I Cosiddetti Contemporanei
Pubblicazione 05 Giugno 2011

Nico Greco, Army, Chocolate Orange Pillow, Kipple, Montezuma, Calomito, Pure Songs, Simple Jacks

Re-boot #16

Nu wave, math rock, alt folk, brit pop, post-punk, jazzitudine... Di tutto un po' nel nostro consueto excursus mensile nel ribollire basale italico.
Pure Songs
2011

Frutto della collaborazione tra Armando Fusco e Dagon Lorai, i partenopei Army puntano con I gusti grigi della solitudine (autoprodotto, 6.0/10) all'aggiornamento in formato elettronico degli stilemi new wave di metà anni '80. Composto con evidenti speranze radiofoniche, questo prodotto scopre già dal primo ascolto le sue carte: armonie minori che non escono dal seminato e melodie di presa sicura, inserite in un quadro di correttezza formale che lascia poco spazio a rischio ed originalità. Buoni gli arrangiamenti, testi ben scritti, voce calda e curata: il tutto però si inserisce senza infamia nè gloria nel mare magnum di tastiere e batterie elettroniche che dai Visage porta ai Pet Shop Boys passando per gli Human League. La sensazione alla fine è agrodolce: canzoni fruibili e gusto retrò per un EP nato in provetta.

L'approccio acoustic math-rock dei catanesi Chocolate Orange Pillow non impedisce a questo EP (autoprodotto, 6.5/10) di offrire anche all'ascoltatore sospettoso verso tempi e armonie spigolose un quarto d'ora di generoso divertimento. Nessuna presunzione in questo prog senza cerimonia: l'approccio compositivo è sì rigoroso, ma vitale ed esuberante. Meno oscuri di Battles e Don Caballero, i Nostri affrontano con scanzonata intelligenza il genere, condendo di country, hard rock e ammiccamenti funky la giostra sexy shop della copertina e dei titoli.

I bolognesi Kipple sono devoti a Philip K. Dick e alla caligine stordente che esala da tanto rock onirico, da Cocteau Twins a My Bloody Valentine fino alle brume apocalittiche dei GY!BE e agli incantesimi amniotici dei Sigur Ros. Queste le frequenze tra cui i tre modulano la sintonia per plasmare i contorni ectoplasmatici delle otto tracce che compongono The Magical Tree And The Land Of Plenty (I Dischi del Minollo, 6.5/10). Non era facile portare a termine la missione restando nei ranghi della credibilità, e infatti il senso di artefatto prevale spesso sul pur buon quid emotivo, finendo per segregare il tutto in una dimensione fumettistica. Comunque intrigante.

Ruvidi eppure distesi, con tonnellate di noise sugli strumenti: i Montezuma vengono allo scoperto con il primo album ufficiale, Di nuovo lontano (I Dischi Dell’Apocalisse/Dicks And Decks, 6.8/10). Si tratta di un crogiolo di post-rock, punk, grunge, metal, interamente strumentale, massiccio e lineare, suburbano quanto basta, da far pensare ai buoni Explosion in The Sky. Gli scenari sono quelli rubati all’inorganico, ad un’apocalisse mancata, che è molto più dura e selvaggia di quanto temevano i nostri predecessori. Lo spirito desert dei Kyuss si tinge d’oriente e infetta queste sette lunghissime tracce. Un buon lavoro.

Secondo avvistamento per i Calomito, altra band strumentale, che si fa notare per il bel Cane di Schiena (AltrOck/Megaplomb, 6.9/10). Questa volta siamo dalle parti di un avant-prog che sorprende per essere così stridulo e dissonante, alle porte dell’anti melodico, ma convince per coesione e varietà di suoni. Trombone, sax, violini e chitarre sembrano messi casualmente in questo mercato di spezie del mondo, eppure generano suggestioni e richiami nu jazz, rifiniture etniche, slave e gitane, il tutto in una cornice lievemente post rock. Un groviglio di suoni e colori davvero interessante.

Giunto con Blue Like Santa Cruz (Red Birds, 6.4/10) al secondo disco – il primo è The Parade Of The Paper Soldier del 2008 – Nico Greco mette in mostra un'indole melodica di scuola americana piuttosto tradizionale, unendo Dire Straits (No Borders) e Neil Young (Red River) a un cantautorato che sa di country (Sing With Me), si ammala di blues (My Will To Live) e cita anche il Mark Lanegan più alcolista (She). Chitarre morbide, batterie wilkiane, sussurri à la Hugo Race: uno Springsteen con residenza in Molise e senza il macigno Woody Guthrie sul groppone. Lo stesso tatto e un po' più di coraggio potrebbero fare del nostro un autore da tenere sotto stretta osservazione.

Con una Orphan che traspone in acustico i Radiohead di Pablo Honey e una Not A Simple Girl che si riallaccia al New Acustic Movement dei primi I'm Kloot, Pure Songs – al secolo Mariano Festa - esordisce con un dischetto davvero interessante. Nulla che vada oltre una scrittura sensibile e ben fatta, è vero, ma il materiale contenuto nell'omonimo esordio del musicista avellinese (autoproduzione, 6.9) è di quelli nudi e intensi. Voce e chitarra acustica, tra un arpeggio, qualche accenno a una psichedelia sui generis (So Long So Hard) e melodie in punta di plettro à la Mr. Milk. Anche se nel caso di Pure Songs il santo protettore Nick Drake è solo una presenza sullo sfondo (Memories).

Dalla scena underground romana provengono i cinque Simple Jacks, con all’attivo già diverse esperienze e di recente formazione: trattasi di indie rock ’90 con un miscuglio di influenze, che vanno dai Pavement ai Wilco e ai Foo Fighters, dai Grandaddy a Elliott Smith, con alle spalle l’amore per Who e Beatles e la passione dissacrante per l’estetica degli anni ’70 italiani, si veda Franco Nero sui b-movie italiani. L’EP di esordio, Film (autoproduzione, 6.8/10) presenta 6 pezzi, con un cantato in italiano abbastanza torrenziale e non sempre metricamente a fuoco, cosa che li distingue, nel bene e nel male, insieme a una ricerca per la melodia. In attesa di ulteriori sviluppi, abbastanza interessanti.

copertina pdf #91