"Sono sul treno, sto raggiungendo il resto della band negli studios della BBC a Manchester. Se cade la linea, richiamami: spero non succeda troppo spesso". La voce all'altro capo del telefono è quella di Erland Cooper, il cui nome sta circolando di bocca in bocca tra gli appassionati di folk britannico (e non solo) assieme a quello di Simon Tong e David Nock. Insieme rispondono alla sigla sociale di Erland and the Carnival e il loro secondo disco, Nightingale, uscito il mese scorso, ci ha sorpreso positivamente, andando a riempire un vuoto, quello del folk magico-psichedelico, rimasto per qualche tempo senza nessuno che lo riempisse. È una tradizione che all'interno del panorama britannico ha radici profonde e che è emersa in superficie soprattutto con il revival degli anni Cinquanta e Sessanta, grazie a personalità come Davey Graham, il Bert Jansch solista o nella sua formazione più nota, i Pentangle (“Jansch ha avuto l'inestimabile pregio di far conoscere a un'audience molto più vasta di quella degli appassionati la tradizione folklorica della musica britannica”, ci fa sapere dal suo cellulare Erland). Non sono ovviamente che la superficie di un intero filone musicale. Molti altri saranno i nomi da aggiungere alla lista, nomi che in un fase leggermente successiva amplieranno ancora il discorso, ma Jansch e Graham sono quelli che poi ricorreranno nella conversazione con Cooper.
A mettere insieme i tre ci ha pensato il comune amore per la musica, seppure declinato in storie e con personalità molto diverse, che li ha portati a registrare assieme alcuni tradizionali scozzesi e inglesi. Ci si trova bene, ci si ritrova per suonare insieme e nella migliore tradizione serendipica, ci si ritrova con un disco tra le mani, l'esordio omonimo: una mistura personalissima di acid folk e amenità pysch varie, prese dalla tradizione ma anche da quello che offre il contemporaneo.
È il 2010 e, nemmeno dodici mesi dopo, ci rigiriamo tra le mani l'opera seconda, che per intensità lirica, complessità e raffinatezza di arrangiamenti, atmosfere oscure e haunting style rappresenta un salto in avanti notevole. Alcuni storceranno il naso, adducendo che non si tratta più di trad-folk, che i tre si sono lasciati prendere la mano e che hanno deviato pesantemente dalla strada dei padri. Può sembrare così per gli innesti elettronici e l'accentazione ancor più psichedelica che hanno preso le composizioni, ma l'animo della band rimane legato alla tradizione. Non solo quella musicale dei già citati Graham e Jansch, ma anche quella letteraria, con testi che pescano dalle pagine di politica e cronaca dei quotidiani, dal Libro Egizio dei Morti, dalla letteratura e dalla poesia. Musicalmente si ritrovano nel solco (splendente) dei primi Coral e di quel progetto estemporaneo che è stato The Good The Bad And The Queen.
Un progetto, quello che vedeva alla voce il sempre attivissimo Damon Albarn (che ha prestato il proprio studio per le session dell'esordio), al quale ha partecipato uno dei due veterani del gruppo, quel Simon Tong che è noto per il suo passato con i Verve. Anche la sezione ritmica e il sound engeneering non sono affidati a un ragazzino, ma a David Nock, batterista di lusso per McCartney (con i Fireman) e con una parentesi anche negli Orb. Erland, invece, è più giovane e meno noto, ma mosso da grande passione per lo studio e la ricerca di trascrizioni di antiche canzoni e melodie. Le sue radici affondano nelle isole Orkney, a nord della Scozia, un luogo che già per la sua collocazione spinge a suggestioni bucoliche. Cooper, però, non pare lo trasformi in un luogo particolare, un locus amoenus letterario, e nella nostra conversazione non le citiamo nemmeno. Però lasciateci almeno scrivere che viene spontaneo associarle ad altre isole, le Aran, disposte come vertebre di un animale gigantesco poco fuori dal golfo di Galway, in Irlanda, un luogo in cui la musica, e la musica folk, è parte della stessa aria che si respira.
E se le isole sono luogo d'ispirazione par excellence, ricordiamoci sempre che l'intera Gran Bretagna è un arcipelago di isole, alcune molto grandi, ma pur sempre isole. Un pensiero che deve aver attraversato anche la mente di Ralph Vaughan Williams, compositore e musicista britannico, che nella prima metà del secolo scorso si mette in strada per andare a raccogliere un patrimonio musicale e canzonistico popolare che può essere fatto risalire addirittura al periodo dei Sassoni. Delle sue attività da, diremmo oggi, etnomusicologo, più che ad Alan Lomax, Williams è accostabile a Béla Bártok e Zoltán Kodály, che insieme girano l'attuale Romania e Ungheria (allora parte dell'Impero Austroungarico) per raccogliere e trascrivere melodie e ballate. Di questa esperienza Williams ha lasciato una collezione che riempie almeno un museo a sud di Londra e la Vaughan Williams Memorial Library nella capitale: “magari non ci ho passato due anni come si legge in giro. Il fatto è che si tratta di un'istituzione importante per la storia della musica britannica, perché ne conserva una grande fetta di tradizione. Quattro o cinque anni fa il mio interesse per questo genere di cose si è fatto più serio, proprio quando ho scoperto che vicino a dove abitavo, tra Londra e Brighton, c'è questa enorme collezione di manoscritti, registrazioni sul campo, edizioni complete e altri tesori della tradizione. Quello che ho fatto è stato semplicemente di andarci il più spesso possibile”.
Accanto ai repertori folk che “ti permettono di conoscere nuovi artisti semplicemente seguendo l'evolversi delle interpretazioni magari di una sola canzone”, Erland Cooper e il suo carnevale psichedelico sembrano aver forti interessi anche nella tradizione letteraria britannica. Solo a raccogliere le allusioni e le citazioni contenute nelle canzoni di Nightingale, c'è da riempire un volume di storia della letteratura: Charles Dickens, soprattutto per quanto riguarda la Londra vittoriana descritta in Oliver Twist; Lewis Carrol (se non è un viaggio psichedelico quello di Alice nel paese delle meraviglie, che cosa lo è?) e la poesia di Thomas Stearns Eliot. “Ma non voglio sembrare intelligente o che so io. Quello che mi interessa, e che interessa anche gli altri membri della band, è che i testi suonino bene, che vadano a braccetto con la musica. Carrol o Dickens sono solo argomenti di cui è capitato di parlare assieme, ma dove poi ognuno di noi vada a scovare la propria ispirazione quando scrive, questo è un altro discorso”. Ragionamento che viene contraddetto qualche interruzione telefonica più tardi: “mi piace che i testi delle canzoni siano ben scritti e che possano essere letti autonomamente, come se fossero vere e proprie poesie”. Oppure a quando ci racconta di perché hanno deciso di musicare una parte del testo di Dream of the Rood, un poema antichissimo, scritto in una lingua che assomiglia di più al sassone di Ivanohe che all'inglese di oggi. In una classica situazione da nerd e secchioncelli, “ci siamo chiesti quale fosse la più antica canzone della tradizione britannica di cui ci fosse rimasta traccia. E da lì siamo arrivati obbligatoriamente a quel testo”. Quindi qualche ambizione anche in questo senso c'è, o no? L'impressione generale, dovuta anche al fatto che il disco sta andando molto bene in Gran Bretagna e il tour alle porte, è che Cooper non voglia apparire pubblicamente come quello che la sa troppo lunga. Un genere di personaggi, quello dei saputelli, che raramente ha fatto scaturire grandi innamoramenti del pubblico.
Tornando alla canzone, l'oscuro autore del testo originale racconta di essere rapito in sogno dall'apparizione di un angelo del cielo. Ecco, il sogno, un elemento importante per tutte le composizioni della band. “Sì, credo che effettivamente ci sia una connessione, nemmeno troppo oscura, tra la dimensione del sogno e la psichedelia”. In entrambi i casi si tratta di aperture verso dimensioni altre e le due esperienze, quella onirica e quella psichedelica, sono accomunate dalla cifra del viaggio, una delle grandi metafore dell'arte, basti pensare al ruolo che ha il viaggio nelle favole e nei romanzi di formazioni. Ma Erland Cooper sogna per fuggire dalla realtà? “Non credo che si tratti di fuga, di escapismo. Credo più che altro che fare musica sia mettere insieme parole e suoni per creare qualcosa di nuovo che prima non c'era”. Non un semplice viaggio, ma un vero atto di creazione di un mondo intero. Nel loro caso racchiuso nei pochi minuti di una canzone.
Il disco è stato registrato in una nave attraccata sul Tamigi, in pieno centro a Londra, ma dando l'impressione alla band di stare completamente in un altro posto. “È capitato quasi per caso di poter avere in prestito il posto, ma ha avuto il grande vantaggio che ci ha permesso di registrare e suonare quando meglio credevamo, senza doverci preoccupare troppo di orari e costi di affitto di uno studio vero e proprio. Uscivamo, andavamo ai concerti e se avevamo voglia di suonare nel cuore della notte sapevamo che potevamo farlo”. Eh sì, oramai basta un laptop per registrare adeguatamente la musica ed è un attimo immaginarsi questi pirati moderni prendere possesso del loro vascello durante la notte, quando i broker della City e i turisti di passaggio sono oramai rinchiusi nei pub o rincitrulliti davanti alla televisione, e cominciare un viaggio/sogno nella musica.
L'ambiente in cui è stato registrato Nightingale non ha, però, fornito solo comodità e ispirazione, ma ha messo il proprio marchio sulle registrazioni. “È vero, nel disco ci sono un sacco di riverberi naturali, dovuti al fatto che stiamo in mezzo al fiume nel ventre di una nave, che hanno contribuito in modo determinante all'atmosfera di molti dei pezzi. Ma il contributo della venue non si è fermato qua. Abbiamo anche registrato voci di passanti, rumori vari, che percepiti da lì dentro erano strani, evocativi. Sono suoni che in parte sono finiti nel disco”.
Qualche computer, una stiva e lo studio è fatto. Ma la ricerca di Erland Cooper e compagni ha fatto prendere decisioni ben precise sui suoni. “Abbiamo usato il computer solo per registrare, mentre quasi tutto il resto è prodotto da noi. Abbiamo preferito usare vecchi sintetizzatori che adesso si comperano per pochi soldi piuttosto che usare suoni prodotti da un software. La mia tastiera preferita, e la uso moltissimo nel disco, è un vecchio modello della Yamaha che ho comperato su eBay per 99 sterline. Ha un suono che mi fa pensare subito agli anni Ottanta e in più è unico, fatto che conferisce anche alla nostra musica una personalità precisa, non assimilabile ad altro”. Mentre la linea cade per l'ennesima volta e Erland oramai si è stufato di parlare a singhiozzo, mentre il suo treno sta entrando nella periferia di Manchester, dall'altro capo del telefono non possiamo che dirci d'accordo. Chissà se ci ha sentito.
Scheda: Erland and the Carnival
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