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Pubblicazione 01 Marzo 2008

French Cowboy

Calpestando impossibili sogni d’America

Quando la musica dei French Cowboys ha iniziato a rimbalzarci nei padiglioni auricolari, subito è sbocciata quella strana sensazione - un misto di sospetto, disagio e meraviglia - che accompagna le cose troppo belle per essere vere. Come può una band al debutto sciorinare tanta padronanza assieme ad una invece ben più comprensibile freschezza (metteteci pure un bel po' d'impudenza)? Non può. E infatti.
French Cowboy
2008

Troppo belli i French Cowboys per essere veri. Come può una band al debutto sciorinare tanta padronanza assieme ad una invece ben più comprensibile freschezza (metteteci pure un bel po' d'impudenza)? Non può. E infatti. Ma andiamo per ordine. Innanzitutto stringendo le coordinate su Nantes, nella controrivoluzionaria Vandea, città collegata all'Atlantico grazie al cordone ombelicale della Loira, sul cui estuario soffiano brezze d'oceano e oltre, quelle stesse che brulicano nelle cantine e nei club, rendendo effervescente il movimento jazz e rock da un quarantennio a questa parte o giù di lì.

La Francia tutta se ne sta accorgendo, come prova la recentissima riedizione di La fabuleuse histoire du rock nantais, opera del 2003 in cui il giornalista Laurent Charliot traccia profilo e vicissitudini di oltre mille band. Tra le quali spiccano i The Little Rabbits, quintetto allestito nel 1988 a La Gaubretière, tremila anime scarse una cinquantina di km più a sud. Il loro leader era il chitarrista e cantante Federico Pellegrini, sulle cui origini italiane è più che lecito ipotizzare.

Fin dall'esordio Dans Les Faux Puits Rouges Et Gris (Single KO, novembre 1991), è tutto un impastare twee pop e rock'n'roll stradaiolo, i primi R.E.M., i Violent Femmes più concilianti, gli Housemartins, i Pastels. Testi in francese e in inglese, addirittura un pezzo in italiano (la pronuncia però è censurabile). Col successivo Dedalus (Single KO, 1993) la calligrafia compie una piuttosto netta definizione, accogliendo il passo scanzonato dei Pavement - freschi di successo con Slanted And Enchanted - e comunque una più acida declinazione degli arrangiamenti, disposti a stemperare Kinks tra marcette balcaniche, nebulose My Bloody Valentine e striscianti avvisaglie patchanka.

Nel '95 arriva quindi la firma per la label Rosebud, quella di Kusturica, ed il conseguente terzo opus Grand Public (Rosebud, 1996), prodotto da Jim Waters (già al lavoro con la JSBX e Sonic Youth) nel suo studio di Tucson. Fu un po' come sgranare una melagrana: ci sono più o meno tutti gli ingredienti fin qui evidenziati, ma gli organi e le chitarre incendiano psichedelia ragliante, si fa strada un piglio folk-blues ebbro e ruvido, oppure fosco e malinconico, impastato di sabbia e alcool. Fermo restando quella stessa impellenza sbrigliata, il cazzonismo di chi sta giocando al gioco preferito e non fa molto per nasconderlo. Un pizzico di Blur e Dandy Warhols, se gradite.

Tempo un paio di EP, ed ecco il quarto lavoro Yeah(Rosebud, 1998), registrato ancora con Waters, che significa l'ingresso in formazione del DJ Laurent Allinger a far girare i turntables. A questo punto il sound dei piccoli conigli è una shekerata di tutto: errebì, soul, country, tex-mex, garage, psych, sprazzi di jazz e ammiccamenti electro-hip hop, Jon Spencer, Beck e Fatboy Slim. Nel segno di un'America che da miraggio al di là dell'Oceano è diventata il ventre dove germoglia il loro sogno sonoro. La Grande Musique (Rosebud, 2001) vede l'ormai consolidato team spingere a fondo sul pedale della contaminazione, una rutilante misticanza beckiana, introducendo ancora più timbri (ottoni, flauti, percussioni), tirando in ballo groove turgidi, lisergici beat anni sessanta e duetti canori ormonali. Sembra l'apice, e musicalmente in effetti lo è. Ma la colonna sonora di Atomik Circus: Le Retour De James Bataille (Barclay, 2004), protagonista il bocconcino Vanessa Paradis, farà ancora più rumore, di sicuro commercialmente. L'attrice stessa presta la sua voce birichina in sei tracce dell'album, che per il resto è in tutto e per tutto un tipico patchwork Little Rabbits, tra rock chiassoso e deliziosi siparietti pop-folk, soul allampanati e foschie trip-hop, languori jazzy e addirittura un cha cha cha.

E' tutto, amici, per quanto riguarda i "petit lapins". Federico annuncia lo scioglimento del combo nel 2005, ma subito progetta gli sviluppi futuri, ovvero i The French Cowboys assieme a tre ex conigli. Di cui il progetto Dillinger Girl And Baby Face Nelson - ovvero Pellegrini assieme ad Helena Noguerra, sorella della mitologica Lio - ce ne fornisce una specie di assaggio. Difatti in Bang (Sunnyside, 2006) sono presenti in fascinosa/ruspante versione (chitarre acustiche e voci) quattro pezzi che poi finiranno su Baby Face Nelson Was A French Cowboy (Havalina Records / Differ-ant, novembre 2007), quella specie di meraviglia di cui dicevamo, in cui l'America – quella reale realmente calpestata e quella soltanto immaginata - è un sogno estinto dalla realtà, tornato a rifugiarsi nell'opalescenza dell'immaginario. Dove può davvero accadere.

copertina pdf #91