I Cosiddetti Contemporanei
Pubblicazione 01 Luglio 2011

La Muga Lena, Gran Fondo, Daisy Chains, Gleamer, Tiziano Serra, Girless & The Orphan, Odiens, Uzzolo

Re-boot #17

Colpa del caldo, chissà, ma se c'è un filo che unisce gli ascolti selezionati questo mese è una non meglio definibile anomalia. Stilistica, espressiva. Emotiva. Buona estate.
Gran Fondo
2010

Girless & The Orphan è un duo dalle grandi speranze e dalle ginocchia appuntite. Il loro primo frizzante e piccante Ep si chiama Same Names For Different Girls (Stop Records, 6.8/10). La strafottenza e la ricchezza musicale della Riviera regala alla band alcune interessanti caratteristiche: folk e fuzz, assolati casolari romagnoli, lunghe autostrade centroamericane, un mix che fa girare sul lettore chitarre acustiche graffiate e graffianti (sono troppo recenti i Pan del Diavolo?), voci stonate, dissonanti e roche. Il tutto in salsa antiberlusconiana, utopica forse, ma di certo singolare.

Roma e la melodia, la tradizione, la grande scuola cantautorale... Gli Odiens, ultimissimi arrivati di questo lungo filone (e del suo revival baustelliano) hanno dato recentemente alla luce l’intrigante Tema di scandalo al sole (autoprodotto, 6.9/10). Clima vintage, ritornelli che intrigherebbero le platee sanremesi, una certa attitudine cinematografica, il giusto pizzico di citazionismo: ed ecco che il pop è fatto. D’altronde basterebbe leggere i numi tutelari dichiarati dal duo (Nico e i gabbiani, The Rokes, Equipe 84, I Corvi, New Dada, I Camaleonti) per capire di cosa stiamo parlando.

Slabbrato, cacofonico, distorto, scordato. Tiziano Serra (già nei Selvaggi del Borneo) declina il suo EP d’esordio, Jelly Belly Dance (Lepers Produtcion, 6.4), in tonalità dissonante registrando il suo surf-electro-pop tutto rigorosamente in low-fi. Sorprende non poco allora se, malgrado faccia di tutto per farci sospendere l’ascolto in anticipo, si giunge alla conclusione delle cinque tracce con un pizzico di curiosità per un progetto folle – con la ratio di questi tempi ci fai poco – che se proposto in italiano potrebbe avere qualche chance in più.

I Gleamer devono aver scientemente stabilito ad Abingdon, città natale dei Radiohead, il limite ultimo del proprio orizzonte compositivo prima di comporre 2 dei 3 pezzi di questo Ep (autoproduzione, 6.4/10). Si intuisce competenza e maturità già dal primo ascolto di Dance e di Follow The Dark, ma il collare che lega i primi due pezzi a Yorke & Co., per certe soluzioni armoniche e nell'approccio vocale, rischia di soffocare il bell'istinto musicale dei quattro. La vera sorpresa arriva invece con la versione demo di Again, ballata pianistica dalle reminiscenze sylviane in cui i Nostri dimostrano di aver saldo fra le mani il timone della loro arte, scivolando nel territorio di una misteriosa vague, davvero convincente.

Arrivano al secondo album  i Daisy Chains, importatori nostrani del pop anglosassone in chiave Last Shadow Puppets. Con A Story Has No Beginning Or End (Rocket Man Records, 6.1/10) i quattro ragazzi con zazzera mainstream infilano uno dietro l'altro godibili pezzi  jingle jangle, all'ombra di Stooges e Clash, con strizzatine d'occhio a Peter Murphy e citazionismo Cure. Purtroppo pur giostrandosi bene tra melodie e distorsioni la sensazione è che nell'equilibrio tra forma e sostanza la prima prevalga: alla fine il deja vu disturba un po' e la tentazione di tornare all'ascolto degli originali suona come un campanello d'allarme.

Ci aveva avvisato, l'altrimenti psicologo Fabio Masciullo, in arte Gran Fondo, d'avere il cassetto pieno di altre cosucce da farci ascoltare (un migliaio abbondante, a suo dire). Come già la precedente raccolta, questo Demo 2 (autoproduzione, 7.3/10) è uno scrigno di imprendibili, obliqui, versatili gioielli. C'è una She Read che fa dream pop screziato di turbamenti sixties in conturbante caligine shoegaze. C'è una Turn Me On Again che cinguetta sciropposa come un George Harrison narcotizzato Magnetic Fields. C'è la febbrile allure post-wave della strumentale Hurricane e una Siamo tutti stelle che manda Faust'O a braccetto con Brian Eno. Poi c'è quella The Cloud che sogna gli Stones di Beast Of Burden tra fregole Divine Comedy e incantesimi Olivia Tremor Control, ed il dado può dirsi tratto. Versatilità, ispirazione, intuizioni: un talento nascosto che meriterebbe di sbocciare.

Dei messinesi La Muga Lena apprezzammo a suo tempo (2007) l'ottimo Ciarlatani di brasiliana memoria, sintesi riuscita di un immaginario che rimescolava post-rock, psichedelia, prog, jazz, in bilico tra Seventies e anni Novanta. Il qui presente Strani pupazzi umanoidi senza faccia (autoproduzione, 7.2/10) non cambia di molto la prospettiva, riaffermando la formula e i pregi della band. Tra questi la capacità di uniformare stili diversissimi tra loro con un piglio irriverente e senza compromettere la visione d'insieme, come dimostrano il funk/post-rock disarticolato di Anonimia o l'alternanza di synth e chitarre elettriche fulminanti de La morte di Abu Mazen. E' decisamente un bel sentire, considerato anche un suono che rispetto al passato si fa più fluido e ricco di personalità.

Un post-wave-rock à la The Whitest Boy Alive immalinconito da certe sonorità a marca Notwist (si parla di assonanze, giacchè non v'è traccia d'elettronica nel suono degli Uzzolo), almeno da quanto sembra di capire dal primo brano (Cimciom) di The Loghino Sessions (autoproduzione, 6.8/10). Anche se in realtà è la matrice “post” a ripresentarsi più di frequente nei passaggi successivi, la si intenda come disciplina fedele ai progenitori Slint (Scoria, Midadafare) o imbarbarimento su certe chitarre elettriche/bassi ruvidi in stile Jesus Lizard (Gufino, Estonted). Il risultato è una musica che riesce ad evitare le secche della calligrafia con un dinamismo essenziale ma efficacie.

copertina pdf #91