Label rubriche
Pubblicazione 09 Giugno 2011

Sufjan Stevens

Teatro Comunale di Ferrara, Ferrara (24 Maggio 2011)

Per la prima italiana della sua carriera, Sufjan Stevens sceglie Ferrara Sotto le Stelle e trasforma il Teatro Comunale in un'astronave di Star Trek
Sufjan Stevens
2011

"Mi chiamo Sufiano Stefani. Sono americano e normalmente suono folk music, canti tradizionali del mio Paese. Ma questa sera vi suonerò la mia space cosmic music". Quindi, signori miei, allacciate le cinture di sicurezza, perché il sedile sul quale state seduti potrebbe trasformarsi in quello dell'Enterprise.

Comincia così la prima volta dal vivo nello Stivale di Sufjan Stevens, pochi giorni prima della replica in quel del Primavera di Barcellona. Il suo ultimo disco - The Age of Adz - ha suscitato reazioni contrastanti tra gli addetti ai lavori, ma giudicare dal tutto esaurito l'indie-popolo italico aveva una grande voglia di vederlo dal vivo. Lo spettacolo è scintillante, con una line-up notevole, composta da una rara doppia batteria, due coriste (che si dedicano anche a coreografie e danno davvero un tocco in più all'insieme), oltre a una sezione di fiati, alla canonica strumentazione rock (basso, chitarra, pianoforte e tastiere), cui si sommano moog, synth e strumenti giocattolo.

Tutto il viaggio dell'astronave-Teatro Comunale è ispirato dall'arte di Royal Robertson, artista autodidatta americano dal tratto infantile/brutista, intento per una vita a disegnare invasioni di alieni, ad autoproclamarsi profeta, a credere che l'umanità sia vittima di orribili complotti cosmici e, infine, a morire suicida. Il grande schermo alle spalle della band si tasforma così in una tela da riempire di volta in volta con riproduzioni delle opere di Royal e visual dall'effetto cartoonesco anni Settanta, mentre lo spazio sonoro si riempie delle esplorazioni del groove, della danza ("tutte le culture del mondo sono in qualche modo legate alla danza") e del ritmo. Ci si ritrova, così, proiettati in un mondo in cui convivono pulsioni post-psych, freakttonerie Animal Collective, dance dalle parti di Madonna, tribalismi filtrati Paul Simon e David Byrne, marchin' band sudiste, il pop più raffinato di Van Dyke Parks e Brian Wilson, senza tralasciare farsi mancare nemmeno il vocoder-pop à la Kanye West. Tutto shakerato e servito in modo ancor più potente che su disco.

Tra balletti 80s, palloncini lanciati sul pubblico, giochi di luce, costumi e invenzioni tra le più varie, Stevens trova anche il tempo di fare felici i white guys with beards, ovvero tutti i fan dei suoi dischi più tradizionali che sono accorsi a tributargli onori. Lo spettacolo d'arte varia, è servito al suo completo e nella sua interezza in oltre due ore durante le quali non c'è tempo per annoiarsi, perché ci siamo trovati di fronte a un performer e a un entertainer di prima classe. Ci sono più idee in una mezza vaccata come Impossible Soul (sì, quella con quel vocoder maranzo) che in molte intere carriere di sedicenti folk singer dell'ultimo decennio. Ma soprattutto Stevens sembra non avere ancora perso un elemento determinante della tradizione folk di tutto il mondo, ovvero, la curiosità aprire la propria arte al diverso, al nuovo, allo sconosciuto.

Scheda: Sufjan Stevens

copertina pdf #91
Vuoi pubblicare un annuncio in questo spazio? Scrivici!