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Pubblicazione 05 Giugno 2011

Primavera Sound 2011

Primavera Sound Festival, Estero/Altro (Dal 25 Maggio al 29 Maggio)

Massiccia quanto compatta edizione del festival con 144.000 persone e un nuovo grande palco supplementare. Anche quest'anno un PS irrinunciabile...
@Primavera Sound 2011
PiL
@Primavera Sound 2011

Mai come quest’anno il Primaverasound era atteso. Il popolo indierock lo aspettava e lo si sentiva nell’aria, nei discorsi fuori dei concerti e naturalmente sulla grande piazza di Facebook dove già da settimane era evidente che quest’anno il festival avrebbe catalizzato la più grande adunata di indierocker mai vista, almeno nella vecchia Europa.

La scorsa edizione la manifestazione si fregiava dei suoi 100.000 presenti, questa ne ha potute contare ben 144.000, un record largamente anticipato che s'è accompagnato all’aggiunta di un nuovo grande palco e un conseguente aumento della superficie percorribile del Forum alla quale sommiamo: la riapertura della prima location del festival, il Poble Espanyol, per la data di inaugurazione del mercoledì e le chiusura della domenica, una manciata di eventi minori in città, e il Primavera Pro, la prima edizione di una fiera parallela alla manifestazione dedicata agli addetti ai lavori musicali con workshop e altri stand concertistici.

Un festival enorme, più faticoso degli altri anni, ma che ha saputo ricambiare i presenti con una rosa di act tra i più compatti di sempre: i Pulp i più attesi, il vero bagno di folla con The National, ma accanto a loro, una scaletta di cosiddetti major indie davvero imbattibile. Einstürzende Neubauten, Flaming Lips, Mogwai, Grinderman, Pj Harvey, Belle And Sebastian, tutti rodati live show che si sono avvicendati alle storiche riproposizioni di vecchie glorie post-punk che sono da sempre il marchio del PS. E dunque anche quest’ultima edizione ha quadrato i suoi cerchi più grandi proprio mescolando questi due piani e addizionando ai lati non con le più recenti testimonianze del sottobosco, bensì quelle più affermate, un compromesso soddisfacente a cui non siamo certo abituati vivendo da vicino il mondo pescecane dei festival.

Diciamo che il presente ha chiamato a gran voce Tune-Yards e un Caribou rinnovato trance-dance; loro senz’altro, assieme ai Battles, gli act più freschi e caratterizzanti per una generazione di ventenni che non è figlia né del post-punk né dei rave ma ne è diciamo la diretta conseguenza, l’ultimo tassello di un paradigma di layering+amore per il ritmo che vede nei Animal Collective il paradigma più 00s (e in El Guincho le derive più automatiche e già obsolete).

E c'era naturalmente anche il quartetto del Maryland al PS, presenza oramai abituale del festival che quest'anno godeva dell'headline del sabato nientemeno. Non senza sorprese, il concerto è stato deludente, almeno nella prima metà e soprattutto vista la collocazione del concerto: i ragazzi eseguono perlopiù tracce nuove che guardano a un passato epoca Feels (e infatti i quattro suonano Did You See The Words) per altrettanti episodi ancora involuti anche solo per comprenderne una via nel prossimo album. Sempre a proposito di delusioni, troviamo prevedibilmente un James Blake la cui formula è già di per sé poco adatta al pubblico confusionario di un festival, e peggio ancora se il set è fissato per le 18 quando è ancora giorno. E peccato pure per i Gang Gang Dance, uno degli act chiave del Primavera di qualche anno fa e uno dei tanti concerti mediani di quest’ultimo per via di alcune scelte stilistiche derivanti direttamente dal loro ultimo deludente album, Eye Contact.

Ma veniamo ai nostri amati vecchi: premio “crisi di mezza età” per Nick Cave/Grinderman e Mike Gira/Swans, entrambi fin troppo esaltati, muscolosi e iperproteici. Il pubblico apprezza e si genuflette ma è evidente che questa è musica fatta più per dimostrare qualcosa a loro che non a noi. Al contrario, concerto numero uno per il sottoscritto, i Pere Ubu. Hanno eseguito per intero The Modern Dance con tanto di note surreali (il suffisso annotated significava proprio quello) sul making delle mitologiche canzoni in scaletta, tutte eseguite in versioni aggiornate e con la presenza di un David Thomas visibilmente dimagrito ma armato di fiaschetta e dialettica inarrivabili.

Rivivere un capitolo fondamentale della storia del rock è una delle missioni del PS, un festival al quale bisognerebbe sempre privilegiare performance che difficilmente capiterà di rivedere. E’ il caso di Glenn Branca direttore d'orchestra rock davanti a cinque chitarristi e un batterista che esegue, tra le altre cose, Lesson N°3 (dedicandola a Steve Reich), degli Half Japanese, di un Dean Waereham che esegue il songbook pop-psych dei Galaxy 500, ma anche di reunion più ricorsive come quelle dei Suicide e dei PiL, con i primi da omaggiare anche soltanto per via dell’età e set incompromissorio (sopra i settanta entrambi, delle tracce del disco omonimo rimanevano soltanto gli incipit), e i secondi immancabili anche solo per l’esecuzione di alcuni brani di Second Edition con un John Lydon in piena forma a rappresentare una di quelle esperienze irrinunciabili, e non solo per il quasi quarantenne cresciuto a pane e post-punk.

Altro capitolo, e altro pezzo di storia, gli Einstürzende Neubauten dell’altro carismatico personaggio degli Eighties industriali presenti, Mr. Blixa Bargeld. La sua band non fa revival (come fanno non solo i vecchi ma anche tante giovani band presenti come Emeralds, Warpaint, Yuck, Darkstar, Moon Duo, Blank Dogs e mettiamoci pure i braviDeerhunter), finora i tedeschi sono stati capaci di un percorso artistico autorevole che dal vivo ha trovato un contesto ideale fatto del blues meditabondo delle ultime prove (traccia simbolo Sabrina) con alcune riletture industriali direttamente in contatto con il passato (Let’s Do It Dada è sempre uno spettacolo dal vivo). E’ lo stesso discorso che vale per altri pilastri 80s di questa edizione, i Flaming Lips, altro concerto che se non stupisce più coloro che li hanno visti da Soft Bulletin in poi (la palla in mezzo alla gente, la festa delle comparse sul palco, i coriandoli e le stelle filanti, le manone giganti, lo strobo, ecc.), regala a tutti, grandi e piccini, un momento di grande naiveté collettiva. Sempre esilaranti Wayne Coyne e co. nel creare siparietti comici tra una canzone e l’altra e sempre devastanti anche quando eseguono le loro cose più cheese (Do You Realize?).

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Flaming Lips
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Meno imperdibili – ma necessari - Echo & the Bunnymen al Poble, con Culloch e Sergeant sempre in forma (ma anche già rodati da parecchi anni di “reunion tour”). Doveroso invece il John Cale cantautore sinfonico del rifacimento di Paris 1919. Più di dieci elementi sul palco tra archi, fiati oltre alla classica formazione rock e grande carisma per l’ex-Velvet che non manca d’eseguire anche brani dall’ultimo album a fine scaletta. Per la serie nuovi classici, invece, non possiamo non citare i Fleet Foxes in un'ora di "Woodstock concert" con splendide armonizzazioni vocali e un'atmosfera da Crosby Stills & Nash di grande impatto.

E per chi è potuto entrare all'auditorium, immancabile pure lo show di Sufjan Stevens, una sorta di caleidoscopio post moderno, un Lost sonoro ricco di tutte le metafore dell'esistenza umana. Un'americanata tutto sommato riuscita, anche nel coraggio dei propri difetti: una prog pop opera coloratissima tra momenti di grande festa (trainati dalle due ballerine presenti sul palco e dai buffi travestimenti della band) e sipari intimisti con protagonista la bella voce del sufjano.

Menzione in coda per le spassose esibizioni dei due act queer per eccellenza del festival: Of Montreal e Ariel Pink, per quelli cantautoralmente più importanti ovvero, Pj Harvey assieme a Phosphorescent (peccato per la sovrapposizione della prima con gli unici meritevoli italiani presenti, A Classic Education), e per una reunion 90s ingustamente passata sottocoperta come quella dei Seefeel (un bel set di shoegaze-dub-tronica il loro). In coda: coinvolgenti i witch houser Salem, oramai un classico M. Ward, bella rivelazione per i Cults (vedete anche il nostro Turn On).

L'appuntamento è per il prossimo anno, magari con un biglietto comprato già a settembre, come fanno gli inglesi da anni con Glastonbury (e sperando in una tessera d'ingresso/carta di credito funzionante invece del disastro di quest'anno).

copertina pdf #91
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