No, Atlas non l'hanno fatta.
Spiace deludere subito, così senza introduzioni ne mezze misure, ma dato che sembrava l'unica domanda le bocche presenti al teatro Parenti pronunciassero, meglio mettere le cose in chiaro. Ed essendo Atlas l'unico brano che (e non esagero) l'80% delle bocche al teatro Parenti conoscessero, in un certo senso è stata una goduria. Anche se, confesso, un concerto dei Battles senza poter gustarsi il loro singolo di maggior successo, lascia un po' affamati. Con quella sensazione da “manca qualcosa”... Basta saperlo per le prossime volte.
Il pericolo di chiamare gruppi così “estremi” per concerti così popolari (prezzo ottimo e teatro stracolmo di conseguenza, senza il minimo spazio per ballare, muoversi, respirare) è sempre il solito: quasi la totalità del pubblico non sa a cosa sta andando incontro. Se poi, nella scheda di presentazione, oltre ad Atlas, si richiama solo al singolo dato in pasto ai vampiri d'Eclipse, si può immaginare chi si sia presentato all'ingresso del teatro. Gente che pensava ad un nuovo fenomeno dark, altri esaltati per poter finalmente ballare Atlas, altri ancora che “i Battles ci piacciono, li hanno passati anche su radiodj!”
Il solito spreco in fin dei conti, perché la serata milanese è davvero particolare per il trio: presentazione ufficiale del prossimo nascituro di casa Warp e una delle ultime prove generali prima di portare in giro il carrozzone del tour. Qualche domanda sulla resa di un gruppo che poco più di 6 mesi prima ha perso il suo, se è concesso scrivere, frontman è obbligatoria. Ma la risposta, se un minimo li conoscete, è anch'essa inevitabile: i 3 rimasti si fanno un culo doppio. Ian Williams sul palco sembra tornare bambino, espressioni goduriose ogni volta che libera un sample, mani lunghe che si muovono col ritmo, con la tranquillità di chi pare non stia facendo la minima fatica ad alternarsi tra chitarra, tastiere e parco giochi d'effetti portatosi da casa.
Dave Konopka è forse il componente del gruppo che fa un vero salto di qualità dopo il divorzio da Tyondai. Dimostra di saper straziare le corde del suo basso come mai prima d'ora potendosi permettere soli ed assoli e reclamando spazio per loop e distorsioni capaci di durare minuti e minuti.
Infine John Stainer, già da definirsi mostruoso, ora va oltre. Batteria che conclude il trasloco al centro del palco, acquistando più spazio e ancor più importanza nell'economia del live. Sinceramente non ho contato quante camicie abbia sudato e cambiato o quante bottigliette d'acqua abbia scolato, ciò che fa semplicemente impressione è quanto pesti duro e con quanta precisione riesca comunque ad “assestare” ogni colpo.
La dipartita di Tyondai Braxton, però, non solo ha lasciato i colleghi senza il quarto per il poker, ma li ha pure privati della voce. E perso il vocalist cosa accade? Chi non avesse ancora ascoltato i singoli reperibili in rete avrà 3 sorprese, come successo al pubblico del Parenti quando, alle spalle di Jon Stainer, due pannelli fino a quel momento semplici elementi della scenografia, s'illuminano e sulle note di Sweetie & shag mostrano il faccino di Kazu Makino (voce dei Blonde Redhead) diffondendone la voce.
Ice creamche gode della partecipazione di Matias Aguayo e My machines con ospite Gary Numan seguono il medesimo colpo di scena. Trovata che lascia un po' straniti: chi si era abituato a Tyondai, si ricorderà e reclamerà sempre la sua singolarità, la sua voce posseduta, sostituirlo con playback in 2d non convince del tutto, nonostante l'effetto sorpresa.
Anche Gloss drop sembra muoversi su binari diversi dal precedente e ormai consumato (dopo 4 anni di ribalta) Mirrored. I brani presentati, non fosse per la devastante batteria, lasciano da parte la metodica distruzione che era marchio di fabbrica Battles, per guadagnare melodie e ritmi da electro-pop.
Ma allora vuoi vedere che chi s'è presentato alla cassa semplicemente per ballare, non aveva sbagliato luogo ne gruppo.
Scheda: Battles
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