“Quindi...t'è piaciuto?”
“Ma si dai, anche se rimpiango un po' le atmosfere da cameretta”
Al termine di un'ora e mezza di concerto, il succo è tutto in queste battute rubate all'uscita dell'Alcatraz. Un gruppo che cresce e invecchia (bene). Che compie 15 anni di carriera, che dai Pastels passa alle matite colorate sino ai pennarelli di più largo consumo. E viene accolto da un seconda generazione di fan, giovani giovani, che, come nota Stuart dal palco, “questa canzone è del '97, forse molti di voi qui sotto son troppo giovani per conoscerla”.
È un Alcatraz tutto esaurito che accoglie i Belle & Sebastian: biglietteria chiusa due ore prima del concerti, tagliandi esauriti e bagarini, concetto incompatibile col gruppo scozzese, a pasteggiare sulle finanze di chi cerca d'entrare comunque. Ed essendo la loro unica data italiana, tutto previsto dato il successo di Write about love.
Il resto è pop. Ma un pop che comincia ad avere qualche difficoltà a definirsi ancora indie. Un pop che, come anticipato, trasloca dalla cameretta e viene collocato in salone, davanti a tutti, lucidato a puntino.
I Belle & Sebastian, dal vivo in particolare, tendono alla perfezione. Arrangiamenti che cambiano di poco gli equilibri ma li puntualizzano, accompagnamenti d'archi che non vogliono innalzarsi a vette liriche ma semplicemente completare i vuoti e un impeto e un ardore che vanno sbiadendo concerto dopo concerto. Inevitabile notarlo. Ma in fondo non è fiacchezza di motivazioni, è scoprirsi e riscoprirsi pacati.
Perché di questo si parla comprando un biglietto per vederli in carne, ossa chitarre e archi. Se ricerchi tranquillità, pace, sai che le troverai: marchio di fabbrica. L'atteggiamento della band non è mutato nel tempo, non cercano di trascinarti sul palco (nonostante a due fortunate sia capitato nel corso della serata); t'accolgono, ti abbracciano, scambiano parole e confidenze (per gli amanti di gossip Stuart è sposato con una catanese), ma ti lasciano in platea a bearti nei tuoi pensieri più morbidi.
Ciò per cui li benedici tutti, uno a uno, da Stuart Murdoch a Sarah Martin è l'offerta di spunti. Ogni volta che la discografia s'arricchisce di un capitolo, sai che troverai pane per i tuoi sentimenti. Le eccezioni son state rare.
E così via, un'ora e mezza di note per rivedersi lungo 15 anni. Si comincia da dove dovevano I don't see it coming (primo brano dell'ultimo album) e si conclude con Me and the major (anno di grazia 1997). Nel mezzo passa di tutto: passano 7 album, 2 ep, predilezione per Dear catastrophe waitress ma anche chicche con un decennio abbondante sulle spalle come I'm waking up on us, Legal man o una certa My wandering days are over, tuffo al cuore da “c'eravamo tanto amati”. Passa e viene metabolizzata senza rigetti l'opera ultima, con l'esecuzione di I'm not living in the real world con coro in falsetto del pubblico tutto, “aizzato” da Stevie Jackson, come uno dei momenti più alti della serata.
Sarà poi che solo 4 brani dei 22 suonati siano stati presi da Write about love, sarà che la seconda generazione di fan, appiccicati alla transenna sotto il palco, è comunque educata (musicalmente) bene, sarà che Sleep the clock around l'hai ormai “consumata”... Però, in fondo, non ti senti più in dovere di preservarli dalla massa. La massa li ha ormai raggiunti: inevitabile, quindi, che in cameretta non sia rimasto più spazio.
Scheda: Belle And Sebastian
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