Tune in
Pubblicazione 04 Maggio 2011

James Pants

I Live Inside an Egg

Stones Throw's weird-pop from American suburbia

Chiacchierata d'obbligo con questo ragazzone schivo e strampalato che è un vero misconosciuto talento. Chiuso nel proprio guscio...
James Pants

James Singleton, classe 1982, è un ragazzone dallo sguardo un po' svagato e dai modi timidi, avvolto come da un alone di eccentricità naïf. James è James Pants, uno dei talenti meno noti del roster non-specificamente-hip hop di casa Stones Throw. Un artista che è prima di tutto un appassionato e che trova le ragioni di una umiltà, di una disponibilità e una simpatia davvero rare nell'aver cominciato come stagista negli uffici della casa discografica che lo ha poi pubblicato. Un musicista e un producer tuttofare a cui piace lavorare in solitudine e con tutta la calma del mondo, chiuso nel proprio studio e in quello stesso splendido paradossale guscio che è la tranquilla vita da provincia americana che ha partorito le stranezze, l'assurdo e il surreale di un David Lynch. E se sicuramente - lo sappiamo per certo - Pants conosce e ama Twin Peaks, allora è anche cresciuto a pane, burro d'arachidi e Residents e si dà la buona notte con i Pussy Galore di Jon Spencer e così via, riferimenti scontati e perfettamente assimilati dalla e nella sua musica. Pensiamo noi. Ma James dei primi conosce molto poco ("li devo approfondire") e del secondo addirittura nulla. Mentre dichiara tutto il proprio sconfinato amore per il "più grande genio musicale della nostra epoca": Gary Wilson. Ovviamente qualcosa non quadra e quindi quadra perfettamente tutto.

Eccolo James, ennesimo splendido esponente di una weirdness tutta americana - ad un tempo casuale, artigianale, seriale, metodica, casinista; borghesissima e quindi davvero rivoluzionaria - che si nutre (oltre che delle fondamentali crostate di ciliegia messe a raffreddare sul davanzale) delle canzoni di Frankie Avalon, del soul della Motown e delle song di Tin Pan Alley, e che restituisce poi giocattolini deformi e grotteschi in forma di incubi pop. Sempre in bilico tra umorismo e umori sinistri, dopo la new-wave psichedelica, malata e maltrattata di Seven Seals, il terzo omonimo album di James - che è però il suo quinto long playing - sembra segnare una più decisa apertura al pop e al rock'n'roll. Declinati, ovviamente, sempre alla sua maniera. La nostra intervista.
 

James, puoi raccontarci ancora – ma per il pubblico italiano sarà forse la prima volta – la tua incredibile storia, che fa tanto “Sogno Americano”? Mi sembra la migliore delle autopresentazioni possibili…

Certo! Era il 1998-1999 e io ero un grande fan delle produzioni Stones Throw. I dischi che pubblicavano in quel periodo erano soprattutto di rap underground ed erano tra le cose migliori che si potessero trovare in giro. Cose come Homeliss Derelix, Peanut Butter Wolf, Lootpack [il gruppo rap di Madlib; ndr], Rasco. Venni a sapere che Peanut Butter Wolf aveva programmato un dj set a Austin, Texas (dove all’epoca vivevo). Volevo andarci a tutti i costi, ma era la sera del ballo del liceo e inoltre avevo un appuntamento con una ragazza (Cindy Huckabay). Così, da nulla, presi e mandai una mail a PBW in cui gli chiedevo se gli andava di andare a comprare dischi assieme a me. Ovviamente io non conoscevo l’indirizzo: ho provato a indovinare quello giusto (credo di avere provato un milione di combinazioni). Assurdamente, PBW mi rispose e soprattutto mi rispose che gli andava bene. Ero tesissimo, eccitato come un bambino. Così, dopo il ballo, portai la ragazza allo show di Peanut, che era già finito da un pezzo. Lo riconobbi, lo fermai, ci scambiammo i numeri di telefono e qualche giorno dopo andammo davvero per negozi di dischi. Era un sogno che diventava realtà. Abbiamo continuato a sentirci e io sono andato a trovarlo ad altri show nel corso degli anni. Una volta finita l’università, gli chiesi se potevo essere preso alla Stones Throw come stagista e, di nuovo, assurdamente, mi disse di sì. Così per un certo periodo mi sono trasferito a Los Angeles e ho lavorato negli uffici della ST. Non ricordo assolutamente quello che facevo, perché per me non era reale, era un sogno. Inoltre, non gli ho mai fatto sentire le mie cose. Credo che sia stato uno dei grafici con cui avevo fatto amicizia, e a cui avevo passato qualcosa, a parlargli delle mie registrazioni. Sta di fatto che circa un anno dopo la mia assunzione come stagista, mi propose di fare un disco. Fu il giorno più bello della mia vita.
 

Il tuo immaginario è fatto di elementi pop grotteschi. La provincia americana, l’American lifestyle, la musica anni Cinquanta e la musica anni Ottanta (c’è qualcosa di Lynch-iano in questo miscuglio…), kitscherie, giocattoli, ecc. Unisci una sensibilità pop a un gusto e a una ispirazione weird. Quali sono i tuoi interessi, le tue passioni extra-musicali?

Grazie! Mi hai proprio inquadrato per bene (ride)! Allora… interessi al di là della musica… Vediamo… Mi piace molto andare in bici. Mi piace andare per negozi e comprare dischi. Mi piace molto cucinare (pensa che c’è stato un momento in cui ho pensato di mollare la musica e diventare cuoco). Sono un grande fan dei libri e dei film horror e thriller degli anni Sessanta. Che altro… Mi piace stare con mia moglie e con la mia bambina di 2 anni: le piace un sacco ballare, non importa se si tratta di un boogie anni Ottanta o di una filastrocca. Alla fine, principalmente, mi piace stare in giro senza fare niente di particolare. E bere caffè.
 

Hai davvero letto l’Apocalisse di S. Giovanni per realizzare a Seven Seals?

Assolutamente no! Ma tutta quella roba mi affascina molto. Mio padre è un ministro presbiteriano. Sia chiaro, non è assolutamente il tipo fissato con l’Apocalisse, il fuoco eterno, lo snake handiling [un rito praticato da alcune chiese pentecostali americane ultraconservatrici che prevede di maneggiare un vero serpente velenoso; ndr] e il mandare-i-tuoi-soldi-a-Gesù-Cristo. Anzi, è abbastanza fico. Ma ovviamente il lato “deviato” del Cristianesimo (e dell’Inferno) è decisamente molto più eccitante per l’immaginazione (e per i telegiornali) della semplice realtà di tutti i giorni.
 

Puoi descriverci la tua formazione musicale, come musicista (e polistrumentista) e come ascoltatore di dischi? Quando e come hai cominciato; che roba ascoltavi; hai studiato musica?

Sono sempre stato malato per la musica. Pensa che mio padre mi comprò un set di batteria, di quelli super-cheap, tipo di cartone, quando avevo tre anni. Me ne stavo tutto il giorno a pestare sopra i dischi di Whitney Houston. Per un paio d’anni ho suonato la viola, ma poi sono ritornato alla batteria. Ho suonato la batteria in contesti jazz e in contesti orchestrali per tutto il periodo delle scuole. Ho anche fatto parte di una marching band. Allo stesso tempo, suonavo anche in gruppetti garage. Poi una volta, al liceo, ho visto suonare Dj QBert e ho subito deciso che sarei diventato un super-dj da battaglia [nel senso del turntablista virtuoso; ndr], come lui. Così ho messo per un po’ da parte la batteria. Ma non ero portato per essere un bravo battle dj. Poi ho scoperto il sampling e il beat making e questo mi ha portato a scoprire tutta la musica più pazza che si può trovare in giro. Alla fine il cerchio si è chiuso, perché sono tornato ai miei primi amori, il buon vecchio garage rock, il pop e tutte quelle cose lì: molti dei dischi che mi facevano schifo quando ero un b-boy e un crate-digger [il producer che cerca vecchi vinili per cavarne fuori loop e beat; ndr] sono quelli che adesso mi piacciono di più.
 

Strange Pantsss by Jeff Jank
James Pants
Strange Pantsss by Jeff Jank

Dicci di più su questo cosiddetto “fresh beat”. Sembra una coloratissima miscela lo-fi di vecchi beat hip hop, dance anni Ottanta, influenze caraibiche, new-wave malata…

Io non faccio “fresh beat”. Mi sa che è stato qualche espertone di marketing a tirarlo fuori (ride). Io faccio semplicemente quello che mi va di fare in quel preciso momento, non mi importa se è new age, rap, jazz, soul, pop o altro.
 

Facciamo un gioco. Io ti dico il nome di un artista o di un gruppo e tu mi dici quello che ti viene in testa, quello che pensi, quello che vuoi.

Residents: Gli uomini talpa! Adoro The Making Of A Soul da Not Available. Il sax mi fa pensare a una qualche band exotica da incubo. E' quello il sound che voglio.

Suicide: Facile. L’esempio perfetto di come le canzone più semplici e più stupide sono le migliori. E’ come se Frankie Avalon uscisse fuori dagli anni Cinquanta e cantasse sopra una drum machine scassata e una bassline fatte di due note. Il mio pezzo preferito è I Surrender.

Jon Spencer: Non l’ho mai ascoltato.

Devo: Mi piacciono solo le loro primissime cose tipo Booji Boy e Are We Not Men…

Half Japanese: Mai ascoltati.

Animal Collective: Sopravvalutati. Quando uscì Sung Tongs mi piacque molto. Non c’era niente del genere in giro. Ma andando avanti, devo dire che hanno finito con l’annoiarmi. Sono comunque stati importantissimi, perché è stato davvero incoraggiante vedere che anche una band che suona una musica come la loro può vendere dischi. Sono ancora fichi, sicuro. Il disco di Panda Bear era fico [probabilmente si riferisce a Person Pitch; ndr].

Ween: Mi ricordo solo la loro Push The Little Daisies. Ho anche un sacco di amici che sono fan dei Ween… forse è arrivato il momento di approfondire la faccenda (ride).

They Might Be Giants: Mai ascoltati.

Frank Zappa: Per me è un po’… a come capita. Mi piacciono un sacco le sue prime cose tipo The Duke of Prunes e Help, I'm a Rock, ma alcune sue cose successive sono troppo "proggy" per me. Del resto, devo dire che mi piacciono anche alcune cose del suo repertorio prog, come Florentine Pogen. Insomma: la giuria deve ancora deliberare (ride).

Gary Wilson: La più grande mente musicale della nostra epoca.

Baron Zen: Il prof. di scienze delle medie più fico che conosco.

Peanut Butter Wolf: La seconda più grande mente musicale della nostra epoca. Deve solo riuscire a fare un altro disco adesso (ride)!

Dam-Funk: Un professionista al 100%. Gli ho visto fare una canzone dall’inizio alla fine – in cui suonava tutti gli strumenti in sequenza – in tipo 10 minuti: ed era bella! Inoltre, è una delle persone più carine che si possano incontrare nello showbusiness.
 

Approfondiamo il discorso sui Residents. Secondo me nei tuo dischi si sente molto l’influenza dei loro suoni, delle loro voci deformate e, soprattutto, dell’atmosfera generale della loro musica. Soprattutto del loro capolavoro pop-grottesco Commercial Album (vedi anche formato e intenti del tuo All The Hits: brevi canzoni-schizzo simili a jingle pubblicitari). E’ vero? Cosa mi dici?

Mah.. forse è vero. Anche se io possiedo due, forse tre dischi dei Residents. Sicuramente è una band che devo approfondire. Mi piace moltissimo il modo che hanno di trattare la materia musicale. Mentre non sempre mi piace il modo in cui effettano le voci.
 

Dai l’impressione di essere un solitario, un autarchico, uno che suona, registra e produce tutto da solo. La voce femminile sul nuovo album è campionata oppure si tratta di un feat vero e proprio? E, soprattutto, hai una band con cui portare in giro dal vivo la tua musica?

Esatto. Lavoro molto meglio da solo. Mi viene difficile collaborare con gli altri. Non so perché. Forse semplicemente perché con gli altri mi stresso e divento nervoso, mentre quando sono solo non ho nessuno stress e non sono in tensione. Sul nuovo disco c’è Lucrecia Dalt – che ho conosciuto alla Redbull Music Academy – che canta su un paio di canzoni. Tutte le voci femminili in sottofondo invece sono di mia moglie. Quanto alla band, ne ho una con cui suono regolarmente quando sono a Spokane, Washington. Sono eccezionali, tutti miei vecchi amici, e mi diverto un mondo con loro. In ogni caso, adesso io sono in tour in Germania, e ho trovato solo ragazzini di 13 anni da far suonare nella mia band (ride)...
 

faustian Pantsss
James Pants
faustian Pantsss

Ci sono artisti contemporanei che ti piacciono particolarmente? Non so, gente come Flying Lotus, Toro Y Moi, Tune-Yards?

Certo! Mi piacciono molto Flying Lotus e Toro y Moi, e poi Sunn 0))), Mark Pritchard, Memoryhouse, Ariel Pink, Daedelus, Teen Inc, Broadcast, Bubonic Plague, le cose della Ghost Box [la fucina dell'hauntology Duemila; ndr], Ghostface, Build an Ark, Nissenenmondai, Anika, Beak, Lil B, Felix Kubin, Oneohtrix Point Never, Weedeater, Addison Groove, Kaval, Freddie Gibbs e mille altri. Hey, sto solo scorrendo il mio iTunes (ride)!

 

Scheda: James Pants

copertina pdf #91