Drop Out
Pubblicazione 26 Agosto 2011

The Horrors

Sons And Fascination

Dai recessi catacombali di Strange House ai voli pindarici di Skying: facciamo il punto di un'ascesa musicale, emotiva e artistica.
The Horrors
2011

Nei primi mesi del 2007 la metro di Londra è tapezzata di manifesti di questi ossuti ventenni carichi di occhiaie. Gli Horrors sono il gruppo del momento, quello che tutti vogliono vedere dal vivo e che nella capitale britannica riempie le pagine delle free press.

L'entusiasmo dei molti va di pari passo allo scetticismo dei più. Non bisogna essere troppo smaliziati per capire che band così pesantemente connotate a livello di suono e immagine, si bruciano velocemente, facili prede di hype vampirici, di quelli che ti succhiano prospettive e forze e ti lasciano senza coscienza sul pavimento di una scena musicale cinica e iperscrutabile.

Solo qualche mese prima un amico me ne parla in termini entusiastici in occasione della prima calata italiana: "Devi vederli, sembrano i Morlocks intenti ad eseguire il repertorio dei Jesus And Mary Chain". Aggiunge che le ragazze che facevano la fila di fronte al camerino della band non erano esattamente (per quantità e qualità) quelle che alle nostre latitudini accolgono i negletti gruppi revivalisti.

In effetti la pesante ombra del glamour li pedinava dalla loro formazione, avvenuta non molto tempo prima. Spider Webb (al secolo Rhys Webb) gestisce lo Junk Club di Southend e nonostante la giovane età, è un'autentica eminenza in campo 60s garage e freakbeat; oltre ad essere un fanatico collezionista di rarissimi 7'', organizza serate a tema che diventano in breve uno degli appuntamenti più cool in città. E' qui che inizia a fare comunella con quattro abituali frequentatori. "Joshua (Hayward, chitarrista) ed io lavoravamo da un macellaio - ricorda il cantante Faris Badwan - Joe (Spurgeon, batterista) e Tom (Cowan, bassista) lavoravano invece in un mattatoio." Ecco in parte spiegata la natura efferata del progetto.

Ad appena due settimane dalla nascita gli Horrors tengono il loro primo concerto. "Abbiamo eseguito cinque pezzi. Sapevamo a malapena suonare gli strumenti". Due di quei cinque pezzi sono The Witch dei Sonics e Jack The Ripper di Lord Screaming Sutch, ma a colpire nel segno non è tanto la musica, quanto la compattezza di immagine per cui optano, qualcosa che li distingua immediatamente all'interno della congestionata scena britannica, una specie di versione gotica e vittoriana dei Music Machine. Le premesse per l'hype ci sono tutte. Ed è a questo punto che arriva anche la musica.

Gli Horrors iniziano ad infilare una sequenza mozzafiato di singoli dal suono rovinoso: il fuzz arrugginito, le stilettate di Vox e i feedback a profusione generano un magma sonoro su cui Badwan urla come un orco delle fiabe sull'orlo di una crisi isterica. Per il primo Sheena Is A Parasite (centocinquanta secondi di chitarra che stride come le unghie di Freddy Krueger sul ferro) viene anche girato un video, affidato al regista Chris Cunningham, in cui il premio Oscar Samantha Morton è posseduta da fremiti soprannaturali che la scuotono al ritmo osceno del brano. Roba da brividi.

Nei primi mesi del 2007 tutto sembra pronto per accogliere l'esordio della band più chiaccherata dal tempo degli Oasis. Possono le fantasie sinistre di un gruppo di giovani perpetuarsi per la durata di un intero LP? Strange House vince la scommessa anche se di misura. Come a voler chiarire da subito i propri intenti, i cinque aprono l'album proprio con Jack The Ripper e lo infarciscono di un garage rock da cavernicoli, gravido di atmosfere cimiteriali trascinatesi a noi dai recessi più oscuri dei 60s. Una carcassa sonora intrisa di incrostazioni wave, capaci di sedurre con le atmosfere decadenti dei Bauhaus e quelle dolenti dei Birthday Party.

Lo scarto da tanti act revivalisti è affidato ad una produzione moderna, frutto del lavoro di ben cinque produttori (fra cui spiccano i nomi di Alan Moulder, Jim Sclavonous e Rick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs) e di un uso dello studio che fa tesoro della passione della band per la musica dance ("Nella nostra collezione troverai parecchia roba acid house e drum and bass" affermava in quei giorni Cowan). Non manca neanche l'eco del recente New Rave, grazie ad un organo Acetone usato come una vera e propria arma contundente.

A rafreddare gli entusiasmi è una certa uniformità di fondo e la sensazione che quello degli Horrors sia un progetto studiato a tavolino. Sono loro stessi ad accorgersene con un filo di amarezza: "Pensiamo che la gente non riesca a credere che una band vestita così possa interessare qualcosa della musica". Ecco allora che la trasformazione ha inizio.

A marzo del 2009 sul sito degli Horrors fa la comparsa un video di austera bellezza diretto dall'ex Jesus And Mary Chain Douglas Heart. Sea Within A Sea mostra la band trasfigurata in un contesto da happening psichdedelico: è il nuovo inizio e al tempo stesso il superamento del discorso fin qui intrapreso dal quintetto britannico. Divisa rigidamente in tre sezioni (intro metronomico alla NEU!, parte centrale wave-gaze e coda electro pop), la canzone è un manifesto programmatico della durata di quasi dieci minuti che non ha ancora trovato eguali all'interno della discografia horrorifica. Dentro c'è tutta la smania art pop dei nuovi Horrors.

Primary Colours,  irrompe qualche mese più tardi con le sue folate chitarristiche che si innalzano come dense spirali di fumo, le tastiere boreali che saturano i colori e sfocano ritmiche e melodie. Si tratta del più entusiasmante mix fra post punk, psichedlia e kraut rock sia ascoltato da tempo, un suono emozionante e cerebrale che pretende di essere ascoltato e assimilato. Ci sono ancora sporadici assalti dal grottesco piglio horror (in particolare su New Ice Age) ma sembrano solo echi del recente passato. Il centro nell'album sta nei graffi e nelle carezze di Who Can I Say, con le sui refoli sintetici alla Joy Division e le dolorose abrasioni del fuzz; nel technicolour dream a 8mm di Mirror's Image, con i suoi loop electro stranianti, che perdono consistenza fino a sciogliersi in una densa mescola shoegaze.

Per la prima volta si percepisce che la creatura Horrors è un mostro bicefalo. Da una parte c'è il saldo appiglio al lato gotico del progetto garantito da Badwan e dal suo oscuro songwriting, dall'altra c'è lo spirito più eclettico di Cowan e Webb (che nel 2009 pubblicano l'ep Something Clockwork This Way Comes con il moniker Spider And The Flies, segnato dal comune amore per il compositore Joe Meek, per i Can e la new wave) decisivo nell'imprimere la svolta artsy al gruppo. In particolare, benchè ancora ancorata al canovaccio verse-chorus-verse, la formula degli Horrors sembra sempre più lagata alla ricerca di sonorità suggestive, dell'effetto straniante e dell'atmosfera disturbante. "Non siamo il tipo di band che si siede sul tour bus con la chitarra acustica e cerca di tirare fuori un pezzo. Abbiamo bisogno di stare in uno studio e sfruttarne tutte le potenzialità".

The Horrors
2011

A produrre l'album questa volta è Geoff Barrow, di cui probabilmente non sapremo mai l'entità del contributo artistico, ma al quale è facile attribuire la paternità di un'effettistica cinematica presente anche negli ultimi Portishead. A chi chiede loro se sono preoccupati della reazione dei fan della prima ora, i cinque rispondono seccamente:  "non siamo interessati ad avere fan spaventati di un simile cambiamento".

La svolta, peraltro, è evidente anche dal vivo, non solo per il look che rinuncia agli eccessi goth degli esordi, prediligendo un nero sobrio da Manchester primi 80: il set si basa sulle nuove canzoni (i brani di Strange House vengono stipati quasi interamente nei bis), ma fallisce il tentativo di riprodurre dal vivo il maestoso impianto sonoro di Primary Colours, quasi che gli Horrors debbano ancora portare a compimento la loro dimensione live. In particolare si percepisce la difficoltà della band nel reinventare il proprio show, rispetto agli infuocati esordi in cui i cinque davano libero sfogo al proprio estro teatrale ed eseguivano ogni brano al doppio della velocità, in pieno spirito garage punk. Badwan, dal canto suo, fa quello che può, ma non è ancora lo sciamano psichedelico che ci si aspetterebbe ascoltandolo sulle tracce dell'album.

Nonostante questo, riguardano proprio lui le notizie che rompono il silenzio attorno alla band. L'esibizione in Vaticano dei Cat's Eyes, il progetto parallelo di Faris e della soprano e polistrumentista canadese Rachel Zeffira, genera un'onda mediatica che si propaga fino a fare del duo un'entità autonoma di primissimo piano. Badwan si dimostra autore raffinato e interprete duttile: cita Morricone e Nino Rota e spinge di un passo in avanti la propria vocazione cinematica.

Nell'omonimo esordio, pubblicato la scorsa primavera, i Cat's Eyes rinverdiscono i fasti di storici duetti dei sixties come quello Hazelwood/Sinatra e Gainsbourg/Bardot grazie ad una serie di brani prepotentemente evocativi, capaci di spaziare dal pop soul all'exotica, mantenedo connotazioni maestose e tenebrose. Con gli Horrors ancora in studio a preparare il seguito di Primary Colours ci si interroga l'impatto che il nuovo progetto del singer possa avere sulla band originaria. "Posso solo dire che sono migliorato come musicista – confida Faris – e spero che questo si rifletta anche nella musica degli Horrors".

Still Life, il primo singolo estratto dal nuovo lavoro, spiazza ancora una volta, sebbene possa considerarsi come l'ovvia prosecuzione del lato sintetico di Primary Colours. Più che un upgrade si tratta di un aggiustamento di tiro rispetto al lavoro precedente. "Quello che abbiamo fatto è stato semplicemente rallentare i tempi, aggiungere ritmo, dare più respiro alla voce - afferma Cowan - Ci sono poi tutta una serie di idee astratte, non necessariamente collegate ad un suono, che tuttavia volevamo sperimentare. La cosa più importante è stato portare avanti quel feeling iniziato con Primary Colours, quel senso di esaltazione e positività". Intanto sono due le parole che si inseguono come un tam tam attraverso tutte le recensioni: Simple Minds.

In effetti il passo lento, la vocalità solenne di Badwan e lo sfarfallio di tastiere ricorda proprio quello della band di New Gold Dream. Sottotraccia però c'è di più, ed è l'uscita di Skying a confermarlo. E' storia di questi giorni, ma vale la pena ricordarla: il lavoro che la band compie su timbri, sonorità è complesso e strutturato. I brani sono omaggi floreali all'art pop di tradizione europea. Nella densa stratificazione sonora dell'album si sovrappongono i bagliori della Sheffield dei primi 80s, l'austerità della Berlino dei tardi 70s e la leggerezza della Manchester dei primi 90s. I tappeti sintetici la fanno da padrone e creano eleganti strutture psichedeliche talvolta scardinate da un uso imprevedibile della chitarra. E' un suono al tempo stesso, trascendente e straordinariamente immanente, che si prende i suoi spazi ma si muove sempre all'interno degli steccati del pop.

Sarà interessante valutarne l'impatto live ora che la band ha deciso dare maggiore omogeneità ai propri set eseguendo esclusivamente i brani degli ultimi due album. Tuttavia Skying lascia la piacevole sensazione di rappresentare l'inizio di qualcosa, più che la sua compiuta realizzazione: la perpetua transizione di una band che nel tentativo, ancora mortificato, di trovare se stessa, lascia per strada perle destinate a segnare in maniera indelebile il pop di questo primo scorcio di millennio.

Scheda: The Horrors

copertina pdf #91