Il “Giorno del tutto differente” (doppiato il giorno seguente da "Grazie a Dio è lunedì") assume i contorni di un evento apripista, piccolo e prezioso esperimento unico nel panorama italiano. Così in fila, una domenica qualsiasi in Piazza Castello (la solita ed emozionata Ferrara), una line-up di band sdoganate ed emergenti, in pratica, le promesse mantenute di ieri e di oggi dell’indie italiano che si vuole internazionale, più la guest star straniera, i Dinosaur Jr, a far da cameo, a voler richiamare le tanto agognate folle dell’indie europa così smaccatamente festivaliera.
Jennifer Gentle, Spread, IOSONOUNCANE, Sakee Sed, Aucan questi i nomi, con i Verdena a suonare per ultimi perché a loro è stata affidata la selezione delle band proprio come accade all'estero nei “curated by” degli “All Tomorrow’s Parties” da un po’ di anni. E' un primo passo, seppur abbozzato, nella ridefinizione dei festival musicali italiani nella consapevolezza che se il tempo delle grandi accozzaglie à la l'Heineken Jammin’ è probabilmente finito (anche e soprattutto in termini commerciali), l'evento in scala e budget ridotto sta progressivamente aumentando il bacino d'utenza e la cultura musicale italiana.
Anche se il successo de “La Tempesta Sotto le Stelle” dell’anno scorso è tutto da metabolizzare e tesaurizzare come esperienza, DNA Concerti e Ferrara Sotto le Stelle non hanno certo pensato alla scalata al francese La Route du Rock o all’appena citato ATP, e in questo caso è certamente un bene. A piacere – e a non suonare retorica - è la concretezza di una proposta che coniuga la bellezza del luogo con un cartellone selezionato pensato per un pubblico un minimo istruito, consapevole del clima e dell’offerta musicale così attentamente selezionata.
E’ forse l'unica mossa possibile in un'Italia incapace di progredire su questo fronte, il piccolo diventa necessario, e al global si preferisce il glocal, al cartellone definitivo dell’ultimo Primavera Sound si opta per il piccolo è bello. “Un giorno del Tutto Differente” si configura come uno di questi, salvo poi dover fare i conti con i centri storici, le istituzioni, i vicini e i loro amici in giunta. Gli orari inflessibili e vanno da sé: i Jennifer Gentle, mostri sacri della psichedelica italiana da export segati da un sole non proprio così differente da quello che picchia, assieme a un’umidità devastante, nei cieli della frara d’estate; gli Spread, schizofrenico gruppo coccolato dai conterranei Verdena, scricchiolando sotto il loro Epic Metal in salsa bergamasca; e pure Iosonouncane, superstar del neo elettrorock (ma anche cantautorato) italico, quello che con quel puzzle campionato dell’essere Italia Sotto Berlusconi, La macarena su Roma, ha prodotto quel disco assolutamente devastante (l’accezione è indifferente), risulta troppo programmato, poco immediato, senz’anima e con un set fin troppo “ammassato”; infine i Sakee Sed, promettenti di un promettente sbilenco cantautorato italiano e invece troppo sbilenchi, adatti magari alla regalità del luogo, ma non del tutto a fuoco.
Escludendo i Jennifer Gentle e l’impegno degli infaticabili Sakee Sed, i gruppi paiono non reggere il palco da potenziali 4000 persone della piazza. Il club è un’altra cosa e qui ci vogliono intensità, dinamiche e resistenze differenti appunto come la giornata indetta nel cartellone: gli Aucan, così invincibili, le sanno dare: un set di violenza e complessità, matematica e epica. Sono il contrario del sole ma lo contaminano. Heartless ha qualcosa di limpido, come poco altro. Tutto si scoperchia, un ventaglio noise – ordinato come qualcun altro in Italia? – benché insudiciato prende il sopravvento sul dubstep incestuoso, così consolante su disco.
I Dinosaur Jr non sono i veri headliner della serata, sono gli airbag finanziari, preparano il terreno ai Verdena e a qualcuno la cosa fa sorridere mentre la piazza si riempie. J. Mascis & Co. sono al mini festival per fare Bug nella sua interezza. Lo fanno in ordine sparso ed il tutto è poco rassicurante nella miglior accezione che esiste. Fedeli a una sola linea, quella di un basso distorto, il volume trasuda ovunque e così il ritornello di No Bones si ripercuoterà sui nostri figli. Tutto viene stravolto, la sensibilità melodica di They Always Come violentata. Vengono le lacrime agli occhi. Poi i coretti infiniti di Budge, il grunge ammaccato di Let It Ride? e quella Don’t che è la cosa migliore del festival, decisiva, inquietante e infinita. “perché non vi piaccio?”, sbava Lou Barlow.
I Verdena salgono per ultimi, dopo una torunée stellare per pubblico ed entusiasmi. Wow è forse l’album con le chitarre italiano dell’anno. Il set che parte con Sorriso In Spiaggia è vorace e sicuro, prende alla gola e non dà tregua: le canzoni, incessanti, e senza tregua finiscono per assumere i contorni scorbutici dei musicisti, il martellare variabile dei pezzi in scaletta si ripercuote sull’umore del pubblico più sensibile. L’intera setlist è schizofrenica e mal assortita: come per il Cane, l’ammassamento senza linee e contorni toglie l’anima. Troppo programmati, i Verdena. Logorrea dà la prima scossa, spezza il ritmo, ma non così affamata da azzerare il mood esagitato impresso al corso degli eventi. Gli inserti di piano nei pezzi antichi non snaturano ma li appesantiscono notevolmente. C’è troppa carica, troppa voglia di piacere. In Canos, Alberto Ferrari invita al karaoke indicando il numero da ricordare a squarciagola (SEVEN!), la gente reagisce confezionata a dovere. La sensazione è di aver un braccio addormentato, esiste ma non comprendi appieno il tutto. I grandi successi (Scegli Me, Angie, Valvonauta) si susseguono. Qualcuno diceva che la perfezione non è mai vera. Qualche lampo di verità stasera c’è stato, a far intravedere una dimensione nuova per i Verdena, bisognosi di anime (non delle proprie).
Scheda: Aucan, Jennifer Gentle, Dinosaur Jr, Verdena, Spread, Iosonouncane, Sakee Sed
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