly Drawn Boy e addirittura Thom Yorke dei Radiohead che in Rabbit In Your Headlights trova un gioiellino su cui ruoterà il successo del disco, galvanizzato anche dal fatto che il masterpiece OK Computer era uscito solo un anno prima.
Shadow esercita la sua professionalità come produttore (almeno così sta scritto nei credits), ma la sua non è solo una comparsata dietro la consolle. Il suo è il tocco da maestro che si svincola dall’underground e propone sample che vanno a fare da tappeto per le voci dei divi. Con questo disco, osannato da Pitchfork e che oggi sembra essere datato per la sua immediata catalogazione nell’alveo trip-hop, Shadow sbanca ancora di più, si incontra con il mainstream e fa vedere come la sua ombra stia diventando sempre più visibile.
Il disco gli permette di fare anche il salto di qualità tecnica. Non si può più permettere di cincischiare con potenziometri senza sapere come funzioni un filtro o un compressore. In questo affinamento Shadow ‘vende l’anima al diavolo’ e perde il quid di sventatezza tardoadolescenziale che lo aveva fatto marciare a ranghi serrati fino al meritato successo.
C’è sempre e comunque un retroscena nerdy (vedi i continui riferimenti al mondo della science ficiton), mescolato a una sana volontà pop di sfondare. Questo clash di mondi paralleli si riscontra musicalmente nella dicotomia fra sample oscuri e melodie cantabilissime, riconoscibili in primis per i protagonisti delle top hit del momento. E allora vai di citazioni orchestrali à la Bittersweet Symphony con Ashcroft (Lonely Soul), ripescaggi in corner da protagonisti del passato prossimo (Alice Temple nella stupenda Bloodstain e il rapper hardcore di Queens Cool G Rap in Guns Blazing) e il già citato spolvero indie di Yorke.
Un modo di affermarsi sia per Lavelle che per Josh, ormai in grado di sbrigarsela anche con gli insidiosi innesti vocali, croce e delizia di tutti i produttori.
Nel ’98 esce una raccolta dei suoi singoli più famosi (Preemptive Strike) stampati su Mo’ Wax dal 1991, con una nuova collaborazione con DJ Q-Bert nel mix Camel Bobsled Race. L’anno dopo esce una compilation di cui Shadow produce alcune tracce, che raccoglie molti degli artisti della ex crew Solesides (oggi fan club di Shadow ed etichetta underground), rinominata per l’occasione Quannum Projects. Quannum Spectrum raccoglie i lavori di Blackalicious, un featuring di El-P (che in quello stesso anno fonderà l’etichetta Def Jux, gli amici della crew Latryx, Chief Xcel, i Jurassic 5 e altri.
Il lavoro non porta molto nelle casse dei ragazzi, ma cementifica le roots hip-hop che sembravano essere state dimenticate dal loro rappresentante più famoso. Nel disco si va infatti dai cori à la Anticon, label guardacaso fondata proprio nel 1998 a Oakland, sempre in California (Celebration), break più jazzati (Divine Intervention con il featuring dello stesso Shadow su vocals di Divine Styler), avvicinamenti soul (Golden Rule, People Like Me), funky (I Changed My Mind) e un senso di comunità caldo, quasi intimo. Una sensazione che continua tutt’oggi, dato che la crew è praticamente diventata l’organo semi ufficiale di divulgazione delle news del DJ.
Nello stesso anno mixa una compilation di tracce di film di serie B con Dan The Automator (Bombay The Hard Way. Guns Cars & Sitars) e nel ’99 inizia una felice collaborazione con Lucas MacFadden, noto ai più come Cut Chemist. I due pubblicano Brainfreeze: un album registrato dal vivo che riprende le mitiche Lessons dei maestri old school Double Dee e Steinski. Il disco è un singolo prodotto in 2000 copie che verrà ben presto bootlegato e quindi trasferito in digitale. L’aria che tira nelle due lunghe tracce è il solito calderone di vocals, cuts, funky, jazz che risulta una splendida riconferma di come il neonato duo sia uno dei migliori act di mixing del globo.
Passa un po’ di tempo, le acque si calmano, Shadow fa un po’ di cose extra come l’apparizione in più parti nel documentario di Doug Pray Scratch del 2001 (imprescindibile visione per chiunque si occupi di hip-hop, con scene in cui si capisce cosa sia il diggin’ tra scaffali polverosi e magazzini di vinile) e l’editing dell’evento/documentario/album Keepintime: A Live Recording. Ma più di qualcuno aspetta il bis.
Nel 2002 arriva infatti The Private Press. Il disco non stupisce come l’esordio. E’ più tecnico. Parla un linguaggio sempre intriso di hip-hop, ma sembra incagliarsi in qualche tecnicismo di troppo. I singoloni ci sono ancora (ad esempio per chi scrive Giving Up The Ghost è una delle migliori tracce di sempre dell’uomo) e addirittura il video di Six Days viene diretto da uno dei registi culto che difficilmente concede la sua mano al videoclip, un mostro del calibro di Wong Kar-wai. L’impressione generale - ascoltandolo oggi - è che sia un’ottimo prodotto, ma che sia troppo perfetto. Lo smalto lo-fi che alcuni dei tagli dell’esordio contenevano è perduto, le tracce sono pulitissime (i filtraggi robotici del riff della base di Fixed Income) e troppo raffinate. L’evoluzione - dopo più di un lustro - parla quindi di aumentata capacità tecnica, che si sfoggia in gran spolvero, ma che alla lunga lascia freddo l’ascoltatore. Dall’anima alla macchina. Un modo di fare musica che viaggia sempre in parallelo tra ritmo e melodia, tra citazioni e campionamenti introvabili (per gli italianisti, c’è pure un sample da Gli Uccelli di Battiato).
A dirla tutta però è difficile che dopo il 2000 un album di hip-hop strumentale dica qualcosa di nuovo, soprattutto quando Ninja Tune, la stessa Mo’ Wax, la Anticon e altre label minori hanno iniziato a costruire nuovi mondi, molte volte autoreferenziali dopo il boom e l’esplosione della bolla instrumental-hop e dopo che l’elettronica da camera è stata fatta esplodere da act come Autechre o personaggi à la Aphex Twin. Come dire che TPP è l’unico disco possibile per Shadow in quell’anno. Un colpo che sviluppa echi in veloce dissolvimento, ma che ha dalla sua un’inconfondibile impronta, lo shadow-style che non è più fortunata coincidenza da principianti, ma metro di paragone con cui misurarsi per lo stardom tutto.
L’ultima parte della carriera dell’uomo viaggia tra album autocelebrativi - il live in CD e DVD registrato alla Brixton Academy di Londra Live! In Tune And On Time, l’edizione deluxe di Endtroducing... - ritorni di fiamma al turntablizm militante (Funky Skunk del 2006), comparsate virtuali su videogiochi (DJ Hero della Activision) e altri progetti di mixing con il compagno e amico Cut Chemist (Product Placement del 2002), per non parlare di infinite serie di documenti che testimoniano la sua presenza nei palchi di mezzo mondo e conseguenti raccolte di remix di nuovi virgulti del piatto (una fra le tante è il DJ Shadow Remix Project del 2010) il tutto disponibile sul nuovo sito fiammante, on-line dal 2009.
Prima di arrivare al nuovo album prova a staccarsi dal suo marchio di fabbrica andando a comporre un disco interlocutorio come The Outsider, che viaggia su territori alieni alle sue coordinate hop. Questo lavoro è una prova che sottolinea il suo lato di MC e di raccoglitore d’idee (come aveva già fatto anni prima con la crew Solesides). Una prova onesta, che non piace ai fan e che divide ancor di più la critica.
Sembra quasi che l’uomo si stia lasciando andare sia per ispirazione che per soluzioni (mixare il rock nell’hip-hop andava bene alla fine dei Novanta, ma nel 2006 è una posizione rischiosissima che raschia troppi barili di cose già dette). Oggi per fortuna torna con il quarto full The Less You Know The Better su Verve, una delle case madri del suono jazz di sempre (da noi è su Island). E già il titolo ti fa capire che molte delle cose che ‘non andavano’ nel disco precedente sono stati i semi necessari alla maturazione di uno stile adulto, una svista necessaria al ripensamento costruttivo. L’ultima prova torna quindi alle origini ma sale in cattedra e parla dall’alto della cultura musicale americana tout court, elevando il verbo hip-hop in un miscuglio di generi che devono tutto ai padri blues, jazz e psichedelici. In più chiama a testimoniare personaggi più o meno noti dell’indie (Tom Vek, i Little Dragon e qualche rapper come Afrikan Boy o Talib Kweli) per divulgare ancora una volta il verbo da strada, trasfigurato dietro alle polverose e sporche origini blues.
Un disco che al suo interno viaggia sapientemente anche su coordinate psichedeliche, cifra stilistica che aveva attratto i fan di certo kraut visionario al suo esordio e che oggi si fa in vena anche tutte le promesse che Woodstock non ha mantenuto, quei trip psichedelici che mai ci saremmo aspettati spuntare fuori dal basement di un nerd del giradischi. Il tutto con tocchi folk e perché no rock. Maturato in una reclusione da internet e dalle più banali forme di comunicazione (e-mail o cellulari del caso) DJ Shadow ha raccolto le forze e ha prodotto di nuovo in un ritiro eremitico il suo nuovo biglietto da visita di perfetto miscelatore di stili e mode. Un ritorno che mima le mosse dell’esordio ma che non può prescindere da una firma cristallizzata e comunque sempre viva. Josh Davis is here to stay.
Scheda: DJ Shadow
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