Delle tre eroine dark prese in esame nell'introduzione di questo speciale, la milanese Francesca Lago è quella più classicamente identificabile come una cantautrice. Visionaria e insieme essenziale, notturna e umorale ovviamente, ma pur sempre una cantautrice. Armata soltanto della propria Gibson nera e di una voce intensa e profonda, diretta emanazione di una sensibilità romanticamente gloomy che la rende più affine a PJ Harvey e Suzanne Vega che a Siouxie o Zola Jesus, a dirla tutta.
A brillare nell’universo di riferimento della Lago è, però, più di una stella. Tante quante sono le vite musicali della chitarrista, la cui attività è cominciata in tenerissima età: Ho iniziato a suonare il pianoforte da bambina, la chitarra a 14 anni e con i primi accordi ho scritto la mia prima canzone So. Da lì non ho mai smesso. È però più avanti che il nome di Francesca comincia a circolare (Ho avuto diverse collaborazioni, cantato e scritto qua e là, fino al gruppo garage punk dei The Wrongside che era meraviglioso ma durato poco), in un ambito più ampio. Esattamente nel 1997, quando per Edel esce il primo lavoro solista, Mosca Bianca. Un piccolo caso di songwriting dal taglio elettronico e dall’animo libero che metteva in evidenza la voce profonda ed emotiva della Lago e a cui partecipavano nomi illustri: dalla produzione di Morgan, Roberto Vernetti e Casino Royale alla chitarra di Marc Ribot e al contributo alla traduzione dei testi dall’inglese all’italiano Eugenio Finardi, Carmen Consoli ed Edda dei Ritmo Tribale.
L’inizio di una brillante carriera? Nemmeno per idea. Infatti a seguire un debutto con tante e tali aspettative, è un silenzio decennale, sulle cui ragioni Francesca sembra glissare elegantemente. Lo iato decennale è poi rotto dalla svolta pienamente cantautorale avvenuta nel 2009, con The Unicorn (On the Camper Records), disco breve e intenso che torna all’inglese e ad una dimensione intimista e onirica. Le intuizioni del mini arrivano a piena maturazione con Siberian Dream Map, l’album che raccoglie le canzoni scritte negli ultimi due anni e che mostra una musica lirica e asciutta, sofferta e struggente, potente e visionaria. Cantata da una musa malinconica, tanto solenne quanto, lo vedrete nell’intervista seguente, schiva e riservata nel mostrarsi. Una artista che, come è giusto che sia, predilige lasciare spazio alla propria creatura sonora, che la configura come l’ennesima stella notturna pronta a brillare.
Si, non avevo niente da dire.
Seguo una naturale evoluzione, sono fortunata, faccio quello che mi sento.
Ho appena ri-lasciato la terra ferma, non lo so. Fino alla registrazione di questo disco, mi sono sempre preoccupata dello “scheletro” delle canzoni, cioè volevo provare a me stessa se fossi stata o meno capace di scrivere canzoni belle, termine stupido ma intendo con un senso chiaro, non piene di cose casuali o finto strano. Ora non so che livello abbia raggiunto, ma sono contenta di Siberian Dream Map, e ora la nuova sfida con me stessa sarà recuperare parte della mia vena sperimentale. Mi sono astenuta fin qui perché volevo affrontare una difficoltà alla volta. in giro dietro all’idea di “sperimentale” si nascondono infiniti progetti mortalmente banali e noiosi. Non vorrei aggiungerne un altro! Mi sarebbe piaciuto incontrare qualcuno con cui collaborare che abbia fatto di questa ricerca la sua poetica, ma il fortunato incontro non è ancora avvenuto!
Vedi, lo sai dire molto meglio di me. Aggiungi la distanza.
Per me scrivere canzoni significa ri-creare dei mondi che abito quando sono da sola, quando suono e quando canto. Non riesco veramente a descriverli, ma solo ad evocarli. Per cui dovrò continuare e continuare.
Parto da un idea molto forte e chiara che mi arriva da non so dove e poi lavoro incessantemente finché non mi è tutto chiaro.
Non ho mai ascoltato musica di un ‘genere’. Ma di certo la musica con troppi accordi maggiori di fila non fa per me! Ascolto Björk, Bach, Billie Holiday, Nine Inch Nails, Depeche Mode, Palestrina, Placebo ad esempio in questo periodo.
Sono una persona malinconica, suppongo.
Sono ferma alla domanda.
Non esattamente, io non sono andata lassù per conquistare o semplicemente prendere qualcosa da portare indietro, sono andata lassù e basta. E sono tornata qui perché sono un essere umano e sono fatta per respirare. Esattamente come quando vado sotto sotto nel mare in apnea, poi guardo lo specchio di acqua lassù e devo prendere la via del ritorno verso l’aria… in qualche modo devo scegliere. E’ come accettare i limiti della propria condizione umana.
Anziché una musicista o una poetessa? Allora forse sì.
I poeti sono delle altre cose. i miei testi sono fatti su quelle melodie, non vivono da soli, credo.
Scheda: Francesca Lago
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