Drop Out
Pubblicazione 20 Luglio 2011

New italo jazz school

I nuovi protagonisti del jazz italiano a cavallo tra rock, jazz, elettronica, tradizione e futuro.
Luca Aquino
Lorenzo Palmieri 2011

Un fantasma si aggira nella Penisola. Un ectoplasma vivo e vegeto, malgrado quello che spesso si è sentito (e si sente) dire in giro. Ci riferiamo al jazz, con particolare riferimento ad una sua peculiare declinazione: quella proposta da una generazione di musicisti giovani e diversamente disposti nei confronti d'una tradizione che nei loro piani non smette di ripensarsi, di proporre prospettive diverse, nuove e in qualche modo avanguardistiche. Analogamente a quanto accade per il pop-rock, la situazione jazzistica italiana vive in una dimensione eternamente periferica ma ostinatamente attiva, dalla quale sono emerse nel tempo figure apprezzate anche oltreoceano. Calibri come Gianni Basso, Enrico Rava ed Enrico Pieranunzi hanno lavorato - a partire dai Sessanta - ad altissimo livello (Steve Lacy, Paul Motian, Lee Konitz, Chet Baker, Miles Davis tanto per fare qualche nome) disimpegnandosi tra standard, sperimentazione e viaggi in tutto il mondo.

Nello stesso solco e con rilevante fortuna si sono mossi in tempi successivi tra gli altri Roberto Gatto, Paolo Fresu, Massimo Urbani, Danilo Rea e Stefano Bollani, abbozzando una sorta di genìa cui si aggiungono periodicamente nuovi “mostri sacri”. Accanto a questo plotone di artisti versatili, acuti e raffinati, ormai sdoganati su etichette culto (ECM, Impulse, etc.), si va consolidando da anni una tradizione virtuosistica che poco concede alla ricerca, ma impressiona per dinamismo e inventiva. Non mancano anche in questo caso gli apprezzamenti oltre confine per i "super trumpeter" come Marco Tamburini o Fabrizio Bosso, o per saxofonisti come Francesco Cafiso e Daniele Scannapieco. D'altro canto, come ben sanno i lettori di SA, agisce senza sosta sul nostro territorio una scena senz'altro più defilata - da un punto di vista mediatico - identificabile non senza approssimazione come impro, le cui premesse free le consentono scorribande trasversali che hanno spesso creato interessanti ibridi specialmente in ambito post-rock (vedi il catalogo di Improvvisatore Involontario, Wallace o Setola di Maiale, solo per citare qualche label), uno scenario che su queste pagine abbiamo peraltro già affrontato. Non abbiamo però ancora messo a fuoco il nostro fantasma.

Compenetrazioni (incompatibili)

Esiste infatti un altro versante, naturalmente imparentato con gli altri eppure capace di distinguersi per la particolare attitudine, per la tensione verso sonorità contemporanee, globali e futuribili con parecchie aree di intersezione in analoghe situazioni di ambito 'rock': suoni elettrici ed elettronici, distorsioni e manipolazioni all'interno di una visione caleidoscopica, trame che continuano fieramente a definirsi jazz ma che risaltano per connessioni borderline. Non stupisce affatto quindi che i meccanismi promozionali indirizzino all'attenzione di webzine come la nostra dischi e personaggi di questo tipo. Sono ascolti in grado di inserirsi senza difficoltà nelle playlist dell'appassionato "indie-rock", tuttavia l'incontro di questi due mondi continua ad essere per certi versi incompatibile. Sembrano quasi coesistere e compenetrarsi all'insaputa l'uno dell'altro. Senza né vedersi né ascoltarsi. Senza sentirsi, o quasi.

E' un fenomeno che riguarda con diverse modalità sia i musicisti che gli ascoltatori, cui può capitare d'incontrarsi nella zona franca del passato glorioso, quasi a circoscrivere un comune terreno di coltura: se i rockofili non disdegnano i Davis, i Coltrane, i Coleman, i Weather Report, i Monk o i Mingus, molti appassionati jazz si concedono scappatelle Jimi Hendrix, Lou Reed, Genesis, Ry Cooder, Grateful Dead, Brian Wilson o Van Morrison. Nomi che del resto fanno riferimento a un'epoca che vide collidere obiettivi, modi, forme e formazioni rock e jazz. Oggi i Settanta della (rimpianta e vituperata) fusion sono solo un ricordo, le sonorità di quel tempo sono state canonizzate e probabilmente l'ascoltatore di rock occasionale non le frequenta più come un tempo, data la mole di novità e di tendenze che si susseguono a velocità ultrasonica e forse anche grazie a campagne di marketing che del passato propongono esclusivamente raccolte, cofanetti e memorabilia per matusa.

Gli illuminati che hanno l'onere (e probabilmente anche il piacere) di ripensare criticamente il passato, oggi più che mai sono proprio gli artisti. In questo caso, giovani che hanno ereditato la lezione dai grandi maestri citati all'inizio. Che tentano di portare avanti il testimone, tenuta in debita considerazione la diversità degli ambiti - tra implosione italica ed esplosione globale - e una mai doma pulsione "progressiva". Nell'impossibilità di sentire tutte le voci, abbiamo selezionato un piccolo gruppo di giovani, tra di loro amici, colleghi di palco e di studio, pensatori di suoni e innovatori. Tentiamo quindi con questo nostro articolo, una prima e inevitabilmente parziale esplorazione delle connessioni tra le due estetiche (rock e jazz), sviluppando una riflessione direttamente dalla viva voce dei protagonisti di questo momento musicale 100% made in Italy. I nomi sui cui abbiamo puntato per la ricognizione sono Gianluca Petrella, Giovanni Guidi, Kekko Fornarelli, Luca Aquino e - unico gruppo - i M.O.F. 5tet.

Reciproche ghettizzazioni

Uno dei primi interrogativi che ci siamo posti riguarda il punto di vista: perché quello che può sembrare evidente a noi "osservatori" - spettatori tutt'altro che disinteressati, la sensibilità distorta dalla malattia rock - potrebbe invece non risultare a chi la musica la fa, la vive e (possibilmente) ne vive. Tanto per sondare il terreno, quantificare la distanza e verificare un eventuale processo di avvicinamento, abbiamo chiesto chiarimenti sulla percezione di questa compenetrazione e assieme di questa distanza tra jazz e rock. "Esiste una reciproca ghettizzazione, di sicuro dal punto di vista commerciale", esordisce Luca Aquino. Nato a Benevento nel '74, è un trombettista autodidatta all'esordio nel 2008 con Sopra le nuvole, cui sono seguiti altri lavori tra cui l'ottimo Lunaria (che gli ha guadagnato il prestigioso premio di Musica Jazz come "miglior talento italiano"), fino all'ultimo, splendido Chiaro. "Dal punto di vista musicale però non esistono barriere. I suoni che sto adoperando, pur facendo jazz, rimandano al rock. Infatti mi accorgo che il mio pubblico si sta allargando, e di questo sono contento. Penso insomma che la musica sia una. Logico ci sono dei limiti che i musicisti rock dovranno scontare quando suoneranno coi musicisti jazz, e viceversa."

Kekko Fornarelli
2011

Non la pensa diversamente Kekko Fornarelli: "fino a qualche tempo fa vivevo questa divisione ad ambienti stagni come fosse la normalità. Ma da un po' di tempo tento di volgere il mio sguardo verso un orizzonte più vasto." Con tre album in repertorio, Fornarelli è un pianista barese classe '78. Di formazione classica, a 18 anni fu colto da improvviso amore per il jazz, passione poi coltivata in Francia dove ha collaborato con pesi massimi quali Manhu Roche, Benjamin Henocqe e i "nostri" Flavio Boltro e Rosario Giuliani. Senza mai perdere il gusto di esplorare, di smarcarsi, deviando quindi in zona Esbjorn Svensson Trio nel recentissimo Rooms Of Mirror. "Moralmente giustificabile o no, questa separazione è una realtà. Ritengo però che la fonte del problema sia una questione di educazione alla musica (in senso letterale) del pubblico, dei musicisti stessi, degli addetti ai lavori tutti. Bisognerebbe imparare ad ascoltare tutta, la musica."

Concetto espresso più bruscamente anche dai M.O.F. 5tet: "la ghettizzazione è figlia dell’ignoranza, e, in questo senso, più si esplorano e conoscono mondi musicali, più si è liberi di pensare con la propria testa." Sono cinque ragazzi freschi di conservatorio che si sono imposti il nome di un parcheggio gratuito nel centro di Ferrara (il Mercato Orto Frutticolo), all'esordio lo scorso anno con un Embarassing Days nel quale stemperavano tradizione e contaminazione con impudente competenza, permettendosi di annoverare in scaletta la cover di No One Knows dei Queen Of The Stone Age. "Cerchiamo di far confluire nella nostra musica tutte le influenze dei nostri ascolti che, naturalmente, come tutte le persone appassionate di musica, non dipendono certo dalle etichette di genere. Queste piuttosto rispondono a logiche di mercato, che decidono che cosa è jazz e che cosa è rock, perché in questo modo si possono creare dei prodotti riconoscibili e, di conseguenza, vendibili."

Non è altrettanto ecumenico l'approccio di Gianluca Petrella, trombonista-monstre apprezzato anche oltreoceano (quelli di Down Beat - rivista statunitense considerata tra le bibbie del jazz - lo hanno eletto per due anni consecutivi quale miglior artista internazionale emergente). "Io non sono un grande cultore di rock", ci tiene a precisare. "Quello che riesco a scorgere è che accendendo la radio, o seguendo altri canali mediatici che propongono musica, il rock vive un’altra situazione rispetto al jazz." Trentaseienne, barese, un palmares di collaborazioni ad altissimo livello tra cui Greg Osby, Pat Metheny ed il "solito" Rava, dal debutto X-Ray del 2001 ha pubblicato due dischi per la prestigiosa Blue Note (Indigo 4 e Kaleido) e l'altrettanto ottimo Coming Tomorrow per la stessa etichetta (la Spacebone) che griffa il recentissimo Slaves. "Il jazz è musica che sta da tutt’altra parte rispetto al resto. E’ musica un pochino più... Pensata. Di jazz ci sono tanti filoni, c’è il jazz commerciabile quale potrebbero essere che ne so i CD che troviamo in autogrill per esempio, quelli dei grandi maestri da Louis Armstrong a Miles Davis e qualche altro. Quello è il lato più commerciale del jazz. Ci sono tante cose più di nicchia, più underground, che è difficile proporre alla massa, cosa che dal mio punto di vista non succede con il rock. Io farei un po’ di distinzione, non li metterei sullo stesso piano."

Le obiezioni verrebbero spontanee, visto che noi sappiamo bene quanto rock "underground" covi nell'ombra all'insaputa del grande pubblico. Per il momento però assumiamo come significativa questa mancanza di percezione delle propaggini rock alternative e proseguiamo.

Fusioni transitorie

Più conciliante è la posizione di Giovanni Guidi, uno che con Petrella ha suonato e suona (il trombonista figura tra i credit del suo recente quinto opus We Don t Live Here Anymore). "Questa ghettizzazione esiste e non esiste, nel senso che per noi musicisti non esiste." Pianista classe '85, Guidi si è formato alla corte di Enrico Rava che lo notò durante i seminari di Siena Jazz. L'esordio come leader risale al '96 con Tomorrow Never Knows, che annoverava accanto a brani originali e standard jazz versioni intensissime di pezzi firmati Brian Eno, Lennon/McCartney e Radiohead. "Il mercato funziona in questo modo, per cui tutte le cose sono settorializzate, anche all’interno di questi due generi enormi. Sotto ci sono tante piccole classificazioni che poi in realtà non significano niente, se consideriamo la musica come un linguaggio universale."

Quella tra jazz e rock contemporanei si profila quindi come una liaison plausibile ma tutt'altro che scontata. "Non credo che ci sarà mai una 'fusion definitiva', per quanto certi scenari potrebbero lasciarlo credere". Fornarelli non crede alle contaminazioni proposte dall'onda lunga del post-rock (dai Tortoise ai The Ex) o alle ibridazioni electro tipo Moritz Von Oswald Trio o Francesco Tristano Schlimé. "Continuerà ad esserci una separazione nei due percorsi, magari con qualche eccezione eversiva", ribadisce, "ma le due strade non si uniranno mai." Meno drastico, ma altrettanto cauto è Aquino: "Nel jazz è predominante l'improvvisazione. Anche nel rock ci sono musicisti che fanno così, ma a dire il vero non vale per la maggior parte dei musicisti indie-rock, coi quale proverei difficoltà a suonare perché secondo me in fin dei conti fanno musica... Pop. E' vero però che ci sono grandi musicisti indie rock, con una solida preparazione musicale. Questa è la condizione essenziale perché ci si possa incontrare".

M.O.F. 5tet
2010

Diametralmente opposta la posizione di Petrella: "secondo me sono due generi che potrebbero convivere tranquillamente, sia da una parte che dall’altra." "L’importante - ribatte Guidi - è che qualsiasi cooperazione nasca da un’esigenza e da un’urgenza artistica, sulla base di una profonda sincerità, e non come spesso avviene per esigenze di marketing: ad esempio recentemente ho avuto modo di vedere un concerto del tour di Bollani che suonava Zappa e ho avuto la netta sensazione che lui amasse profondamente e conoscesse pienamente Zappa, che non fosse un’operazione commerciale." I M.O.F. 5tet chiosano con laconica seggezza: "riteniamo che niente possa o debba restare ciecamente separato da qualcos’altro nella misura in cui serva ad assecondare un’idea artistica ben definita".

Ripensando ai sixties, sembra quasi incredibile la naturalezza con cui la scena psichedelica guardava al jazz, così come più avanti il progressive avrebbe condiviso il terreno di coltura della fusion. Un'attenzione reciproca: basti pensare a certi lavori del Davis elettrico (e alla sua purtroppo abortita collaborazione con Hendrix), poi ad Hancock, Pastorius, ai grandi Area... Poi i link si sono sfilacciati, ed è inevitabile chiedersi se la causa debba ricercarsi negli sviluppi succedutesi su un versante - a partire dalla brusca semplificazione del wave punk - o sull'altro (la fiera autoreferenzialità del jazz). "Secondo me è colpa della parola jazz," sostiene Aquino. "Molti la associano al jazz americano tout-court, quello dei Wynston Marsalys, per intendersi. Non è così. C'è un jazz con tante zeta, quello dei jazzisti che collaborano - vedi Francesco Bearzatti coi Sax Pistols o Bosso a Sanremo - che deve tanto al jazz americano ma è ovunque, è spugnoso, insegue la modernità assaporando tutti i sapori d'oggi."

Petrella la butta invece su un mix tra fatalismo e determinismo storico: "Io penso che sia colpa del caso. Capita molto spesso che si aprano dei periodi rosei per certe nuove tendenze, poi il tutto può tranquillamente andare a scemare, come è successo un po’ per l’acid jazz, no? Certo poi c’è da tener presente che nei Settanta contava molto il fattore politico, che adesso non c’entra più molto, se non per le disgrazie che comporta. Perché quello che sta succedendo negli ultimi tempi per quanto riguarda la cultura e lo spettacolo è una vera tragedia." "Di sicuro - puntualizza Fornarelli - esistono logiche di mercato capaci di muovere le masse, ben più forti del nostro volere o del nostro ricercare o comunicare. Ma credo che l'intraprendere (o il ritornare a) percorsi distinti sia dipeso dal fatto che ognuno sentiva di dover comunicare qualcosa di proprio. Il nodo torna. Siamo tutti diversi. Non esiste un linguaggio universale, ne credo esisterà mai. La natura del musicista racchiude dentro di sé (soprattutto il musicista jazz, salvo qualche eccezione) un valore di libertà espressiva difficilmente omologabile." Non è difficile scorgere in queste parole una ben meditata dichiarazione di alterità.

Certe irriducibili alterità

E' palpabile, e neanche troppo in filigrana, quanto questi musicisti pur con la loro disponibilità al confronto e all'ibridazione si considerino al di sopra delle finalità estetiche, poetiche ed espressive del rock. "In Italia c’è poco rock che m’interessa," ammette Guidi. Con qualche eccezione però: "una cantautrice che amo molto è Cristina Donà, con cui mi piacerebbe collaborare." A proposito di collaborazioni, detto che Petrella - il quale tra l'altro dichiara di non disdegnare "quel sound che si rifà a personaggi come Nick Cave, per esempio" - ha suonato nel buon A Sailor Lost Around The Earth dei Valerian Swing (band post-rock di Correggio), e aggiunto che Aquino compare in una traccia di Indie Rock Makes Me Sick dei beneventani Chaos Conspiracy, non si registrano altri incontri ravvicinati significativi tra i due mondi.

Molte buone intenzioni per Fornarelli ("Non ho alcuna remora verso la possibilità che io possa collaborare con qualche musicista rock in futuro, nè ho preferenze di sorta sul chi. L'importante è che ci siano belle idee da sviluppare e che io possa dare, in qualche modo, un personale contributo alla cosa. Non riuscirei ad essere mero esecutore...") e un bel po' di apprezzabili sogni nel cassetto per i cinque ferraresi: "Nei nostri concerti eseguiamo brani riarrangiati dei Radiohead, Sigur Ros, Queens of The Stone Age, Jethro Tull, Aphex Twin con i quali naturalmente ci piacerebbe collaborare. Fra le altre collaborazioni ideali: Mike Patton, Mogwai, Cinematic Orchestra, Notwist, Stateless, The XX, i Subsonica, Marta sui Tubi e molti altri."

Gianluca Petrella
Riccardo Crimi 2010

La sensazione è che non manchi il terreno in comune, vasto e profondo sotto molti punti di vista ma spezzato da una linea di confine difficile da valicare: cioè la convinzione tutta jazzistica che il musicista jazz possieda le chiavi di un codice altro e più “alto”. Per il quale la padronanza tecnica e il dominio timbrico ("quando suono - sostiene Aquino - penso al suono"), la capacità di risolvere le complessità armoniche della composizione e di cavalcare il frullo dell'improvvisazione sono gli ingredienti irrinunciabili che ne sostanziano l'arte. Al contrario, il rock può permettersi di trascendere la tecnica alla luce di un'espressività che preme per imporsi, fidando anche solo sulla propria peculiarità o urgenza (vedi i casi di Neil Young o di più o meno tutto il punk). Su queste basi è difficile ipotizzare un colloquio più che estemporaneo, eppure ciò di cui stiamo parlando in queste pagine sembra proprio una "convergenza parallela" in atto. Resa possibile da un additivo speciale: l'elettronica. "Sono sempre stato un amante della musica elettronica", dice Petrella, "ho sempre avuto questo pallino sin da bambino perché avevo le prime tastierine elettroniche, mi divertivo a cambiare i suoni...".

Parole che potrebbero uscire dalla bocca di un qualsiasi musicista di area lo(glo)-fi o folktronica. I M.O.F. 5tet arrivano persino a porre in posizione centrale la componente sintetica, che "gioca un ruolo importante all’interno del nostro progetto. L'elettronica, intesa sia come synth che rumoristica real time, crea spesso un contrasto con sonorità di stampo jazzistico. Probabilmente questo può renderlo appetibile anche ad un pubblico non jazzistico, ma il nostro primo obiettivo è quello di soddisfare le nostre esigenze musicali". Per Aquino però non sono tutte rose e fiori: "per noi jazzisti è un po' difficile gestire l'elettronica, perché abbiamo un po' i paraocchi. Personalmente ho messo più ad imparare l'elettronica che ad imparare la tromba. E comunque il jazzista ha tantissimi vocaboli in più rispetto al musicista elettronico che introduce elementi jazz, ha più colori sonori". A premere il pedale della prudenza pensa Fornarelli, secondo il quale "non sarà di certo un suono di synth o un loop ad attirare altri pubblici al jazz. Del resto sono inserti molto delicati, poichè possono caratterizzare ma anche risultare invasivi da un punto di vista jazz. E' sempre tutto molto soggettivo e dipende dalla consapevolezza che ogni musicista o compositore ha raggiunto nell'utilizzo di tali strumenti. Per avvicinare altri pubblici al jazz (o viceversa) sono ben altre le leve da muovere".

Disequilibri futuribili

E' un fatto comunque che continuano a fioccare con cadenza regolare uscite dichiaratamente jazz che ammiccano senza remore verso il pubblico ed i media indie-rock, o che possiedono tutti i requisiti per fare breccia in questo pianeta così lontano così vicino. Ad esempio e non certo a caso, durante la stesura di questo articolo abbiamo ricevuto No Project, album d'esordio per il combo Emoticons, che vede la partecipazione di un pianista di vaglia come Danilo Rea e annovera riletture di pezzi a firma Stevie Wonder, Paul McCartney, Leonard Cohen e - ancora - Radiohead. Poi Move Is firmato dal trio Bearzatti-Angelini-Peala, un'intrigante raccolta di pezzi ispirati a classici del cinema che chiama in causa il cool jazz e certo croonerismo obliquo Robert Wyatt. E ancora il nuovo del trombettista Giorgio Li Calzi, un altro che ama rimettere in discussione le regole del gioco ricorrendo ad un peculiare utilizzo delle elettroniche.

Solo la punta di un iceberg, indizi che fanno sospettare l'esistenza di un movimento jazzistico italiano - tu chiamalo se vuoi new italo jazz school - che intende smarcarsi dalle coordinate tradizionali, dall'autorevolezza un po' imbalsamata dei "mostri" statunitensi e dalla succedaneità dei senatori nostrani. In altre parole, e tanto per utilizzare una terminologia in voga, potrebbero essere visti come dei benemeriti rottamatori, quelli che scassano l'andazzo bolso della consuetudine. "In realtà quello che ci piacerebbe rottamare - puntualizzano i M.O.F. 5tet - è più la percezione/idea che molte persone hanno del jazz, ovvero d'una musica elitaria e imbalsamata. Quando invece la sua storia dimostra esattamente il contrario." Di rottamazione invece Petrella non vuole neanche sentire parlare, dal momento che "non si possono cancellare alcune cose della musica, non si può fare la guerra o portare alla rottamazione il jazz di sessant’anni fa. Io sono uno di quelli che lascia vivere chiunque, sono molto tollerante".

Gli fa eco Guidi: "no, assolutamente, nessuna rottamazione. Voglio fare la mia musica il meglio possibile, quella che piace a me, senza nessuna competizione nè desiderio di attaccare quello che c’era prima o quello che ci sarà dopo". Aquino invece, con tipico acume partenopeo, la butta sullo spirito: "Sì, mi sento un rottamatore. Ma a dire il vero perché non sono riuscito a suonare il jazz come gli americani (ride). Ho provato a studiarlo, ho lavorato tantissimo su bop e hard-bop, ma loro sono più bravi di me. Per cui ho preferito rottamarlo, e quindi rottamarmi. Se mai riuscissimo a fare qualcosa di nuovo dovremmo ringraziare il coraggio di allontanarsi dagli standard americani". Il Fornarelli-pensiero è sulla stessa lunghezza d'onda: "il jazz dovrebbe evolversi, se non altro per non perdere quel senso di libertà che ne ha rappresentato il fulcro e la linfa vitale, ma che negli anni si è sempre più inscatolato, omologato, auto-ghettizzato."

Giovanni Guidi
Andrea Boccalini 2011

Disparità di vedute che però mirano lo stesso obiettivo: innestare suoni nuovi per tempi nuovi sul fusto sonoro sedimentato come cultura. Rendere possibile il diverso come soluzione di crescita della tradizione, negandole l'avvitamento sterile, la difesa oltranzista dell'indifendibile inaridirsi. "Dietro di noi c’è una tradizione enorme e meravigliosa, dalla quale spesso per alcuni è difficile discostarsi", chiosa Guidi, per poi regalarci un'affermazione che ha il sapore delle sintesi definitive. "Quando uno decide di approcciarsi liberamente alla materia musicale pur avendo in mente dei riferimenti forti - ed io li ho - è più facile che trovi qualcosa che sia riconducibile a se stesso".

Forse il rock - con tutte le sue circostanze alternative e sperimentali - non è che una "situazione" tra le tante che il jazz ha incontrato e incontrerà sul suo cammino. Ma è possibile ovviamente anche il contrario. Ed è proprio questo (dis)equilibrio quantico di possibilità che rende il presente un luogo interessante da vivere. Da ascoltare.  

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