Ravenna la riconosci a distanza. Fredda come sa essere soltanto una provincia marittima della bassa Romagna ma anche ricca d'arte, lontana a sufficienza dai riflussi dell'A14 per non sentire rumore ma in fondo ripiegata su sé stessa, perennemente attratta dal vicino capoluogo emiliano e al tempo stesso vogliosa di un'identità propria, meravigliata dai suoi tesori bizantini ma troppo superba per smettere di guardarsi allo specchio. Una città che sotto una coltre nebbiosa fatta di gesti ordinari nasconde pulsioni culturali che non ti aspetteresti, capaci di emergere quasi dal nulla e di tradursi in teatro, pittura, musica.
Se non ci credete chiedetelo agli Amycanbe, o meglio fatevelo spiegare dall’ultimo Being A Grown-Up Sure Is Complicated. Un'opera in cui malinconie di provincia si mescolano a chitarre, caroselli strumentali classici, toccate e fuga di elettronica, voci soffuse, elettrificazioni sussurrate, generando intrecci melodici eterei e attraenti contaminazioni. Musica raffinata quella della band ravennate, allietata da un'immediatezza che non fa sconti, sunto efficace della poetica di luminosi esempi pop del passato – tra i tanti, i Mojave 3 - ma nel medesimo istante dotta rivisitazione su partiture che esaltano la singola pennellata, l'incedere quieto, l'equilibrio formale. A sentire Marco Trinchillo – co-fondatore nonché prima chitarra del gruppo - la riuscita della formula andrebbe ricercata nelle passioni che caratterizzano le diverse anime dei musicisti: “Il nostro background è molto vario. Si va dal jazz alla musica elettronica, al folk, alla musica classica, passando per i cantautori italiani e molto indie (quello buono, non gli I Am From Barcelona). Ognuno di noi ha le sue fisse”. Interessi differenti che nel 2002 trovano il modo di concretizzarsi, prima in quello che sarà il prototipo della band costituito dalle chitarre dello stesso Trinchillo e di Mattia Mercuriali, e poi in una formazione a quattro con i fiati di Paolo Gradari e la voce di Francesca Amati a fare da contraltare.
E' con questa line-up che nel 2005 gli Amycanbe danno alle stampe l'EP autoprodotto Yellow Suite, raccolta di cinque brani che fotografa una band fortemente attratta da certo pop crepuscolare, influenzata dal jazz e in generale sostenitrice di un mood che sembra prediligere gli accordi in minore. Spiccano tra i brani in scaletta, la title track, - omaggio intimo e rarefatto a Chet Baker - la filigrana di Red Sofa, le coloriture pastello di My Ring e una Matthew And Mark già irresistibile che finirà, con le dovute correzioni formali, anche sul primo disco “adulto” del gruppo. Prima di arrivare al tanto sospirato esordio sulla lunga distanza i Nostri fanno comunque in tempo a farsi eleggere dalla stampa specializzata tra le migliori nuove proposte dell'anno, ad aprire concerti per Skin e Yuppie Flu e a suonare sul palco del Roma Rock Festival nell'edizione del 2006.
Ma si parlava di Being A Grown-Up Sure Is Complicated. Un lavoro che il gruppo decide di registrare in Germania sotto l'egida di Mario Thaler, esperto livellatore di produzioni di confine nonché mentore, tra gli altri, di Notwist, Lali Puna, Ms. John Soda. Dell'esperienza i musicisti parlano in termini a dir poco entusiastici: “Tutto è andato oltre le nostre più rosee aspettative. Thaler è una persona intelligentissima, affabile, simpatica, quasi uno psicologo, che cerca sempre di metterti a tuo agio per tirare fuori il meglio. Senza parlare del suo orecchio supersonico: impossibile che qualcosa sfugga a quel folletto del sottobosco.” Una collaborazione evidentemente proficua, almeno a giudicare da un disco maturo nei suoni ma capace al tempo stesso di mantenere inalterato il DNA della band. 24 Hours e Talk A Bit si lasciano cullare da una melodia indolenzita vergata dai suoni rotondi di clarinetto e tromba, Get Closer non resiste alle lusinghe di un'elettrica dai toni onirici suonando nel contempo evocativa, All The Places e Your Own Thing camminano sul filo, in bilico tra venature sintetiche e pop, Down Under e Let Me conquistano per i toni struggenti e i ceselli strumentali, Little Dog e Burning azzardano qualche obliquità rispolverando una batteria altrimenti quasi inesistente. Il tutto veicolato dalla voce impalpabile della Amati, valore aggiunto a una proposta già di per sé assai stimolante.
Se il deus ex machina dietro ai suoni è un tedesco, l'etichetta che si occupa della pubblicazione del disco è l'inglese Dancing Turtle, a conferma di una vocazione “europea” del progetto. Ma davvero nessuna realtà indipendente italiana si era accorta degli Amycanbe? “La scelta che abbiamo operato era l'unica possibile per fare uscire il disco in breve tempo. Non che non fossero arrivate proposte da label italiane ma più che di contratti in cui si potesse leggere una collaborazione reciproca, risultava piuttosto un dare senza ricevere nulla in cambio. Con Dancing Turtle siamo riusciti a trovare una formula più congeniale alle nostre esigenze”. Un contatto importante che garantisce al disco una certa diffusione – ma non in Italia, dove, a quanto ci risulta, non esiste ancora una distribuzione ufficiale - e al gruppo un mini tour di una ventina di giorni in Inghilterra, nell'ottobre del 2007: “Un'esperienza molto interessante e divertente. Ovviamente si tratta di una realtà diversa da quella italiana. C'è molta concorrenza, nel senso che esistono molti gruppi, tanto che in una serata ne suonano anche sei diversi. L'attenzione è ovviamente rivolta principalmente alle formazioni british, ma dobbiamo ammettere che nonostante tutto, abbiamo riscosso un buon successo. Tanto da crearci un piccolo seguito che ci ha accompagnato per più date. L'ospitalità da parte dei gestori dei locali invece, non è sempre stata il massimo. Insomma, in Italia l'accoglienza è ottima, ma forse siamo abituati troppo bene.”
Un' occasione per verificare il livello di attenzione degli organizzatori e del pubblico di casa nostra è il tour che la band ha inaugurato a metà novembre al Bronson di Ravenna e che porterà i musicisti in giro per l'Italia fino ai primi di marzo, compatibilmente con gli impegni di Francesca Amati alla voce anche nei Comaneci. A tal proposito, interrogati se quello con l'altra band ravennate sia un matrimonio felice o una convivenza da separati in casa, i Nostri preferiscono glissare con una certa ironia: “Abbiamo pattuito per la divisione dei beni, i figli, pero', sono a carico dei Comaneci. Solo che vogliono fare calcio, basket, nuoto, quindi passiamo loro un tot di euro al mese”.
Formazione sui generis, gli Amycanbe, capace di sondare con gusto e cognizione di causa la tradizione pop ma anche di raccogliere proposte apparentemente aliene, come quella di affidare il remix di Your Own Thing – per approfondimenti c'è il My Space del gruppo - a Daisuke Tanabe. Un modo per dare giusta rilevanza a un elemento, l'elettronica, che nei brani viene solitamente relegato a chiosa o soltanto una piacevole digressione? Probabilmente poco più di un caso, almeno a sentire la band: “Sia nelle versioni originali che in quelle remixate, la componente sintetica viene utilizzata come qualsiasi altro strumento, cercando di non venire sopraffatti dalla stessa e di non strafare. La proposta del remix è arrivata tramite l'etichetta, poi tutti assieme abbiamo deciso se pubblicarlo o meno”. Esperimento non riuscitissimo, a nostro modo di vedere, tuttavia indice della voglia di tastare il polso a un suono sensibile per natura alle sfumature e attento a carpire, in contesti apparentemente inconsueti, input utili ad una sua possibile evoluzione.
Per ora il risultato migliore di questo ipotetico “metodo scientifico” si chiama Being A Grown-Up Sure Is Complicated, neanche a dirlo, una delle uscite più significative del 2007 appena concluso.
Scheda: Amycanbe
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