Abbiamo conosciuto Michele Piumini (Varese, 1975; figlio del Roberto celebre autore di narrativa per ragazzi) con le sue traduzioni dei fondamentali volumi reynoldsiani Post-Punk e Hip-hop-Rock. Michele ha appena terminato la traduzione del nuovo libro di Simon Reynolds, RETROMANIA (in uscita a giugno per Faber&Faber; edizione italiana sempre a cura di ISBN, programmata per settembre): un lavoro che intende fare il punto della situazione sulla vera e propria “ossessione del passato che sembra permeare la cultura pop contemporanea”.
Il disponibilissimo Michele ci ha guidato dentro il libro e dentro il pensiero di Reynolds (approfondendo risvolti che - almeno musicalmente e culturalmente parlando - sono come minimo drammatici: paralisi delle arti, fine della storia, ecc.) e ci ha svelato i retroscena del suo lavoro di traduttore reynoldsiano…
È una sfida entusiasmante per un traduttore, soprattutto se (come me) ha la passione della musica e suona vari strumenti da parecchi anni. Reynolds ha uno stile scoppiettante, pieno di neologismi e crasi che spesso non sono traducibili in quanto tali: in quei casi si gioca di fantasia, oppure, se è davvero impossibile, se ne inseriscono altri dove si può. me ne viene in mente uno che ho infilato in Hip-hop-Rock: ritmolleggiato. Oltre a questo, avendo la fortuna di essere in contatto con lui, tradurre i suoi libri è un'esperienza ancora più straordinaria. Quando ho dei dubbi non solo me li risolve, ma mi racconta i retroscena (per esempio) degli articoli che ha scritto nell'arco di vent'anni e poi raccolto per Hip-hop-Rock. Senza contare che, ovviamente, grazie a lui ho scoperto decine di artisti che non conoscevo.
Assolutamente sì, ed è felicissimo di ricevere segnalazioni di refusi, ripetizioni o altro. Da questo punto di vista, con Retromania è successa una cosa straordinaria. Come a volte capita, mi hanno dato il testo da tradurre prima ancora che venisse pubblicata l'edizione originale. Questo significa che ho lavorato su un pdf ricevuto direttamente da Reynolds. Man mano che procedevo, ho trovato una serie di refusi, errori nei nomi, ripetizioni o altro che gli ho via via segnalato. Lui ha apprezzato a tal punto da inserirmi nei ringraziamenti prima di inviare il testo per la stampa.
Ha una cultura davvero impressionante. Definire "libri di musica" i suoi testi è riduttivo. Dopo l'uscita di Hip-hop-Rock mi hanno chiesto di tradurre un'intervista nella quale Reynolds lamentava il fatto che, ultimamente, la critica musicale si è più che altro trasformata in una serie di "consigli per gli acquisti", rinunciando al suo ruolo di stimolo e inquadramento della musica nel più ampio contesto storico-culturale.
Dipende da libro a libro, ma per quanto riguarda Reynolds credo obiettivamente che sarebbe difficile tradurlo sapendo poco o nulla di musica.
Retromania è il libro meno esclusivamente musicale di Reynolds. Il sottotitolo, non a caso, è "la dipendenza della cultura pop dal proprio passato". Nel libro, Reynolds confessa di essere un "futurista naturale", convinto che la musica, e l'arte in generale, debbano liberarsi del passato il più in fretta possibile, come un razzo che sgancia i moduli dopo il decollo. Ciò non significa che non apprezzi artisti odierni e per l'appunto "hauntologici", a cominciare da Ariel Pink, ma la tesi di fondo è: cosa rimarrà della musica di oggi a disposizione degli hauntologi di domani? Quali sono i generi che definiscono la nostra era, così come (per esempio) il rock'n'roll ha definito gli anni Cinquanta e il grunge i Novanta? È una domanda aperta alla quale lui (e non solo lui) non sa dare risposta. La tesi di fondo è che, anche e soprattutto grazie a (o per colpa di?) internet, oggi il passato ci travolge, rendendosi accessibile gratuitamente come mai era successo prima. Questo costituisce un obiettivo ostacolo alla sviluppo di forme nuove: pescare nel mare del passato è una tentazione troppo irresistibile.
Sì, lo definirei un libro pessimista. L'ultimissima frase recita: I still believe the future is out there. Non tanto nel senso che lo intravvede all'orizzonte, ma nel senso che al momento vede solo sprazzi isolati e non significativi di novità vera.
Assolutamente sì. Il discorso è inquadrato in una riflessione più ampia: una rassegnata incapacità di immaginare il futuro a differenza di quanto accadeva decenni fa. Reynolds traccia una parallelo con la fantascienza, dichiarandosi sbigottito, per esempio, dalle ultime prese di posizione di William Gibson, i cui ultimi romanzi sono ambientati nel presente e non più nel futuro.
Reynolds spiega di aver coniato il termine nel 2005 insieme a Mark Fisher per descrivere una rete di artisti soprattutto inglesi che ruotavano attorno all'etichetta Ghost Box: Focus Group, Belbury Poly, Advisory Circle. Come precursori immediati cita i Boards of Canada.
No, non in questo libro. So però che se ne parla in "The Wire Primers" [La guida alla musica moderna di Wire], uscito mesi fa per Isbn. In ogni caso, Reynolds non sembra vedere molte prospettive di superamento della paralisi, soprattutto per quanto riguarda l'universo occidentale. Arriva addirittura, tra il serio e il faceto, a suggerire che l'Occidente farebbe meglio a "riposarsi un po'", perché al momento i fermenti più culturalmente fertili sembrano quelli in atto, per esempio, in India e in Cina.
Verissimo, il traduttore è un lavoro da fare solo se sei davvero motivato. Io la definisco, e non credo di esagerare, una vocazione. È inoltre un lavoro paradossale (la cosiddetta questione del "traduttore invisibile"), perché più il traduttore è bravo, meno fa avvertire la sua mano e meno il lettore ha l'impressione di leggere un libro tradotto. Per quanto riguarda Isbn, è certamente apprezzabile l'idea della nota finale del traduttore (io l'ho potuta scrivere per Hip-hop-Rock), anche se mi sembra che non l'abbiano portata avanti con regolarità.
L'ho consegnato due giorni fa. Non so esattamente quando verrà pubblicato in Italia, credo a inizio dell’autunno.
Scheda: Simon Reynolds, Michele Piumini
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