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Pubblicazione 03 Giugno 2011

Black Heart Procession

Teatro Perla, Bologna (25 Maggio 2011)

Dal vivo, i Black Heart Porcession sono magnificenza nell’insieme sposata alla ridondanza del particolare, ora in veste acustica, sempre rivolti al passato.
@Teatro Perla, Bologna, 25 maggio 2011
Black Heart Procession
2011
@Teatro Perla, Bologna, 25 maggio 2011

Gradito ritorno, l’ennesimo in Italia del gruppo più autistico che ci sia: i Black Heart Procession, in veste acustica, smembrata e lucida. Il repertorio? una sorta di best of, una sola data in Italia, al Teatro Perla di Bologna. Andiamo con ordine. L’entrata di Jenskin e Nathaniel è come al solito travolgente nella loro riservatezza, né un sorriso né una parola. L’austerità del luogo eleva ancor di più l’iniziale A cry for love nella sua ricerca dell’essenza nella staticità più assoluta, Pall Jenksin diviene una Nina Simone delle periferie, nelle sue movenze invisibili eppure impacciate si aggira lo spettro di Antony, una sorta di soulgaze maldestro e scarnificato – alle volte sussurrato nel silenzio, rassegnato quando il vuoto del teatro si riempie. L’autoreferenzialità (rispetto all’intera produzione della band di San Diego) di Drugs non travolge neppure nelle penombre incavate dal vivo, risultando ridondante e inespressiva.

Blue Tears è un’invenzione, laddove la spensieratezza lascia spazio alla cupa interpretazione pianistica di uno stralunato Tobias Nathaniel, Jenskin gigioneggia nella sua dorata oasi della lentezza. La luce blu restituisce una parvenza di vita sul palco. Si sfiora il karaoke, Jenskin rimedia allietandoci fuori tempo. Outside the Glass lancia sullo spazio indefinito, a pochi passi dall’inafferabilità della musica. Even Thieves Couldn’t Lie diventa carezza lieve e melodica così ossuta nella sua ricercata veste acustica. The Old Kind of Summer, perla antica del loro primo e così umorale album, viene strimpellata come fosse nebbia, dunque si ridisegna come danza macabra e sbronza, la voce ci strascica lontano. Una piacevole riscoperta, nuova luce.

The Letter è svuotata, rimane solo il midollo dal sapore dolce e la melodia avvolgente della loro canzone più struggente. Mancano gli inni assoluti dalla scaletta dei sogni: il trotterellare di Tropic of Love, la prolissità intensa di A Light So Dim e la post depressione di When you finish me. Pezzi che vanno citati perché avrebbero regalato soluzioni diverse alla cornice acustica del live. Ma. Ma The Waiter No.2, così scarnificata, si eleva a ninna nanna nera, nerissima, è la definizione dello spazio, inetta sintesi della dimensione acustica della serata. La definitività blues di The Church is red richiede lampi lancinanti a chi ascolta, lo sguardo di Jenksin immobilizzato a lato sintetizza il tutto: un quadro drammaticamente perfetto di Hopper, con schegge di paura vere. Guess I’ll Forget You è un addio speranzoso, i bicchieri brindano, i musicisti sorridono, si trattengono le lacrime. Sintesi di contraddizione pura. Il piede di Tobias Nathaniel rimbomba ovunque: la messa è finita. Oggi, i Black Heart Porcession sono magnificenza nell’insieme sposata alla ridondanza del particolare. Una sorta di predica al vento.

copertina pdf #91
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