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Pubblicazione 25 Giugno 2011

Thurston Moore, J Mascis

Thurston e J.: winners' blues

Dall'elettrico all'acustico, l'indie-rock riscopre il cantautorato.
At the Brooklyn Book Festival, NY
Thurston Moore
At the Brooklyn Book Festival, NY

Sembra una regola di quelle che, come i corsi e ricorsi stilistici, servono a dare un po’ di spina dorsale al corpo della musica rock. A conferire sicurezza a una forma d’arte che dovrebbe essere sempre figlia del rischio e della voglia di osare. La quale inizia da un “fare come qualcun’altro” che - se possiedi talento e visione - si trasforma presto in un “fare alla tua maniera”. E’ quando diventi un classico, dopo che esaurisci la spinta, ti guardi indietro. Succede comunque e sempre, indipendentemente da che tu sia un acclamato poeta, una leggenda hardcore punk, un incallito rumorista. Presto o tardi, tornato dall’oltre, se sei sopravvissuto, è ora di riscoprire le radici. Di misurarti con una dimensione nella quale non puoi bluffare, ovvero con le canzoni: lì non c’è un paravento di distorsioni e proclami dietro cui nascondersi e propinare fuffa intellettualoide. Al massimo, resta qualche enigma da condividere assieme al pubblico. Ci sono altri argomenti per un’età diversa, c’è una deviazione che ci si prende per vedere l’effetto che fa, a te e a chi ti segue, a chi ha cervello e sapienza per seguirti. Insomma, perché a un certo punto J. Mascis depone l’elettrica e il feedback dei suoi Dinosaur Jr. e presta voce strascicata e scrittura d’ascendenza younghiana a sé stesso? E perché Thurston Moore lo imita sedendosi a un incrocio tra Nick Drake  e il Beck raccolto di Sea Change?

Ci piace accarezzare l’idea che, come altri prima di loro, desiderino raccontarsi con un linguaggio diverso, sperimentare a chi li vorrebbe sempre uguali con una dimensione lasciata in un angolo per un’occasione speciale, come certe bottiglie di vino pregiate. E’ dunque un senso di maturità quello che esce da Several Shapes Of Why e Demolished Thoughts, dove leggi -  per sottintesi, ma nemmeno troppo - l’abilità di sfuggire clichè che hanno portato fama e denari, formule dalla quale si sente il bisogno di evadere, ogni tanto. Si diventa simboli e monumenti così, ed è splendido; al momento stesso, però, si finisce per ingessarsi, e non esiste peggior male per un artista che rimanere intrappolato nella propria immagine, nel girare in cerchio  anche quando gli pare di andare dritto. Magari tenendosi stretto delle certezze mentre compie il “grande passo”, così che Moore non decolla dalla tesa Winner’s Blues collocata quasi un ventennio fa ad aprire Experimental Jet Set, Trash And No Star ma propone stridente folk inacidato, di un bucolico che ricorda di essersi inurbato in un passato così lontano che pare un sogno. Così il buon J., il quale confessa di annoiarsi se non trova qualcosa da fare (alla faccia di chi lo ha sempre considerato uno slacker) e modera la penna compositiva fino a convincere senza la buccia rumorosa cui eravamo abituati.

Lo stesso dicasi per il suo ex compare Lou Barlow, che dal lo-fi è passato a “essere cantautore” assecondando poco a poco un gusto per la compiutezza formale che è mancato ad altri della sua generazione (si vedano le carriere soliste dei vari membri dei Pavement…) e per il succitato Beck: Sea Change era un’opera adulta in modo sofferente e, guarda caso, non ha avuto seguito in termini stilistici pur restando la sua ultima davvero imperdibile. In cui ha provato con successo a diventare "grande" e dalla quale, forse spaventato alla prospettiva, è fuggito per ricreare il bric-a-brac postmoderno degli esordi ma lontano dalla medesima freschezza. Dimostrazione al contrario che il gesto era valido ed ecco perché qualche speranza in un ripensamento l’abbiamo. Anche in virtù del fatto che è lui a coprodurre Demolished Thoughts e chissà. Significativo, nondimeno, che uno dei “sound-makers” chitarristici più apprezzati e acuti di sempre si conceda una pausa all’insegna del puro “songwriting”; tanto quanto l’evidenza che le due prospettive, unendosi, diano vita a un ottimo album. Andatelo a dire ai giovanotti che fanno dischi giusto per avere una scusa di andare in tour. Sì: una cosa che non manca dagli esempi sin qui citati è appunto la necessità. Nozione che qualcuno riterrà gratuita, eccessivamente sfuggente, datata (??), ma che oggi è quasi sparita. Un po’ come l’identità artistica, che i nomi qui trattati costruiscono da forme antiche e ciò nondimeno solide: imitati da Greg Graffin dei Bad Religion un lustro fa, all’altezza del vibrante country di Cold As The Clay; dai Royal Trux che smontavano Crazy Horse e Rolling Stones dopo Twin Infinitives; dai Grateful Dead che affogavano nel suono roots i trip chitarristici e le smanie d’avvenire.

Tenendo però ben presente quanto fatto fin lì, consci di come a un certo punto si deve tornare indietro sulla scorta delle visioni che ci hanno sospinto. Allo stesso modo di un Bob Dylan, che della rivisitazione del passato non ha mai fatto mistero e, lungo gli anni ’90, ha levato la polvere dalle pagine che lo hanno formato mentre altri smembravano il folk per ricomporlo - una ennesima volta - in qualcosa di diverso. Attuali lui che della tradizione si fa carico ed è fonte di esempio - e da giovane ribelle saggio si comportò nello stesso modo con Odetta o Woody Guthrie… - e The Books o Tunng, plasmatori di un nuovo retaggio nell’attualità. Da qualche luogo tocca partire. Per un domani da inventare, c’è uno ieri cui fare riferimento, nei secoli dei secoli. Anche se è rock, rimane folk music: musica della gente e per la gente.

copertina pdf #91