Drop Out
Pubblicazione 08 Giugno 2011

Francesca Lago, EMA, Mushy

La femme noire. Dark ladies per il terzo millennio

Desperate noisewives del disagio 2.0. EMA, Francesca Lago e Mushy sono tre esempi di suoni cangianti, retroterra eterogenei e una comune sensibilità dark.
Francesca Lago
2011

Far away, but heavenly...

Diverse per età e provenienza, lontane per milieu culturali e sonorità. Accomunate però da una serie di punti di contatto. L’essere donne sole al volante, in primis: contemporanee chanteuse del post-moderno in grado di trafficare indifferentemente con chitarre o elettronica, cantautorato e wave ma sempre in grado di ammaliare con voci heavenly e creare paesaggi sonori intriganti. Oppure, l’essere giunte in contemporanea all’esordio ufficiale dopo esperienze più o meno varie con altri progetti o con pezzi piccoli sparsi a destra e a manca a mo’ di preparativi per il debutto in società.

Infine, cosa che ci ha colpito al punto da allinearle in uno stesso speciale, il fatto di avere una sensibilità darkish, oscura e gloomy che sembra aleggiare sulle musiche – diverse e di molto, in apparenza – che la californiana EMA, la romana Mushy (a.k.a. Valentina F.) e la milanese Francesca Lago mettono in scena nei rispettivi nuovi album Past Life Martyred Saints, Faded Heart e Siberian Dream Map.

Gloomy, dark, dreaming. Rapido excursus nel "femmefatalismo" dall'eroina al moaning...

In principio era Nico, ma forse no. Di sicuro altre donne prima della tedesca hanno catalizzato su di loro le scene musicali (una su tutte Yoko Ono), ma è indubbiamente Christa Päffgen ad aver catturato e marchiato a fuoco nell’immaginario collettivo l’idea della donna insieme musa, musicista e maledetta, dall’animo sensibile e insieme graffiante, eroina (in entrambi i sensi) moderna pronta a mettere in pubblico i propri demoni e ammaliare con una voce dell’altro mondo.

Poi è stata l’era del post-punk e della wave in cui a vario titolo oscure cantrici e novelle Medee come la Siouxie che capeggiava i Banshees, Lisa Gerrard (Dead Can Dance) e Elizabeth Fraser (Cocteau Twins), per non parlare di demoni atipici come Lydia Lunch e Diamanda Galàs o del dream-pop più evanescente ed esoterico made in England (il giro 4AD, per intendersi), hanno deliziato gli animi più introspettivi e sensibili delle varie orde di goth addicted disseminati di qua e di là dell’oceano.

Infine, roba di questo millennio. La riscoperta di quei suoni e di quelle atmosfere mischiata ad una attitudine ora weird, ora psych, quasi sempre lo-fi, si è manifestata in modalità contrastanti – torch song, ballata emozionale, folk onirico, blues reiterato e psychedelia sui generis – ma sempre malinconicamente coniugata verso lande goth o da eteree ed evocative heavenly voices. Il pensiero vola alle diverse applicazioni messe in scena di volta in volta da Liz Harris col progetto Grouper, da Joanna Newsom, Eva Saelens aka Inca Ore o Carla Bozulich, per non parlare di nomi minori come Deradoorian o Melissa St. Pierre e lasciando fuori chanteuse aggressive di stampo più strettamente rock come PJ Harvey e Cat Power.

Punta di diamante di un underground “rosa” che ha fatto proprio questo retroterra rivitalizzandolo e piegandolo verso una nuova forma di cantautorato lo-fi “strano” è ovviamente Nika Roza Danilova aka Zola Jesus. Poco più che ventenne, l’artista americana è stata in grado meglio di altre di recitare il ruolo di credibile dark-lady 2.0, prima, e di smarcarsi dalla scena di riferimento per mostrarsi ad un pubblico più ampio con collaborazioni e progetti sempre più messe a fuoco, poi.

Di quella informe scena – qualche nome? Circuit De Yeux , U.S. Girls e tutti quelli coinvolti nelle compilation Xxperiments della Die Stasi o My Estrogeneration rilasciata dalla Not Not Fun (l’immancabile Zola Jesus insieme a Tickley Feather, le due Pocahaunted, Inca Ore, Valet, ecc.) – restano ben fisse in mente le folate di noise e folk degenere misto a droning ed elettronica povera in grado di affascinare con voci sussurrate, lamentose, torturate e from outer space denominato di volta in volta diversamente, con crimson- e moan-wave (quest’ultimo a quanto pare coniato da un noiser di prim’ordine qual è Weasel Walter) tra le definizioni più ricorrenti nella blogosfera. Su tutte, indistintamente, aleggiano atmosfere spettrali, ora oppiacee, ora altere, dal mood oscuro e post-industriale, sempre caratterizzate da uno spleen decadente e intimista.

Nell’ultimo periodo ci è capitato di (ri)avvertire in dischi diversi di autrici lontane – esteticamente, geograficamente e filosoficamente – questa sotterranea linea rossa d’ispirazione e pertanto di riannodare i fili di questa narrazione non scritta. Dapprima il fenomeno witch-house, da noi ampiamente affrontato, che ha risollevato il velo su morbosità darkish virando verso l’oscurità notturna e l’immaginario esoterico le sfocate atmosfere post hypna-pop. Guarda caso, un fenomeno in cui il versante femminile ha avuto il suo peso: pensiamo a Kendra Smith (metà White Ring), a Kristy Foom di Modern Witch, al duo al femminile Creep o alla stessa eroina dei Salem, Heather Marlatt.

Ora invece altre eroine hanno attirato la nostra attenzione. La nostra Marcella Riccardi (ex Franklin Delano e prima ancora Massimo Volume), ad esempio: prossima al debutto col moniker in solo Be My Delay mette in scena una musica debitrice in egual misura di Sonic Youth e Loop, weird folk singers e serialità colta in cui è potente se non predominante una aura malinconica. Oppure le cantautrici in modalità dark-lady Angel Olsen e Ryckarda Parasol: la prima spettrale e ethereal in Strange Cacti (Bathetic Recs, 2011) si muove in punta di plettro tra nenie anoressiche e glaciali ambientazioni; la seconda nel debutto For Blood And Wine – appena ristampato dalla Gusstaff dopo una pubblicazione in proprio – gioca la carta di un rock-noir emozionale tra torch songs e murder ballads, come fosse una PJ Harvey baritonale e calata in atmosfere mitteleuropee. O non ultima, l’ennesima scoperta targata Not Not Fun: Natalie Mering aka Weyes Blood, protagonista di The Outside Room, disco di una bellezza abbacinante. Partita come folk-singer tradizionale e poi fulminata sulla via degli Axolotl, Weyes Blood mette in scena “darkly haunted narcotic drifter ballads” tra foschie strumentali e, per chiudere il cerchio, lamentazioni death-folk alla Nico.

Mushy
2011

Di queste desperate noisewives del disagio 2.0 abbiamo preso in considerazione EMA, Mushy e Francesca Lago come esempi di suoni cangianti, retroterra eterogenei, esperienze particolari e sensibilità comuni.

copertina pdf #91